Rende (23.1.2026) – “La cultura dell’altro. Conoscere gli Islam” è il titolo della lezione tenuta da Francesco A. Leccese, Professore associato di Storia dei Paesi Islamici all’Università della Calabria, nell’ambito del Master in Intelligence dell’Università della Calabria, diretto da Mario Caligiuri.
Leccese ha analizzato la storia del pensiero politico dell’Islam, l’evoluzione dell’islamismo e la genesi del jihadismo contemporaneo, facendo riferimento a un ampio apparato di riferimenti storici e dottrinali.
In apertura, ha proposto un inquadramento generale degli Islam, evidenziandone la natura plurale e fortemente eterogenea, una realtà complessa che si estende dal Nord Africa al Medio Oriente, dall’Asia centrale e meridionale fino al Sud-est asiatico.
Uno degli errori più diffusi, secondo il docente, consiste nel sovrapporre l’identità araba a quella musulmana, quando in realtà soltanto un musulmano su cinque è arabo e l’Islam, sotto il profilo demografico, si configura prevalentemente come una religione diffusa in Asia.
Anche all’interno della Lega dei Paesi Arabi, dove Islam e arabismo costituiscono i pilastri dell’unione, sono presenti rilevanti minoranze non arabe, come i berberi (in Marocco, Algeria, Tunisia e Libia) o i curdi (in Armenia, Iran, Iraq, Libano, Turchia e Siria), in alcuni frangenti storici in tensione con le maggioranze arabe.
Accanto a tali differenziazioni etniche, esistono anche significative minoranze religiose, come le diverse confessioni cristiane in Libano e negli Emirati Arabi Uniti.
L’India, inoltre, rappresenta il caso emblematico di un Paese con una delle più ampie popolazioni musulmane al mondo che vive in condizione di minoranza, superando il 10% del totale globale e attestandosi su circa 200 milioni di fedeli.
La lezione è poi proseguita con l’introduzione del concetto di islamismo, definito come un’ideologia a diffusione globale che promuove un progetto riformatore volto, in alcune sue correnti, all’instaurazione di un sistema islamico di governo della società. I movimenti islamisti rappresentano la forma organizzata dell’attivismo sociale e politico ispirato a tale visione.
In lingua araba, questo fenomeno viene espresso attraverso termini quali haraka islamiyya (movimento islamista), tayyar Islamiyya(corrente islamista) o sahwa islamiyya (risveglio islamista).
Questa concezione di Islam politico (islam siyasi) mira alla riforma dello Stato e della società sulla base della convinzione che solo l’istituzione di uno Stato islamico, fondato sulla sharia, possa garantire il benessere dei credenti.
Tale visione è tuttavia oggetto di ampio dibattito critico, poiché prefigura un ordinamento in cui i diritti assumono la forma di obblighi e la legge coincide con la trascrizione della volontà divina. Bassam Tibi (2013) ha paragonato uno Stato basato sulla sharia a una prigione in cui ai cittadini è richiesta una sottomissione totale in nome di Dio.
Le principali critiche riguardano l’interpretazione e l’applicazione della sharia, la compressione dei diritti civili e delle libertà di espressione, nonché la sistematica marginalizzazione della centralità di tematiche come la parità di genere e i diritti delle minoranze, spesso giustificata in nome dell’interesse generale (maslaha ‘amma).
L’islamismo si articola attraverso alcuni processi fondamentali. Il primo è la deculturazione, intesa come un processo di rimozione della storia (astoricità) che prende le distanze dall’Islam tradizionale. Il secondo riguarda la costruzione di un’identità islamica totalizzante, in cui l’Islam non è più soltanto una religione ma un sistema di vita onnicomprensivo. Il terzo e il quarto processo consistono rispettivamente nella reinvenzione selettiva della tradizione, mediante un uso mirato delle fonti (Corano e sunna), e nella reificazione dell’Islam, che da fede diviene oggetto identitario e ideologico (reificazione della religione).
Per comprendere la traiettoria dell’Islam contemporaneo, Leccese ha quindi affrontato il tema della concezione del tempo e della storia nella cultura islamica. La storiografia tradizionale distingue l’epoca pre-islamica, la jahiliyya, considerata come “età dell’ignoranza”: antecedente alla rivelazione coranica (610 d.C.) e alla predicazione del messaggio monoteistico del Profeta Maometto (570-632 d.C.).
Tra il 632 e il 661 d.C. si colloca l’età dei quattro Califfi “Ben Guidati”, periodo fondativo in cui i primi compagni del Profeta stabilirono le basi della comunità. Seguirono poi i grandi imperi califfali, Omayyade e Abbaside, che segnarono l’apogeo politico e culturale della civiltà islamica.
Questa visione ciclica e normativa del tempo storico alimenta il ricorrente richiamo al “ritorno alle origini” che caratterizza i movimenti successivi.
In risposta alla sfida della modernità occidentale emergono il Panislamismo e il riformismo islamico. Jamal al-Din al-Afghani (1838-1897) ne fu uno dei principali teorici, impegnandosi in una celebre disputa con Ernest Renan sulla compatibilità tra Islam e progresso scientifico.
Secondo al-Afghani, l’arretratezza del mondo musulmano derivava dall’abbandono della scienza; da qui la proposta di una civiltà islamica concepita come religione razionale universale ed entità geopolitica unitaria. In tale prospettiva, la storia musulmana veniva riletta come una sequenza di oppressioni occidentali, alimentando un internazionalismo anticoloniale strettamente connesso all’idea di nahda, ovvero “risorgimento”, “rinascita” della civiltà islamica. Il riformismo islamico, islah, troverà in Muhammad ‘Abduh (1849-1905) uno dei suoi esponenti di spicco: discepolo di Al-Afghani e maestro di Rida, ‘Abduh fortemente influenzato dal darwinismo sociale promuoverà un islam razionale e scientifico in grado, a suo dire, di confrontarsi con la modernità occidentale.
Dal riformismo di fine Ottocento si passa al Salafismo moderno (al-salafiyya), un movimento di rinascita che Rashid Rida (1865-1935) contribuì a strutturare, integrando elementi teologici e politici del Wahhabismo.
Il Salafismo promuove un’interpretazione rigorista che rifiuta ogni innovazione (bid‘a), condanna il sufismo e sostiene un ritorno esclusivo alle fonti originarie dell’Islam. Le sue radici risalgono al Medioevo, con Ahmad Ibn Taymiyya (1263-1328), che legittimava il jihad anche contro altri musulmani ritenuti devianti e auspicava una società impermeabile alle influenze esterne.
Nel Novecento, l’identità salafita si è consolidata attorno a principi quali l’esclusivismo religioso, il concetto di lealtà e ostilità (al-wala’ wa l-bara’), la hisba e la hakimiyya, ovvero la sovranità assoluta di Dio.
Il salafismo contemporaneo può essere classificato in tre principali correnti: i letteralisti-quietisti, contrari all’impegno politico; i riformisti, favorevoli alla partecipazione politica, come i Fratelli Musulmani; e i jihadisti, sostenitori della lotta armata contro regimi musulmani considerati apostati e contro l’Occidente.
La svolta radicale dell’islamismo si compie con Sayyid Qutb (1906-1966), che tra gli anni Cinquanta e Sessanta ne rielaborò profondamente l’impianto ideologico.
L’esperienza statunitense e la lunga detenzione sotto il regime di Nasser contribuirono alla maturazione di una visione fortemente conflittuale, incentrata sulla denuncia del “nemico interno” e sulla teorizzazione del jihad come strumento rivoluzionario per abbattere il dominio dell’uomo e instaurare quello di Dio.
Il jihadismo globale si è poi sviluppato attraverso tappe storiche decisive, dalla Guerra dei Sei Giorni (1967) all’invasione sovietica dell’Afghanistan (1979), fino all’emergere di figure come Osama Bin Laden (1957-2011) e Ayman al-Zawahiri (1951-2022), protagonisti di una campagna di attacchi contro obiettivi statunitensi negli anni Novanta e Duemila.
L’espressione più estrema di tale percorso è rappresentata dall’ISIS (Stato Islamico dell’Iraq e della Siria), la cui matrice ideologica è riconducibile ad Abu Musab al-Zarqawi (1966-2006). Sotto la guida di Abu Bakr al-Baghdadi (1971-2019), l’organizzazione si è progressivamente trasformata in una struttura pseudo-statale fondata sul salafismo jihadista, sull’uso sistematico della violenza e su una sofisticata strategia propagandistica, finalizzata alla proclamazione di un califfato globale.

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