INTELLIGENCE, SOLANGE MANFREDI AL MASTER DELL’UNIVERSITÀ DELLA CALABRIA: “LA LEGGE DECIDE IN PARTENZA CHI VINCE E CHI PERDE. LA MANIPOLAZIONE DEL DIRITTO DETERMINA L’ORDINE MONDIALE”.

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Rende (13.1.2026) – “La guerra normativa: questa sconosciuta?” è il titolo della lezione tenuta da Solange Manfredi, giurista, saggista ed esperta di diritto internazionale, al Master in Intelligence dell’Università della Calabria, diretto da Mario Caligiuri.

Manfredi ha definito il concetto di “guerra normativa” come l’uso strumentale e strategico del mezzo legale da parte degli attori geopolitici (Stati, organizzazioni internazionali, gruppi transnazionali, ecc.) per il perseguimento dei propri interessi.

In particolare, tali pratiche consistono nella manipolazione e nell’abuso del diritto per raggiungere scopi non originariamente previsti dalle norme.

A livello internazionale, la nozione di “lawfare” è divenuta oggetto di studio accademico dai primi anni 2000 negli Stati Uniti d’America.

Il termine, il cui utilizzo è attestato dagli anni Settanta, è derivato dalla combinazione delle parole “law” e “warfare” e indica l’uso strumentale dei meccanismi giuridici da parte di attori statali e non statali per raggiungere obiettivi politici o militari.

A oggi la letteratura sull’argomento è caratterizzata dalla presenza di numerose dottrine; la comunità scientifica, segnala la docente, non ha ancora tuttavia raggiunto un consenso unanime sugli elementi fondamentali della definizione, precisando significato, attori e mezzi.

La docente rappresenta come l’attività stessa di normazione sia un’espressione di potere, laddove si decida di introdurre una norma oppure ci si astenga dal farlo. La scelta consapevole di non regolamentare un determinato fenomeno o ambito, sottolinea Manfredi, implica un’accettazione dei fatti e dei loro possibili sviluppi, contribuendo alla creazione di vuoti normativi suscettibili di sfruttamento e funzionali al vantaggio di alcune categorie di soggetti.

Sebbene il fenomeno sia di origine antica, nell’attuale periodo storico esso acquisisce una peculiare valenza a fronte di tre fattori principali: la sempre più frequente verificazione di periodi di vuoto normativo causata dalle evidenti difficoltà che lo strumento giuridico evidenzia nel recepire celermente i mutamenti sociali, tecnologici e geopolitici in un mondo globalizzato; la sistematicità nel ricorso al diritto come arma di conflitto internazionale; il cambiamento della tipologia di attori coinvolti nel fenomeno.

Un esempio particolarmente significativo, espone la docente, è rappresentato dall’utilizzo del diritto applicabile alle transazioni economiche transnazionali (ius mercatorum) per la tutela di privilegi di alcune categorie di attori economici privati. Non prevedendo l’obbligo di esaurimento dei mezzi di ricorso interni, l’istituzione di metodi stragiudiziali di risoluzione delle controversie ad azione diretta ha di fatto provocato la sottrazione volontaria dei casi ai tribunali ordinari, con la conseguente elusione delle normative previste dalle giurisdizioni locali e delle relative garanzie di tutela dei diritti della collettività.

Le decisioni assunte da questi organismi – spesso composti da specialisti in diritto arbitrale degli investimenti, ma del tutto estranei ad altre aree del diritto internazionale – hanno comportato, persino, esborsi di ingenti somme di denaro da parte di alcuni Paesi in funzione di principi incompatibili con il diritto sovranazionale e internazionale, con la conseguenza di arricchire le entità finanziarie private e limitare il potere di autodeterminazione politico ed economico degli Stati.

Il problema, chiosa Manfredi, è che – all’interno dei sistemi occidentali – ce ne accorgiamo tardi, quando l’arma della guerra normativa ha già dispiegato i suoi effetti malevoli.

La giurista distingue tre differenti tipologie di protocolli utilizzati per condurre la guerra normativa: a breve termine, a medio termine e a lungo termine.

I primi sono i più trattati e mirano al rapido ottenimento di risultati operativi. Un esempio è il caso del 2012 relativo al cargo russo “MV Alaed”, il quale è stato costretto a interrompere la consegna di elicotteri alla Siria a causa della revoca della copertura assicurativa.

I secondi, invece, sono funzionali all’ottenimento di obiettivi tattici di medio termine. Si annoverano tra essi le cosiddette sanzioni – pratica oggi abusata e utilizzata tanto per gli effetti che essa produce sulla storia politica del mondo, più che per la reale efficacia. Negli anni Duemila, ad esempio, l’ampliamento dell’embargo disposto dagli Stati Uniti nei confronti dell’Iran impose l’applicazione di contromisure alle Nazioni che avessero intrattenuto rapporti commerciali con quest’ultimo, di fatto comprimendone la libertà di autodeterminazione e incentivandoli ad allinearsi alle politiche americane, il cui obiettivo era di bloccare i commerci iraniani.

I protocolli a lungo termine, spiega Manfredi, sono i più pericolosi in quanto prevedono lo sviluppo di obiettivi strategici protratti negli anni in modo silenzioso ma provocando alla fine mutamenti radicali. Essi raggiungimi le loro finalità senza che i cittadini – e a volte i governanti – se ne accorgano.

Le operazioni di guerra normativa con l’utilizzo di protocolli a lungo termine, approfondisce la docente, avvengono considerando quattro elementi fondamentali. È necessario innanzitutto, pena il fallimento, esercitare un’influenza culturale calibrata sul lungo periodo, che deve “preparare” il territorio, modificando cultura e valori, al nuovo ordine che si vuole imporre. Si tratta di agire profondamente sul singolo e sulla comunità, portando ad una cognizione fondamentalmente diversa della natura e dello scopo del diritto, del modo di governare le nostre società, e più ancora dei valori e dei principi comuni. Un esempio è rappresentato dalla cosiddetta “guerra alle parole”, attraverso la quale si determina il campo semantico in cui è possibile pensare.

In secondo luogo, l’inserimento nelle istituzioni di figure allineate consente di eroderle svuotandole di contenuto, rendendole in ultima istanza delle mere sedi in cui si ratificano decisioni prese altrove. Ulteriori azioni sono compiute nei confronti delle professioni strategiche dello Stato, prevedendo meccanismi di cooptazione dei loro appartenenti, depotenziandole (ad esempio attraverso i cosiddetti “attacchi alle tariffe”) per soggiogarle e minarne l’indipendenza.

Infine, il controllo dell’università – luogo vitale per la formazione delle classi sociali – abilita in modo definitivo l’influenza sulla forma mentis, decidendo le narrative della realtà e della cultura professionale tramite, a esempio, selezioni e omissioni arbitrarie delle fonti scientifiche.

Secondo Manfredi, la vera debolezza dell’Occidente contemporaneo risiede nell’avere costruito un’architettura giuridica rappresentata da forme legali dai significati attribuiti in modo volutamente contraddittorio e ambiguo, al fine di poterli riempire dei contenuti più disparati ed, infine, pretendendo di esportare un tale sistema a livello internazionale.

Dato l’attuale contesto geopolitico caratterizzato dal conflitto sino-americano, mai prima d’ora si è reso così necessario lo studio della storia dell’uso e dell’abuso del diritto per poterne rilevare e prevenire le operazioni.

Esaminando la Cina, osserva la giurista, si può notare come la nozione di “guerra normativa” – indicata con il termine “falu zhan” – rappresenti un concetto strategico e dottrinale solidamente incorporato nella dottrina strategica cinese. Tale accezione è incorporata all’interno della più ampia dottrina delle Tre Guerre o “san zhan”, composta da elementi psicologici, informativi e legali.

Nell’attuale panorama internazionale, il modello giuridico cinese si pone come un’alternativa sostenibile, trovando pertanto un consenso proprio negli Stati nei quali si sono manifestati i limiti dei sistemi giuridici occidentali.

Manfredi, infine, analizza come in Italia si siano verificati nel tempo dei cambiamenti significativi: in primo luogo, l’egemonia americana (poi mediata dall’Unione Europea); in secondo luogo l’emergere dell’ordine cinese in seguito agli investimenti strategici effettuati nel Paese; infine, la progressiva perdita di sovranità interna e il cambiamento silenzioso degli assetti costituzionali.

Quest’ultimo punto, in particolare, si è realizzato sia attraverso la compressione dei principi contenuti nella carta costituzionale a garanzia di conformità a norme sovranazionali (in particolare finanziarie) che con la normalizzazione, nel segno della resilienza, del fenomeno del ricorso alla legislazione di emergenza, con conseguente spostamento del potere all’esecutivo.

Secondo Manfredi, pertanto, è possibile definire il sistema italiano come una “tecnocrazia deparlamentarizzata”.

La docente individua come la frammentazione normativa e la difficoltà di un monitoraggio amministrativo della produzione delle norme, la mancanza di riconoscimento del diritto come un settore strategico nazionale, il sottofinanziamento delle università e la sottorappresentazione dei giuristi italiani nei luoghi in cui si crea il diritto costituiscano dei fattori critici ai quali sarà necessario porre rimedio nell’immediatezza al fine di garantire la sicurezza del nostro Paese.

Quali soluzioni? Secondo Manfredi occorrono lo sviluppo di una coscienza critica e della capacità di lettura del diritto, la collocazione di persone consapevoli e formate nelle istituzioni nonché la costruzione di alleanze normative.

Ma, soprattutto, bisogna comprendere che il diritto per propria natura non è neutrale, ma è l’espressione di scelte politiche precise.

Il compito dell’analista di intelligence è di rendere visibili queste dinamiche, illuminando il decisore politico alla visione delle implicazioni profonde delle norme e offrendo gli strumenti per poterne effettuare, laddove necessario, la loro contestazione.

È essenziale, pertanto, non rendersi conto dell’esistenza della guerra normativa quando ormai i suoi effetti malevoli siano divenuti irreversibili.

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