Rende (14.1.2026) – “Lo sguardo corto delle élite: intelligence e decisioni pubbliche” è il titolo della lezione tenuta da Lorenzo Ornaghi, insigne politologo e già Ministro dei beni e delle attività culturali, al Master in Intelligence dell’Università della Calabria diretto da Mario Caligiuri.
L’intervento di Ornaghi si sviluppa come una riflessione ampia e articolata sul concetto di sicurezza e sul sistema delle regole dell’intelligence, collocandoli nel contesto storico, politico e costituzionale contemporaneo. Il punto di partenza è lo scenario internazionale attuale, profondamente mutato negli ultimi anni: la geopolitica globale è segnata da un ritorno delle politiche di potenza, dal riemergere di conflitti aperti e da una crescente tensione tra democrazie liberali e regimi autoritari o autocratici. In questo quadro, figure politiche centrali a livello mondiale mostrano, seppure in modi diversi, una scarsa adesione ai principi democratici, rendendo più fragile l’equilibrio internazionale costruito nel secondo dopoguerra.
In tale contesto, Ornaghi sottolinea il ruolo cruciale dell’intelligence, intesa non solo come strumento operativo, ma soprattutto come “scienza della comprensione”: un insieme di pratiche e analisi volte ad aiutare decisori politici e istituzioni a interpretare la realtà e ad anticipare scenari futuri. Studiare l’intelligence, dunque, non significa limitarsi all’esame delle regole formali, ma comprendere le logiche profonde che orientano la sicurezza nelle società contemporanee.
A tal fine, si chiarisce sin da subito che parlare di “regole dell’intelligence” non può ridursi a un approccio meramente giuridico-formale. Sebbene, infatti, l’accezione più comune e tradizionale di “regola” rimanda inevitabilmente a leggi, procedure, obblighi e divieti, questo livello non è sufficiente a spiegare la complessità del fenomeno. Per comprendere davvero il sistema delle regole che disciplinano l’intelligence, è necessario interrogarsi prima sul concetto di sicurezza, che rappresenta la precondizione teorica e culturale di ogni disciplina normativa in materia.
In quest’ottica, pertanto, Ornaghi ripercorre l’evoluzione storica del concetto di sicurezza, che nasce in epoca moderna, nel XVII secolo, con filosofi come Thomas Hobbes. In Hobbes, la sicurezza è legata alla necessità di proteggere la comunità dal pericolo, anche a costo di una forte concentrazione del potere. Con John Locke e, successivamente, con l’Illuminismo e la Rivoluzione francese, il tema della sicurezza si intreccia sempre più con quello della libertà e dei diritti individuali. Da qui prende forma la dialettica fondamentale tra autorità e libertà, che attraversa tutta la storia del pensiero politico e giuridico moderno.
Tradizionalmente, questa dialettica è stata rappresentata come un equilibrio a somma zero: più autorità comporta meno libertà e viceversa. Ornaghi, però, dimostra come questa visione sia oggi superata. In molte situazioni contemporanee, l’esercizio dell’autorità può coincidere con la tutela di diritti fondamentali, come nel caso delle misure adottate per garantire l’incolumità delle persone. La sicurezza non è quindi soltanto una limitazione della libertà, ma può diventare una sua condizione di possibilità.
Il dibattito giuridico contemporaneo offre almeno tre diverse concezioni della sicurezza: come precondizione di tutti i diritti; come “sicurezza dei diritti”, cioè come risultato della loro piena garanzia; come vero e proprio diritto sociale, che deve essere bilanciato con gli altri diritti costituzionali. È quest’ultima prospettiva quella che consente di leggere la sicurezza come un diritto dei cittadini, inserito in un sistema di equilibri e non in una logica di contrapposizione assoluta.
Ornaghi evidenzia poi le trasformazioni profonde che hanno investito il concetto di sicurezza negli ultimi decenni. Innanzitutto, la sicurezza non può più essere affrontata con un approccio monodisciplinare: accanto al diritto e all’organizzazione statale, assumono un ruolo decisivo la sociologia, la criminologia e lo studio degli stili di vita. Inoltre, è ritenuta ormai superata la distinzione netta tra sicurezza interna e sicurezza internazionale, così come quella tra safety e security. Globalizzazione, terrorismo, mobilità di massa e tecnologie digitali hanno infatti reso questi ambiti sempre più interdipendenti l’uno dagli altri.
Un altro elemento centrale dell’intervento è poi il ruolo della tecnologia: cyber security, guerra ibrida, guerra cognitiva e uso dei social media hanno radicalmente cambiato, negli ultimi anni, il panorama delle minacce. A ciò si aggiunge l’esperienza della pandemia da Covid-19, che ha mostrato come la sicurezza possa estendersi a settori tradizionalmente estranei, come la sanità, i trasporti o la scuola. Infine, Ornaghi insiste sulla distinzione tra sicurezza reale e sicurezza percepita, spesso divergenti, e sul ruolo decisivo dei media nel modellare le paure collettive.
Dal punto di vista costituzionale, la sicurezza è un bene giuridico che appartiene allo “Stato comunità”, come affermato dalla Corte Costituzionale. Questo significa che la sicurezza non è un interesse esclusivo dell’apparato statale, ma un valore connesso ai diritti dei cittadini. Le politiche di sicurezza, pur potendo comprimere alcune libertà, non possono mai contraddirle e devono sempre rispettare i principi fondamentali del costituzionalismo democratico.
In conclusione, Ornaghi definisce l’intelligence come uno strumento essenziale per la tutela degli interessi fondamentali della Repubblica, distinto dalle attività di law enforcement e vincolato a un sistema di regole che ne garantisce legalità, controllo democratico e rispetto dei diritti. Solo partendo da una comprensione profonda e non banalizzata del concetto di sicurezza è possibile valutare in modo critico e consapevole il funzionamento e l’evoluzione delle regole dell’intelligence nelle democrazie contemporanee.




