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Il Vibonese rischia la disintegrazione. Un manifesto per una provincia rinnovata.

Quando venne costituita dopo una lunga battaglia, in cui si distinse il compianto senatore Antonino Murmura, non crediamo ci sia stato un solo vibonese che non abbia esultato. Stiamo parlando dell’ente provincia che in questi giorni è al centro di un dibattito che molti fanno male a declassare a piccola polemica estiva.

Apparteniamo a quella generazione che certo ricorda come non fosse agevole doversi recare – su strade che erano ancora meno praticabili di quelle di oggi – per ogni cosa a Catanzaro e quindi l’ottenuta autonomia dalla provincia madre fece piacere a molti. Si pensava inoltre – e non a torto – che l’istituzione di uffici e servizi decentrati avrebbe certamente fatto bene al tessuto sociale e all’economia della nuova città capoluogo. Si pensava infine – e anche qui a ragione – che l’affrancamento da Catanzaro avrebbe consentito di curare meglio i nostri interessi in una pluralità di settori: dall’agricoltura alle infrastrutture, dai beni culturali alla viabilità.

E che il vibonese avesse una sua specificità all’interno dei territorio che compongono la Calabria nessuno lo può negare. Insomma la decisione di istituire quella nuova provincia non fu un atto campato in aria ma si basava su una serie di giuste intuizioni che il legislatore del tempo aveva fatto proprie. Quali erano queste?

Innanzitutto la peculiare vocazione turistica. Il vibonese – secondo il rapporto stilato ogni anno da Touring Club e Banca Intesa – da solo, accoglie il 27.1% delle presenze turistiche dell’intera Calabria superando di oltre dieci punti la provincia di Catanzaro (17.1%) e ampiamente quelle di Crotone (12.6%) e Reggio calabria (8.4%), collocandosi appena pochi punti percentuali sotto la provincia più grande, quella di Cosenza (34.8%).

Il vibonese inoltre, racchiude al suo interno una pluralità di comprensori (Serre, Alto Mesima, Pizzo/Angitola, Costa, Monte Poro) e di centri urbani (50 in tutto) che custodiscono innumerevoli beni culturali di grande pregio: dal Settecentesco castello dei Ruffo e dalla Giudecca di Nicotera (una delle più importanti e grandi della calabria) al castello Araganose e alla Chiesetta di Piedigrotta di Pizzo calabro; dai musei, dalla Biblioteca calabrese e dai ruderi del convento dei Domenicani di Soriano ai palazzi del centro storico ella Certosa di Serra San Bruno, dal Santuario di Santa Maria dell’Isola sul promontorio e dal Convento della Pietà a Tropea al parco archeologico di Mileto; dagli insediamenti rupestri di Zungri ai resti delle mure greche e al complesso di Santa Chiara a Vibo. Solo per citare degli esempi, perchè non basterebbe questo articolo per fare tutto l’elenco.

A ciò aggiungiamo il patrimonio artistico e quello immateriale di un territorio ricco di miti, leggende e di storia: dai normanni agli angioni, dagli aragonesi al decennio napelonico. Senza contare poi il patrimonio religioso di riti antichissimi e suggestivi.

Ma il vibonese non è solo un gigantesco museo all’aperto. Il suo territorio, da tempo immemorabile ,si presta all’agricoltura e alcuni suoi prodotti sono apprezzati e conosciuti in tutto il mondo: dalla celebre ‘nduja di Spilinga alla Cipolla rossa di Tropea. E lo stesso racchiude attività imprenditoriali di spessore come Caffo a Limbadi e Callipo e Sardanelli a Pizzo, senza contare l’ampio numero di piccole imprese che costituiscono l’ossatura della sua economia.

Il vibonese è poi anche un territorio con un ambiente naturale unco dove in un ora di macchina si può spaziare dalle splendide spiaggette di Capo Vaticano ai boschi delle Serre; dalla riserva naturale dell’Angitola alla vallata del Mesima. Un territorio che quindi racchiude ancora notevoli potenzialità di sviluppo in chiave turistica.

E allora ben si capisce – al netto di improvvise dichiarazioni – che spazzare tutto questo per ridiventare un appendice di Catanzaro, per colpa anche di una riforma degli enti intermedi fatta a metà e male, non porterebbe a nulla. Le province in fondo costavano solo 0.8 milioni di euro su una spesa statale complessiva di oltre 800 miliardi di euro e comunque sono rimaste anche dopo la cosiddetta riforma.

Certo la nostra provincia presenta molte criticità aggravate spesso da un classe dirigente spesso inadeguata e litigiosa ma i problemi ci sono anche per essere risolti. Quali sono questi problemi? Di sicuro quello di fare una riforma dell’ente intermedio veramente efficace dando alla provincia fondi e competenze su un ventaglio di materie essenziali, preciso con esclusivi compiti di coordinamento e poteri di intervento solo laddove i comuni non ce la possono fare da soli. Va poi rivisto l’assetto territoriale: cinquanta comuni sono troppi per una popolazione in continuo calo che conta appena 165mila anime. Va perciò colta l’occasione data dalle recenti normative, stimolando le fusioni o quantomeno i consorzi tra comuni per mettere insieme i servizi essenziali. Lo impone non solo l’economia – visto che i comuni che si uniscono godrebbero di sostanziosi benefit economici – ma anche la demografia: in 50 anni, ben dodici comuni hanno perso più del 50% della loro popolazione mentre altri sette hanno subito una perdita compresa tra il 40 e il 50% e altri sei tra il 30 e il 40%. I comuni stessi dovrebbero poi essere obbligati a progettare insieme e i bandi regionali dovrebbero essere fatti secondo questo principio.

Ovviamente non va sottovalutata la questione della sicurezza e della legalità. Vanno potenziati il Tribunale e i presidi delle forze dell’ordine (sopratutto nelle zone ad alta densità criminale)  ma razionalizzando anche quelli esistenti. Tutti i comuni devono essere videosorvegliati. I protocolli e le varie buone pratica di legalità devono essere rafforzati. Vanno incentivati i progetti nelle scuole. Infine va fatta un azione di pressione sul legislatore nazionale affinché riveda la normativa sullo scioglimento dei consigli comunali magari istituendo commissioni che monitorino e accompagnino l’attività dei comuni a rischio o già fatto oggetto di scioglimento.

Un altra questione chiave è quella della sanità. Non vogliamo ripercorrere qui i passaggi e le scelte del passato ma è chiaro che il vibonese ha bisogno di un ospedale nuovo, accogliente, adeguato agli standard di sicurezza. A questo vanno affiancati 4/5 presidi territoriali per il primo soccorso ognuno dotato almeno di un autoambulanza e che facciano capo ad un 118 posto in grado di soddisfare i bisogni di una popolazione così ampia.

Un capitolo a parte lo meritano le scuole e la viabilità. La regione deve implementare le risorse per adeguare le nostre scuole dal punto di vista della sicurezza. Così come vanno completate le infrastrutture. La nostra rete viaria è scadente e pericolosa. ma anche qui bisogna uscire dalla logica degli interventi a pioggia – un chilometro lì e tre chilometri là – per accontentare l’amico o il sindaco di turno. Va fatto un piano di investimenti con pochi progetti fattibili. Ad esempio una strada del mare che unisca le città della costa è una esigenza ineludibile così come il completamento della Trasversale delle Serre e il suo prolungamento sull’asse Serra-Soriano-Tropea. Aggiungiamoci poi altri sette o otto interventi urgenti più locali ma facciamoli.

Un altro capitolo è lo sviluppo. Anche qui le risorse non mancano -vedi il recente decreto per il Sud – ma o non vengono utilizzate o vengono distribuite a pioggia. Eppure si potrebbe: sviluppare la filiera agroalimentare puntando su pochi ma selezionati prodotti; attivare una politica di sviluppo turistico puntando sulle nuove forme: turismo sostenibile, turismo culturale, turismo sociale; Avviare un grande, unico, progetto di valorizzazione del patrimonio culturale articolato non per territori ma per materia: (archeologia, chiese, palazzi storici, musei, ecc).

Ovviamente per fare questo serve anche una classe dirigente. E questa lo sappiamo non si costruisce dall’oggi al domani. ma il vibonese è pieno di gente competente, nelle associazioni, nel mondo dell’impresa e della cultura, persino negli stessi partiti. Vanno pertanto riaperte le sezioni dei partiti e la loro rete di associazioni collaterali, va avviato, in ogni comune, un serio piano di partecipazione popolare affinchè il cittadino sia parte attiva del processo politico (gli strumenti non mancano: forum comunali delle associazioni, consulte del commercio, corpi comunali degli assistenti civici, incontri di quartiere o di frazione, organismi di gestione di musei, biblioteche, comitati studenteschi delle scuole, ecc) e vanno poste in essere delle campagne di ascolto delle popolazioni locali: il consiglio provinciale può dedicare delle sessioni speciali a ciascun comprensorio e tenerle lì in loco a Nicotera, Pizzo, Serra, Tropea, Nicotera, Soriano; i consigli comunali di ciascun comprensorio possono essere convocati in forma congiunta alcune volte all’anno; possono essere attivati organi consultivi con diritto di proposta in settori come l’economia e la cultura composti da uomini e donne scelti in base al loro reale apporto all’economia o alla cultura del territorio del territorio provinciale.

Ma dobbiamo lottare, non ripiegarci nell’inutile parodia del lamento o fare come coloro che annunciano da anni l’inevitabile ruina del vibonese solo perchè quando questa accadrà potranno poi dire con spocchiosa baldanza “Ecco vedete, noi ve lo avevamo detto”. Nessuno nega che i tempi sono duri ma quando mai sono stati clementi? Si stava forse bene negli anni 70 con lo shock petrolifero, l’austerità e il terrorismo? O si stava forse meglio negli anni 90 quando per un pelo lo stato evitò la bancarotta e scoppiò Tangentopoli?  E  la vita stessa di ognuno di noi è forse lineare? Non è fatta di alti e di bassi, di gioie e di problemi?

Questo giornale è anche nato per far scoprire e valorizzare le tante risorse che abbiamo. E noi continueremo che vi piaccia o meno. E se commetteremo – tutti insieme – come vibonesi – l’errore di continuare ognuno a coltivarsi il proprio orticello e a tapparci le orecchie di fronte al “grido di dolore” che giunge dai tanti paesi della nostra terra fino addirittura a postulare una ipotetica secessione di questo o di quel pezzetto, allora vorrà dire che ci saremo meritati la nostra triste sorte. Ma se siamo davvero figli di questa terra – è la domanda cruciale – abbiamo il fegato di tradirla in questo modo?

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