Dott. Roberto Longordo:Il Cristo velato e la fine dell’esperienza: quando l’arte smette di essere incontro e diventa prova di passaggio

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C’è un paradosso silenzioso che attraversa il nostro tempo: visitiamo più opere d’arte di qualunque epoca precedente, ma le incontriamo sempre meno. Il caso del Cristo velato, oggi, non è solo una questione di turismo o di organizzazione museale. È il sintomo di una trasformazione più profonda: il passaggio dall’arte come esperienza all’arte come certificazione di presenza. Non andiamo più davanti alle opere per essere toccati, feriti, trasformati. Andiamo per poter dire di esserci stati. Questa trasformazione non riguarda solo l’economia culturale. Riguarda il modo stesso in cui abitiamo il mondo.

Pochi giorni fa ho letto dell’impossibilità per coloro che, trovandosi a Napoli, sentono l’esigenza di vedere il Cristo velato, opera dello scultore napoletano Giuseppe Sanmartino. In effetti, non è possibile entrare nel Museo della Cappella Sansevero, luogo nel quale si trova l’opera, perché le prenotazioni per acquistare i biglietti devono essere fatte con largo anticipo e on-line. Questa modalità parrebbe essere “democratica” perché darebbe a tutti la possibilità di visitare la Cappella. Ma le cose non stanno propriamente così. Un’opera come il Cristo velato non nasce come oggetto estetico. Nasce come gesto. Un gesto spirituale, simbolico, ontologico. È materia lavorata per rendere visibile l’invisibile: il peso della morte, la sospensione del tempo, la fragile soglia tra carne e mistero. Davanti a un’opera così non si dovrebbe “passare”. Si dovrebbe sostare. Il suo senso non si consuma nello sguardo rapido. Si deposita lentamente, come un sedimento. Ma la cultura contemporanea non tollera più la lentezza. Non tollera l’opacità. Non tollera ciò che resiste alla fruizione immediata. Così l’opera cambia statuto: da luogo di esposizione esistenziale diventa tappa di un percorso turistico. Il turismo contemporaneo, per quello che mi è dato di costatare, non è solo movimento nello spazio. È gestione dell’ansia di esclusione. Non vogliamo veramente incontrare i luoghi, lasciarci trasformare da essi. Vogliamo neutralizzare la possibilità di non averli visti. Accumuliamo esperienze come prove documentali: fotografie, video, check-in, racconti che non ci lasciano nulla, nemmeno il ricordo di queste stesse esperienze, perché le affidiamo non al cuore, ma a orpelli esterni. L’esperienza non serve più a trasformare chi la vive. Serve a produrre una traccia. Il risultato è una forma di consumo simbolico continuo: non guardiamo per comprendere intimamente, ma per archiviare. C’è un punto che spesso viene rimosso: il sacro non è accessibile su richiesta. Il sacro implica attesa, distanza, perfino frustrazione. Non perché sia elitario, ma perché richiede disposizione interiore. Richiede tempo. Richiede esposizione. La cultura contemporanea, invece, è fondata sull’idea che tutto debba essere disponibile per “la visita turistica”. Quando questa logica entra nel rapporto con l’arte — soprattutto con l’arte religiosa — produce una frattura profonda. Verrebbe da dire che l’opera, nella sua verità, sia ‘perduta’ per sempre. Ma affermare che il Cristo velato non esiste più come gesto spirituale evocativo coglie una verità emotiva, ma non una verità storica. L’opera non è scomparsa. È stata trasformata nel suo contesto di esperienza. Oggi quell’opera dice anche altro: racconta la nostra incapacità di sostare, la nostra paura del silenzio, la nostra dipendenza dalla visibilità. Non è meno vera. È più tragicamente attuale. Il problema non è il turismo. Il problema è più radicale: la progressiva scomparsa dell’idea che qualcosa possa non essere immediatamente disponibile. Quando tutto deve essere visto, fotografato, raccontato, condiviso — allora nulla può più essere veramente incontrato. L’incontro richiede rischio. Richiede tempo non programmabile. Richiede anche la possibilità di non riuscire. Forse, allora, dovremmo accettare una cosa scomoda: non tutte le opere devono essere sempre accessibili a chiunque, in ogni momento – basta prenotare -.

Non per escludere, ma per custodire la possibilità dell’esperienza nel suo autentico significato. Un’opera non è solo qualcosa da vedere. È qualcosa davanti a cui esporsi. Se questa dimensione scompare, l’arte non muore. Ma smette di essere ciò che poteva essere: un luogo in cui l’umano incontra il limite, il mistero, la propria fragilità. E forse la vera domanda, oggi, non è se stiamo perdendo l’arte. È se stiamo perdendo la capacità di incontrare qualcosa che non sia già pronto per essere consumato.

Roberto Longordo

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