Nell’ambito di un protocollo di intesa tra l’ ”Associazione L’Isola che non c’è” e “Le Muse” per la rassegna regionale “Un libro al mese: Visti da vicino” alla sua XII edizione – 1° Progetto Italiano di Cultura Diffusa Extraterritoriale si è tenuto a Reggio un importante incontro con il giornalista Lucio Luca. Presso l’Aula Magna del Liceo Classico “Tommaso Campanella” il presidente Muse prof. Giuseppe Livoti ha ricordato come continuano gli appuntamenti dell’Associazione Culturale “Le Muse – Laboratorio delle Arti e delle Lettere” con nomi autorevoli del giornalismo italiano ed in particolare per questo evento con Lucio Luca di Repubblica. Importante il ruolo formativo di tale incontro ha continuato Livoti, grazie alla collaborazione dell’attenta dirigente scolastica avv. Lucia Zavettieri che ha permesso la presenza degli alunni del Liceo Classico “T. Campanella” guidati dalla prof.ssa Silvia Laganà nell’ambito di un protocollo tra il Polo Liceale “Preti – Frangipane”-“T. Campanella” e “Le Muse”.
Il dirigente scolastico avv. Lucia Zavettieri ha ribadito come la scuola oggi è un laboratorio aperto al confronto ed al dibattito libero così come lo dimostra la presenza presso il liceo di un Laboratorio Radio Web e di una redazione che pubblica un giornalino autogestito, in un continuo processo di crescita che passa anche attraverso sodalizi culturali che animano dibattiti con la presenza pluralista di nomi del giornalismo, occasione di confronto, di pensiero indipendente e responsabile. Lucio Luca dopo l’evento a Vibo Valentia con “L’Isola che non c’è A.P.S.” guidato da Concetta Silvia Patrizia Marzano, arriva a Reggio per presentare il suo ultimo lavoro dal titolo “L’ultima spiaggia”. Nella sua introduzione Luca ha ribadito come è importante quando ci si concede alla scrittura il problema delle fonti, il rigore e la serietà in una epoca del “politicamente corretto”. Oggi occorre essere professionali e credibili e mi sento onorato di parlare ai ragazzi in quanto la cultura classica è la base per essere cittadini responsabili e per bene. Importante è l’informazione dice Luca e, quando un giornale muore, muore la democrazia dei territori. Da oltre trent’anni lavoro a «Repubblica» dove mi sono occupato di cronaca nera, giudiziaria, politica estera, sport e cultura. “L’ultima spiaggia” è un libro che sembra una spy story dove purtroppo è tutto vero e reale. Scrivo del duplice omicidio del 27 gennaio 1976, avvenuto all’interno del “posto fisso” dei carabinieri di Alcamo Marina, in provincia di Trapani, quando furono ritrovati i corpi senza vita di due carabinieri uccisi, Salvatore Falcetta e Carmine Apuzzo. I corpi furono attinti da colpi di pistola e la caserma “Alkamar” risultò saccheggiata. Il giorno seguente, il 28 gennaio 1976, uno sconosciuto telefonista rivendicava il delitto al quotidiano “la Sicilia” a nome di una sigla ignota, ma asseritamente di matrice brigatista. Due giorni dopo le Brigate Rosse smentirono ogni legame con la vicenda di Alcamo Marina. In conseguenza di questa rivendicazione le indagini virarono verso la galassia della sinistra extraparlamentare, non tralasciando la pista di Cosa Nostra. Un paio di settimane dopo, il 12 febbraio, un ragazzo alcamese di 24 anni, Giuseppe Vesco, fu fermato di notte ad Alcamo poiché in possesso di una pistola e di altri oggetti provenienti dalla caserma ove era stato commesso l’orrendo delitto. La sua confessione portò al rinvenimento di altri reperti trafugati dalla caserma e all’arresto di Vincenzo Ferrantelli e Gaetano Santangelo (entrambi minorenni), di Giuseppe Gulotta e Giovanni Mandalà. Tutti i fermati furono sottoposti a pressanti interrogatori fino a quando ammisero la loro partecipazione all’eccidio. Solo Mandalà si rifiutò di firmare il verbale di confessione. Giuseppe Gulotta, invece, costretto, si autoaccusò dell’uccisione dei due carabinieri. Il 13 febbraio 1976 le indagini furono chiuse e gli esiti consegnati alla Procura di Trapani. Il procedimento aperto per la strage di Alcamo Marina vedrà la celebrazione di più processi: Gulotta, Santangelo e Ferrantelli verranno condannati; Giovanni Mandalà, condannato sin dal 1981, morirà in carcere per una grave malattia. Nel mese di novembre del 1977 anche Giuseppe Vesco moriva in carcere e, secondo le indagini, per un atto suicidario. Vesco lasciò dei manoscritti in cui affermava l’innocenza dei quattro giovani. Trentadue anni dopo il delitto, nel 2008, le indagini per il duplice omicidio di Alkamar furono riaperte. Uno dei militari, che aveva partecipato alle prime indagini, Renato Olino, proveniente dal Comando dei carabinieri di Napoli, racconterà ai pubblici ministeri di Trapani le illegalità nelle indagini per il delitto dei due carabinieri e delle modalità con le quali la verità ufficiale fu propagandata sui media. Nel 2012, Giuseppe Gulotta, individuato come il killer di Alkamar, fu assolto nel processo di revisione. Nel corso degli anni anche le sentenze di condanna pronunciate nei confronti dei suoi presunti complici subirono un giudizio di revisione. La Procura di Trapani riaprì l’inchiesta e i militari che avevano svolto le relative indagini e furono indagati per le violenze ai danni degli arrestati, ma i reati a loro contestati erano ormai prescritti. Al comando degli investigatori, che avevano condotto le indagini per il duplice delitto, era il colonnello Giuseppe Russo, ucciso in un agguato mafioso nel 1977. Nel 2020 venne avanzata la richiesta di archiviazione e gli autori della strage restano ad oggi ignoti. Opportuni approfondimenti vennero sviluppati anche su “Gladio”, l’organizzazione paramilitare frutto di una intesa tra la CIA e i Servizi segreti italiani per contrastare una possibile invasione nell’Europa occidentale da parte dell’Unione Sovietica, dei Paesi del patto di Varsavia, nonché della Jugoslavia titina, senza ottenere alcun elemento a detrimento del filone emergente, consolidatosi durante le attività condotte.
Una storia che ha condotto gli attenti e partecipativi alunni del liceo ad alcune riflessioni e domande cercando di capire le differenze tra “racconto” e “rigore narrativo” ed ancora il motivo delle ragioni dello scrivere come testimonianza e memoria. La grande Storia occorre si raccontarla ma, al tempo stesso riunire più fonti e più punti, attraverso linee di congiungimento, proprio per dare un senso ed una verità che spesso non è così come appare nella nostra grande Italia ha concluso il giornalista.

- Tags: cultura, Giuseppe Livoti, Le Muse, Reggio Calabria, storia



