LE MANI DEL BORGO. UNA LEGGENDA DI NICOTERA

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Francesco Chirico

Tra mito e memoria: un filo invisibile tra passato e presente, terra e mare, uomo e leggenda Sul crinale della Costa degli Dei, dove il Tirreno si stende come uno specchio d’argento e il vento porta con sé l’aroma dei fiori d’arancio e della salsedine, sorge Nicotera, un borgo antico che custodisce storie di mani laboriose, di vite intrecciate tra terra e mare. Qui ogni pietra ha memoria, ogni vicolo è un filo che lega il passato al presente, e ogni oggetto creato da antichi artigiani sembra possedere un’anima propria.

Si narra che gli artigiani di Nicotera fossero discendenti di ninfe marine e contadini delle colline: figli del mare e della terra, capaci di catturare la luce del sole e il profumo degli agrumi nelle loro mani. Ogni mattina, prima che il sole si alzasse sulla costa, le tessitrici aprivano le finestre delle loro botteghe e lasciavano entrare l’aria dolce dei fiori d’arancio. I fili di lino e cotone tremolavano al ritmo del vento e delle onde, e le mani delle donne intrecciavano motivi geometrici e floreali che raccontavano stagioni di raccolti, feste di paese e promesse di matrimonio. Si racconta che chi dormiva vicino a un tessuto appena finito potesse sentire i ricordi delle generazioni precedenti, come un sussurro nel cuore.
Nei cortili ombrosi, dove il sole filtrava tra i tetti rossi, i maestri del legno scolpivano ulivo e quercia. Con sgorbie affilate e martelli leggeri, trasformavano tronchi grezzi in sedie che sembravano danzare, botti che conservavano il vino come un segreto, manici di attrezzi che portavano con sé la forza della terra. L’odore intenso del legno si mescolava a quello della salsedine e del mare vicino, mentre i colori naturali – dal bronzo al verde muschio, dal giallo ocra al marrone caldo – riflettevano il paesaggio circostante.
La leggenda racconta che, durante le notti di luna piena, i mobili scolpiti dalle mani degli artigiani prendessero vita e sussurrassero storie antiche ai bambini che passavano vicino ai cortili. I cestai, figure instancabili e sorridenti, intrecciavano vimini, canne e giunchi, creando cesti che raccoglievano non solo olive e fichi, ma sogni e segreti di intere famiglie. Ogni nodo era una promessa, ogni intreccio un legame invisibile tra l’uomo e la terra. E quando i pescatori tornavano dalla costa tirrenica, le reti ancora bagnate di mare venivano riparate con pazienza millenaria. Il rumore dei nodi che si stringevano, il canto delle onde e il richiamo dei gabbiani creavano una melodia unica, che sembrava racchiudere l’intero spirito della comunità.
Nei giorni di festa il borgo si trasformava. Le botteghe si illuminavano di candele tremolanti, i fiori d’arancio e i colori d ei tessuti creavano una tavolozza viva, e i ferri roventi dei fabbri scintillavano come stelle cadenti.I maestri del ferro e del rame creavano croci, medaglioni e piccoli gioielli devozionali, e ogni scintilla che si alzava dalla fucina era un desiderio sospeso, un sogno che prendeva forma tra le mani degli artigiani. Si dice che chi riceveva un oggetto forgiato in quelle notti potesse sentire il battito del cuore di Nicotera nel proprio petto.
Con il passare del tempo, le leggende crescevano. E così si raccontava di tessuti che cambiavano colore alla luce del sole, di cesti che proteggevano chi li portava dalle tempeste, di sedie che accoglievano i viaggiatori stanchi con un calore speciale, come se il legno stesso ricordasse la fatica e l’amore di chi lo aveva lavorato. Le mani degli artigiani, stanche e forti, erano considerate sacre: capaci di trasformare ciò che era semplice in eterno, di imprimere nella materia la memoria della terra e del mare.
Ancora oggi chi passeggia tra le viuzze di Nicotera può percepire questa magia. Le porte di legno, le finestre ornate di fiori d’arancio, i cortili silenziosi raccontano storie di un’arte che vive oltre il tempo. Ogni oggetto, ogni intreccio, ogni pezzo di legno o di ceramica custodisce un frammento di memoria, un battito del cuore di quel borgo sospeso tra cielo e terra, pronto a sussurrare la sua leggenda a chi sa ascoltare.
Francesco Chirico
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