Rende (13.3.2026) – “La geoeconomia nel mondo fuori controllo” è il titolo della lezione tenuta da Germano Dottori, già docente di Studi Strategici dell’Università Luiss “Guido Carli” e Consigliere Scientifico di Limes, al Master in Intelligence dell’Università della Calabria, diretto da Mario Caligiuri.
Nel sistema internazionale contemporaneo gli strumenti economici hanno assunto un ruolo sempre più rilevante nelle dinamiche di competizione tra Stati. L’economia non rappresenta soltanto un ambito separato dalla politica internazionale, ma costituisce sempre più frequentemente uno strumento attraverso cui i governi cercano di perseguire obiettivi strategici. In questo contesto si collocano le strategie geoeconomiche, ossia l’utilizzo di strumenti economici per influenzare equilibri geopolitici, condizionare il comportamento di altri Stati e rafforzare la posizione di potenza nel sistema internazionale.
Dottori ha strutturato l’analisi delle strategie geoeconomiche in due principali dimensioni. Da un lato vi è l’impiego delle cosiddette armi economiche come strumenti di coercizione politica nei confronti di Stati bersaglio. Dall’altro lato vi è l’uso di politiche economiche e industriali finalizzate a modificare la divisione internazionale del lavoro e a migliorare la posizione economica di uno Stato nel lungo periodo. Sebbene queste due dimensioni siano strettamente connesse, esse rispondono a logiche differenti: la prima mira a influenzare direttamente il comportamento politico di altri Stati, mentre la seconda riguarda la competizione strutturale per il controllo delle attività economiche più redditizie.
Il primo ambito riguarda l’utilizzo delle restrizioni economiche come strumenti di pressione politica. In questo contesto si parla spesso di embargologia, termine che indica l’insieme delle misure economiche adottate per limitare o condizionare le relazioni economiche di uno Stato con il resto del mondo. Tali strumenti possono assumere forme diverse, ma condividono l’obiettivo di ridurre le capacità economiche di un paese e di indurlo a modificare il proprio comportamento sul piano politico o strategico.
Lo strumento principale in questo ambito è rappresentato dalle sanzioni economiche. Esse consistono nella limitazione o nell’interruzione delle relazioni economiche, commerciali o finanziarie con uno Stato e possono essere applicate in modo selettivo oppure generalizzato. Il loro obiettivo è duplice. Da un lato si mira a produrre un danno economico diretto allo Stato bersaglio, riducendone la capacità di sviluppo. Dall’altro lato si cerca di generare pressioni interne nella società colpita, nella speranza che gruppi economici e sociali esercitino pressioni sul proprio governo affinché modifichi le politiche che hanno determinato l’adozione delle sanzioni.
Dottori ha evidenziato che uno degli aspetti più rilevanti riguarda proprio la possibilità di aggirare le sanzioni. Gli Stati colpiti cercano spesso di ridurne l’impatto attraverso diverse strategie. Una pratica diffusa è la triangolazione commerciale, che consente di continuare indirettamente gli scambi economici tramite paesi terzi che fungono da intermediari. Per contrastare queste pratiche, gli Stati che impongono le sanzioni possono adottare le cosiddette sanzioni secondarie, rivolte contro i paesi o le imprese che collaborano con lo Stato sanzionato, contribuendo a eludere le restrizioni. In questo modo il regime sanzionatorio viene esteso anche agli attori indirettamente coinvolti.
Un ulteriore fattore che può ridurre l’efficacia delle sanzioni è rappresentato dall’utilizzo di mercati opachi o di strumenti finanziari alternativi. In particolare, l’uso delle criptovalute e di circuiti finanziari poco trasparenti consente di effettuare transazioni al di fuori dei sistemi finanziari tradizionali, rendendo più difficile il controllo dei flussi economici.
Accanto alle sanzioni esistono anche strumenti economici basati sull’incentivo. In questo caso si parla spesso di strategie fondate sul principio del “bastone e della carota”. Se le sanzioni rappresentano il bastone, gli incentivi economici costituiscono la carota. Tra questi strumenti rientrano l’apertura dei mercati, la concessione di condizioni commerciali favorevoli e la stipula di accordi economici preferenziali. L’accesso al mercato di uno Stato economicamente potente può infatti diventare uno strumento di influenza politica nei confronti dei partner commerciali.
Dottori ha proseguito illustrando la seconda dimensione delle strategie geoeconomiche. In particolare, si è soffermato sulla competizione per la modifica della divisione internazionale del lavoro. Per comprendere questa dinamica è utile richiamare la teoria dei vantaggi comparati elaborata dall’economista David Ricardo. Secondo questa teoria, ogni paese dovrebbe specializzarsi nella produzione dei beni che è in grado di realizzare con maggiore efficienza relativa, in modo da massimizzare i benefici derivanti dal commercio internazionale.
Tuttavia, questa prospettiva presenta alcuni limiti se analizzata dal punto di vista della competizione tra Stati. Non tutte le attività economiche producono infatti lo stesso livello di valore aggiunto. Alcuni settori industriali e tecnologici generano redditi molto più elevati rispetto ad altri. Un esempio può essere rappresentato dalla trasformazione delle materie prime: la produzione di beni semplici e poco sofisticati genera un valore economico relativamente limitato, mentre la produzione di beni tecnologicamente complessi o caratterizzati da forte innovazione produce margini di profitto molto più elevati. Per questo motivo gli Stati cercano di orientare la propria struttura produttiva verso settori ad alto valore aggiunto, nei quali è possibile generare maggiore ricchezza e rafforzare la propria posizione economica nel sistema internazionale. In questo senso la competizione geoeconomica si traduce in una lotta per il controllo delle industrie più avanzate, come quelle legate alle tecnologie digitali e all’intelligenza artificiale.
Molti Stati utilizzano politiche industriali strategiche per scalare la divisione internazionale del lavoro. Dai casi storici di Germania e Giappone alle recenti manovre statunitensi, il sostegno al manifatturiero emerge come pilastro dell’autonomia strategica. Queste, ha concluso Dottori, pianificazioni geoeconomiche permettono di consolidare il potere economico e militare, risultando decisive nella competizione globale contemporanea tra grandi potenze.

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