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Joppolo. Un minuto di “chiasso” per il consigliere comunale Taccone….

E’ accaduto il 17 novembre in occasione della morte del boss Totò Riina, ma solo oggi si alzano gli scudi da parte del Codacons e non da parte degli amici di facebook di Mimmo Taccone che nel leggere il suo post “Un minuto di silenzio X lo zio Toto” non si sono indignati. Mimmo Taccone ha 23 anni, ma questo non giustifica il suo gesto, essendo lo stesso prima di tutto maggiorenne e poi, istituzionalmente, un Consigliere Comunale di Joppolo nel vibonese.

Le attenuanti sul gesto idiota, e mi limito a tale definizione perché rifiuto di pensare che la frase potesse rappresentare un suo convincimento esplicito, mentre ritengo volesse sottintendere una stupida ironia in un gesto impulsivo di eccitazione somatica di tipo froidiano, come spesso accade nei social tipo Facebook. Un ottundimento social, che ti prende e fa scrivere la cazzata della giornata ai Mimmo Taccone di turno.

Detto questo, ripeto il gesto non si può giustificare atteso che il giovane Mimmo Taccone è un consigliere comunale e le prerogative elettive gli proibiscono questi inciuci. Imparerà che un consigliere è un pezzo di Stato, come riconosciuto nella carta costituzionale dove include gli enti locali. Un pezzo di Stato non può macchiarsi di tale idiozia specie se rappresenta una carica elettiva in un comune in precedenza sciolto per mafia, ne consegue che le dimissioni sono il gesto riparatore istituzionale necessario ed inevitabile, fermo restando il fatto che tale idiozia lo marchierà ormai a vita.

Adesso le cassandre di turno si agiteranno sulla spinta del Codacons e poi, come sempre, si eclisseranno in attesa di riemergere con il prossimo idiota di turno. Quello della indignazione è una pratica molto usata da chi è in buona fede, ma anche e spesso, da chi la buona fede non sa dove abiti. Il minuto di silenzio è ormai passato e dovremmo pensare alle ore, ai giorni e agli anni che necessitano di indignazione contro la mafia che ormai impera in Italia e non solo in Sicilia, Calabria, Campania e Puglia. Mafia Capitale ci ha fatto scoprire anche una Roma corrotta, sporca e compromessa.

La Mafia paga in termini di ricchezza illecita, ma non paga in termini di libertà, di vita da dedicare ai propri affetti familiari; insomma un mafioso è un uomo moralmente fallito, sia come marito che come padre, non avendo il tempo ne la libertà di goderseli, neanche di assaporare gli istanti della loro crescita. Un mafioso è sempre uno costretto a vivere con la paura di un arresto e con la sua vita sciupata in carcere, oppure di essere ucciso, ancor peggio se per mano di amici che lo tradiscono, ma anche un uomo perdente quando da latitante in bunker o rifugi in montagna è costretto a vivere come un animale.

Ma tutto questo, sbagliereste a pensate che se lo leggesse un mafioso, questi si indigni o rifletta sul senso delle parole. No. Un mafioso è un uomo che ha fatto una scelta consapevole, si è messo contro lo Stato, calcolando il rischio che corre. Definirlo delinquente comune, delinquente organizzato, criminale, mafioso, terrorista, ecc, sono aggettivi che non lo toccano, non lo scalfiscono anzi, lo rafforzano. Un mafioso mira solo al potere e al rispetto. Due riconoscimenti che se gli vengono meno, ha fallito e va in depressione. La mafia purtroppo, viene combattuta con armi spuntate da parte dello Stato, ideologicamente allorquando distingue il mafioso per aggettivi e/o per categorie, mentre per vincerlo necessita combatterlo stroncandogli il potere, togliendogli il rispetto che la gente gli tributa.

Il potere si combatte privandolo della libertà una volta incarcerato senza attenuanti, mentre il rispetto si toglie facendogli terra bruciata intorno al suo habitat, tagliandogli i legami con il suo territorio, humus ideale per l’esercizio della goduria del rispetto altrui, oppure richiudendolo in casa agli arresti domiciliari, dove a poco a poco si troverà anche la moglie contro, incominciando ella a non sopportarlo più, vedendoselo ogni istante in casa. Un tempo vigeva il confino, obbligando il mafioso lontano dalla sua terra e fuori dal contesto della sua cultura mafiosa. Ma questi erano altri tempi.

Quando lo Stato deciderà di sconfiggere la Mafia, questa scomparirà. Diversamente, trotteranno le associazioni antimafia, i magistrati che ci marciano, gli inquirenti corrotti, la gente collusa. Rimarranno sempre quei pochi e validi eroi, spinti dal senso dello Stato e dalla loro integrità morale, gente rara che rimarrà a combattere finche lo Stato li proteggerà…non lasciandoli poi soli come spesso in passato è accaduto. Falcone e Borsellino, ma anche Livatino, Della Chiesa e tanti altri prima di loro, sono doppiamente martiri: della mafia che li ha uccisi e dello Stato che non ha voluto e saputo proteggerli.

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