Il tumulto anti-giacobino a Nicotera, il 14 febbraio 1799.

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Andrea Coppola era un giovane avvocato – forse iscritto alla massoneria – che insieme ad altri amici liberali, lavorava per emancipare il popolo nicoterese dalle servitù feudali della Nicotera di fine 700, dove erano penetrati i messaggi dell’epoca dei Lumi. Questa sua inclinazione, gli dovette alienare molto simpatie e l’invidia di coloro che – spesso per interesse – tendevano a difendere, anche in loco, l’ancieme regime e che lo additarono come repubblicano. Un fatto all’epoca molto pericoloso, visto che la gente del tempo, considerava la repubblica come l’ultimo grado dell’umana depravazione, una idea che veniva spesso accostata all’anarchia. E non passò molto tempo – ci dice il Corso – che i bargelli comitali (specie di capitani militari incaricati di mantenere l’ordine pubblico, presenti fin dal medioevo in molte città italiane), sobillassero la plebe affinchè dessero addoso al Coppola in quanto “pervertitore dell’ordine pubblico”.

L’occasione propizia capitò nella mattinata del 14 febbraio 1799 – data destimata a restare simbolo d’infamia per la città – allorquando, presso la spiaggia dove ora si trova Nicotera marina , sbarcarono dei militi (forse sanfedisti ai comandi del Cardinale Ruffo ma la cosa non è certa) che vennero scambiati per dei rivoluzionari. La plebe li circonda, e li porta davanti il governatore della città, il dott. Luigi Rascaglia, il quale però afferma che non vi erano motivi per cui i suddetti militi potessero essere tratti in arresto.

La plebaglia cittadina allora, urla, inveisce, proferisce ingiurie all’indirizzo del governatore e presa da un autentico furore, appicca il fuoco alla Casa comitale – che era collocata tra l’angolo diruto del Castello e la casa di mons. Brancia, ove in tempo di carnevale si soleva alzare il Maio – bruciando tutti i registri dell’università con gli atti civili e parlamentari: una perdita enorme.

Udendo il tumulto, Andrea Coppola, affacciò dalla loggetta di casa sua cercando di calmare gli animi ma la plebe indirizza ora verso di lui i suoi strali. Comprendendo che tira una brutta aria, Coppola si rinserra dentro casa ma una folla sterminata scardina le porte e gli entra dentro, trascinando per strada il suo amico e ospite Fabrizio Lupari di Palmi che viene selvaggiamente percosso e ucciso. Il Coppola, per salvarsi, tenta di scappare dalla loggetta ma viene fulminato da un colpo di archibugio sparato, dalle mura del castello, da Domenico Cicala.

Il corpo resta sul selciato e sul luogo giunge il fratello del moribondo, il teologo D. Francesco Coppola. Inizia a piovere e qualcuno invita il sacerdote a coprirsi il capo ma lui da una risposta memorabile (“Non fa nulla, mi copre Iddio”) e trasferito il congiunto in casa di Giuseppe Brancia, lo fa munire dei conforti religiosi dall’economo Francesco Antonio Jannello.

Appresi i fatti, il vescovo Marra nell’omelia della Domenica, rimproverò il popolo per l’orrendo delitto, biasimando gli istinti feroci delle plebi che, comprate, spesso gridan morte. Il Caristima, maestro ed amico dell’ucciso, ne decorò la bara con un epigrafe, nella quale, biasimando l’invidia dei faziosi, ricordava il truce avvenimento a disonore del paese tutto.

Neppure sette anni dopo, anche in Calabria, con l’arrivo dei francesi, l’ancieme regime si sgretolava proiettando la penisola in una nuova e avvincente fase della sua storia.

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