INTELLIGENCE, LUCIANO ROMITO AL MASTER DELL’UNIVERSITÀ DELLA CALABRIA: “IL PERITO FA LA DIFFERENZA NELLE INTERCETTAZIONI E QUINDI NEI PROCESSI”

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Rende (9.2.2026) – “La linguistica forense nei processi di intelligence” è il titolo della lezione tenuta da Luciano Romito, professore di glottologia e linguistica presso l’Università della Calabria, e coordinatore dell’Osservatorio sulla Linguistica Forense (OLF) al Master in Intelligence dell’Università della Calabria, diretto da Mario Caligiuri.

Parlare italiano, spiega Romito, ci dà l’illusione di essere competenti nella lingua e quindi di essere in grado, ad esempio, di raccogliere, trascrivere e analizzare intercettazioni utilizzabili in un processo giudiziario. In realtà non è così: così come il saper mangiare non ci rende gastroenterologi, anche la linguistica forense è una disciplina scientifica, tecnica e rigorosa, che richiede la stessa conoscenza, perizia e metodo propri di un medico o di un tecnologo di analisi di laboratorio.

La questione è altrettanto rilevante e delicata, poiché se è vero che, secondo il codice penale, la bobina (la registrazione “cruda”) costituisce la prova, è altrettanto vero che sono la trascrizione e tutte le altre “attività di secondo grado” (CPP) a orientare l’attività forense, giudiziaria e giornalistica, rendendo il parere scientifico e imparziale del perito cruciale in sede giudiziale.

Questa consapevolezza, sfortunatamente, non solo è rara tra la gente comune, ma anche tra gli operatori di polizia che conducono le intercettazioni, nelle aule di tribunale e, ancora più tristemente, tra gli stessi periti che di intercettazioni si occupano di professione.

Questi, nella maggior parte dei casi privi di una formazione linguistico-forense, agiscono sulla base di quell’illusione di competenza che, oltre a produrre errori giudiziari con conseguenti ingiustizie e ingenti costi per l’erario, alimenta un dibattito, anche d’aula, affollato da opinioni ascientifiche e discordanti, che soffocano l’asserzione rigorosa e oggettiva, allontanano dalla verità e restituiscono un’immagine della disciplina come sciatta, arbitraria e pseudoscientifica.

Attraverso numerosi ed emblematici casi-studio reali di errori giudiziari e non, tratti dalla sua esperienza di consulenza, tra cui il caso Sanchez e il caso Minguzzi-Alfonsine, il docente descrive le competenze necessarie per un esperto di intercettazioni.

Oltre ad una vasta conoscenza della linguistica e della glottologia, che spazia dalle complesse considerazioni sintattico-morfologiche all’anatomia umana della fonazione finanche alla psicologia/neuroscienza dell’ascolto, il perito deve avere una rigorosa e approfondita competenza degli strumenti e processi euristico/epistemologici (metodologia di ricerca, conoscenza e controllo dei bias) e tecnico-informatici (caratteristiche tecniche dei dispositivi di cattura, dei software di lavoro, cybersecurity), che dall’evento del parlato portano alla trascrizione.

Come evidenzia Romito attraverso uno dei casi per cui ha prestato consulenza, anche un silenzio nella registrazione/bobina, trascurabile per un “competente illusorio” naive, può essere più ricco di informazioni del parlato stesso o indicare certe condizioni o limiti tecnici dell’apparato o processo di registrazione.

Lo scenario, continua il docente , è aggravato anche dall’avvento del digitale e dell’IA.

Il primo ha slegato il rapporto tra “la bobina” e il suo supporto e l’ha esternalizzato a società private: se prima la bobina era tutt’uno indissolubile, incisa al momento della registrazione attraverso un dispositivo e una procedura standard in tutt’Italia, adesso è sdoppiata tra il file digitale, elaborato e accessibile solo tramite software proprietari, e l’hard disk/server della società (o di chi per lei), determinando una perdita di valore giuridico della prova, col rischio di compromissione della sicurezza, privacy e autenticità.

Il secondo, oltre alla questione immediata della clonazione vocale (deepfake), che pone nuove sfide di smascheramento, rappresenta un rischio anche “dall’altro lato della staccionata”, ossia nell’uso dell’IA e delle reti neurali per applicazioni di trascrizione, elaborazione e identificazione automatica che finiscono per oscurare quel processo logico che, come descrive Romito, è cruciale e decisivo per garantire la scientificità delle conclusioni, aprendo a sfide metodologiche ancora più complesse.

La speranza, sostiene il docente, è di provocare anche in Italia quel cambiamento in senso metodologico che è già avvenuto negli altri Paesi e che già caratterizza le altre discipline forensi: perché, conclude il professore, per identificare un’impronta digitale servono almeno 14 punti di coincidenza, mentre per l’identificazione della voce non c’è ancora niente del genere?

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