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E’ esploso il caos sul decreto immigrazione di Trump

Trump con determinazione ha voluto mantenere la promessa elettorale sulle restrizioni alle politiche di immigrazione e, per i prossimi tre mesi, ha sospeso i visti di ingresso ai cittadini dei sette paesi: Iran, Iraq, Libia, Siria, Somalia, Sudan, Yemen. La scelta di Trump segue una sua logica, perché si tratta di paesi in cui le ambasciate statunitensi non operano, dove, quindi, non è possibile effettuare uno screening preventivo accurato di chi fa domanda per accedere agli Usa. Quattro di questi paesi, Libia, Iraq, Siria e Yemen, sono ancora divisi da una guerra civile in cui combattono grandi formazioni di terroristi jihadisti. Uno di questi, l’Iran, non ha relazioni con gli Usa (che Teheran considera il “Grande Satana”).

Il provvedimento è pubblico e basta leggerlo per capirne i dettagli.

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Si è molto polemizzato sul fatto che mancano in questa lista altri paesi su cui gravano sospetti fondati di collusione con il terrorismo internazionale, quali Arabia Saudita, Qatar e Pakistan, alludendo anche ad interessi personali di Trump.

Anche per questi paesi Trump ha seguito una sua logica in quanto in essi operano regolarmente le ambasciate americane con il loro personale, controllando sul posto il rilascio dei visti. Quindi il carattere del decreto- secondo Trump – non è pregiudiziale, ma risponde a un’esigenza concreta: rivedere i parametri di sicurezza e, per tre mesi, bloccare la concessione di nuovi visti.

Altresì, Trump, nel dare platealità al suo decreto, ha innescato un precedente mediatico annunciando che intende rimettere mano al programma per i rifugiati, uno dei più ambiziosi al mondo in tema di accoglienza delle vittime di conflitti, sospendendo, nel frattempo, il programma per quattro mesi. Creato nel 1980, il programma ha permesso di accogliere negli Stati Uniti circa 2,5 milioni di persone. Era stato sospeso solo una volta, per tre mesi: dopo gli attentati dell’11 settembre 2001.

Quindi il Programma rifugiati rimane “congelato”. “Vogliamo mantenere i terroristi islamici radicali fuori dagli Usa”, – ha detto Trump –“per garantire che non si ammetta nel Paese la stessa minaccia che i nostri soldati combattono all’estero”.

“Vogliamo ammettere nel nostro Paese solo coloro che lo sosterranno e ameranno profondamente la nostra gente”, ha aggiunto un po’ genericamente, senza spiegare i dettagli del provvedimento. Ha deliberato che, dopo questo periodo, sarà data priorità innanzitutto alle “minoranze cristiane”, – è stato rilevato dai media – ma il decreto prevede anche musulmane sciite in terra sunnita o viceversa, o yazidi in Iraq, che avranno la precedenza sui loro persecutori.

Trump ha tagliato di oltre la metà il numero dei rifugiati che gli Stati Uniti prevedevano di accettare quest’anno, portandolo a 50mila, quota che è un ritorno alla media essendoci stato un picco a 100mila solo negli ultimi due anni, a causa dei rifugiati della guerra in Siria.

Il presidente Usa ha firmato un provvedimento per chiedere allo Stato Maggiore militare congiunto, un piano entro 30 giorni per sconfiggere l’Isis. In questo senso ha varato anche la riorganizzazione del consiglio nazionale per la sicurezza e quello per la sicurezza interna.

Il decreto non è “illegale”, ne “anticostituzionale”perché, sui cittadini stranieri e le politiche di immigrazione è previsto che decide il Presidente e nessun altro organo.

Altresì, la legge del 1965, che viene citata spesso in questi giorni, non può essere intesa come divieto di restrizione (per motivi di sicurezza), ma come divieto di discriminazione su base etnica e religiosa, che è ben altra cosa.

Il giudice federale Ann Donnelly non ha contestato la costituzionalità del decreto, ma la sua applicazione a persone dotate già di regolare permesso e bloccate in modo erroneo da zelanti funzionari della dogana. Difatti tutti quelli in possesso del visto della carta verde sono passati agli aeroporti, mentre altri sono stati fermati e controllati così come si faceva anche prima del decreto presidenziale, ma questa volta complicata dalla confusione generata dal provvedimento provvidenziale, accompagnata da una informazione interna non ben organizzata tra gli addetti ai controlli.

E’ indubbio che sia esploso un caso su una vicenda come quella dei rifugiati, i profughi e la gente che scappa dalle innumerevoli zone di guerra, dove lo spirito umanitario deve prevalere su quello protettivo di interessi nazionali, ma questo è il Trump che l’America ha votato in base all’annunciato programma elettorale che adesso, con fermezza, intende mettere in atto.

Una grande nazione è tale non perchè il suo presidente eletto è repubblicano o democratico, progressista o conservatore, bello o brutto, elegante o rozzo, ma lo è per la base costituzionale e per il sentimento forte e consolidato di democrazia che si piega ma non si spezza neanche nei momenti di emergenza terroristica, garantendo la sicurezza ai propri cittadini, che la richiedono. E questa prova, dopo l’11 settembre, sembra essere stata superata brillantemente dall’intero popolo americano.

Tre mesi passeranno ed entro la prossima primavera avremo modo di giudicare l’efficacia di tale provvedimento o il suo fallimento.

Trump è sotto i riflettori del mondo e rimarrà ancora per lungo tempo un osservato speciale.

 

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