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Il messaggio per la Santa Pasqua 2018 del vescovo Mons. Luigi Renzo.

Proponiamo ai lettori di Mediterraneinews.it, il test integrale del mesaggio pasquale – intitolato “Alla scuola del Risorto per tornare ad ardere di fede” – del vescovo della Diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea mons. Luigi Renzo.

Carissimi, la Pasqua di Risurrezione di Gesù è l’evento decisivo per i cristiani e per l’umanità intera. Essa ricorda a tutti che è giunto il tempo di venir fuori dal buio della tomba per lasciarci sfolgorare dalla luce del “Primogenito” della nuova creazione. Testimoni diretti ed accreditati sono i discepoli, anche se sulle prime non mostrano di aver capito le Scritture e ritardano a prendere coscienza dell’evento.

Le prime ad accorgersi di quanto era accaduto furono le donne, accorse al sepolcro la mattina di Pasqua. A loro l’Angelo rivolse parole orientative e per certi versi provocatorie: “Perché cercate tra i morti Colui che è vivo? È risorto, non è qui!”. Nemmeno per loro fu facile entrare nel mistero, perché di mistero grande si trattava. La Risurrezione resta sempre un fatto razionalmente fuori della logica.

Anche per noi oggi, malgrado siano passati tanti secoli, la Risurrezione non resta un mistero? Non diamo spesso l’impressione di non avere assimilato questo annuncio fondamentale per la vita cristiana o per lo meno che non ne abbiamo colto fino in fondo la forza dirompente? Dobbiamo riconoscere che il più delle volte col nostro stile di vita, per così dire rilassato, diamo proprio a vedere che la Pasqua sia solo una data del calendario che non ci tocca dentro più di tanto, indaffarati e presi come siamo nelle nostre cose da fare e dagli scopi che ci prefiggiamo di raggiungere.

Il mio augurio è che le cose vadano diversamente e che l’esortazione preoccupata di Papa Francesco all’inizio della Quaresima non sia caduta nel vuoto. Il Papa ci ha sollecitati a non andare dietro ai tanti “falsi profeti”, agli “incantatori di serpenti”, capaci solo di confondere il cuore e di annebbiare la coscienza, di allentare le idealità e quel che è peggio di raffreddare e soffocare le nostre certezze. I segni più evidenti di questo congelamento dell’amore “sono l’accidia egoista, il pessimismo sterile, la tentazione di isolarsi, la mentalità mondana dominante che induce ad occuparsi solo di ciò che fa apparire” (cf Messaggio del Papa).

In questa luce, continuare di fatto come se in quel giorno di Pasqua di 2000 anni fa nulla fosse accaduto, è svilire l’atto supremo con cui Gesù ha voluto dimostrarci il suo amore infinito. Comportarci “come se Dio non esistesse” è lo stesso che misconoscere l’importanza di quell’atto d’amore redentivo, per il quale noi creature non dovremmo mai smettere di ringraziare il
Creatore. Al contrario, vivere “come se Dio esiste” stimola alla dimensione giusta in quanto proietta l’uomo nella sfera della dignità delle nostre persone e della nostra divina figliolanza, ottenutaci proprio da Gesù dall’alto della Croce e dalla successiva Risurrezione da morte. Chi fa di Dio il centro vitale di se stesso, si libera della paura e dell’ansia delle cose per entrare in un circuito virtuoso di risurrezione e di trascendenza che ne qualifica l’esistenza e le prospettive.

La vita, gli affetti e tutto l’insieme dell’esistenza vengono recepiti e vissuti come dono per sé, ma anche da condividere con gli altri in una visuale di libertà, di responsabilità e di gratuità condivisa. E tutto questo sul modello di Cristo Risorto, che non ha trattenuto nulla per sé, ma ha effuso tutto per l’umanità senza risparmio di energie, spendendo fino all’ultima goccia di sangue: “Uno dei soldati gli trafisse il fianco e subito dalla ferita uscì sangue ed acqua” (Gv 19,34).

Con tale parametro di misura, il nostro modo di fare non può essere più secondo il principio del “come se Dio non esistesse”, che ci recluderebbe ancora nella tomba; ma del “come se Dio esiste”, che ci allarga la visuale alla dimensione della universalità e del tempo della vita da riempire in chiave di amore oblativo, gratuito, disinteressato e totale.

Chiamandoci a risorgere con Lui, Gesù ci convoca affabilmente a vivere l’esperienza del Tabor, vera esaltazione dell’umano, corresponsabilizzato dal Padre, perché presi per mano dal Figlio Gesù ci si incammini tutti verso la trasfigurazione del mondo e della vita personale e comunitaria. E Gesù non può che essere contento di condividere con noi il suo essere Figlio, amato e prediletto dal Padre. Da semplici figli dell’uomo, con Lui, ci trasfiguriamo e, risorgendo, ci trasformiamo in figli adottivi di Dio, protagonisti di una missione superiore, quella di Gesù morto e risorto per tutti.

Ricuperare il primato di Dio nella vita e “tornare ad ardere di fede”, ci induce a mantenere forte la convinzione che l’uomo ha bisogno di Dio e che nessuna cosa al mondo può prenderne il posto senza mortificare la sua stessa dignità di creatura privilegiata ed amata più di ogni altra cosa. “Non è la stessa cosa – ci esorta Papa Francesco – cercare di costruire il mondo con il Suo Vangelo piuttosto che farlo unicamente con la propria ragione”, perché “uniti a Gesù, cerchiamo quello che Lui cerca, amiamo quello che Lui ama” (cf Evangelii gaudium, nn. 266-267). E ciò che spinge Gesù all’azione è solo amore di donazione piena, fino a dare la vita (“usque ad sanguinem”).

Il clima bello del cammino sinodale che stiamo vivendo in diocesi ci dà una chiave di lettura importante per sentirci parte di un tutto, membri vivi e vitali di una comunità che sta riscoprendo la gioia di esserci e di volerci essere senza remore e senza smarrimenti davanti alle resistenze sempre operative ed attente nel volerci togliere la gioia di aver investito tutto su Gesù, trionfatore sulla morte e sul male, oltre che icona inconfondibile della novità di vita capace di cambiare le dialettiche perverse dell’egoismo e dell’individualismo corrotto e corruttore.

Cosa ci aspetta dopo questa Santa Pasqua? Cosa vogliamo fare ed essere dopo aver incontrato il Cristo della Risurrezione? Ricordiamo quello che hanno fatto le donne dopo aver incontrato il Risorto la mattina di Pasqua: “Lasciarono il sepolcro e andarono a raccontare ai discepoli e agli altri quello che avevano visto e udito” (Lc 24,9). L’amore, cioè, è diffusivo, non mantiene per sé gelosamente.

Auguro a tutti una vera Pasqua di Risurrezione con Gesù capofila verso gli orizzonti di una fede rinnovata in grado di cambiare i nostri volti talvolta ancora assonnati. Cristo è Risorto! È veramente Risorto! Alleluia!

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