La lettera di Flaminia

Author: Nessun commento Share:

La casa al borgo natio aveva un odore che non ho mai dimenticato, e mai dimenticherò: legno caldo, terra umida, fiori ed erba fresca, caffè e tisana d’alloro, non ultimo i buonissimi piatti che mamma  preparava.

In quella casa dove le stagioni sembravano infinite, ho scritto una  lettera d’amore.

Avevo ventidue anni  e la convinzione ingenua che le parole, se scelte con cura, potessero fermare il tempo, potessero arrivare al cuore, potessero far nascere nel destinatario l’amore.

Ricordo la piccola scrivania nella mia cameretta, in realtà un tavolino nato dalle sapienti mani di Attilio, il falegname del borgo.

Il tavolino che ancora custodisco gelosamente,  era (lo è ancora) il mio “angolo dell’io”.

Nel primo pomeriggio, ricordo,  il sole cadeva di lato e la  luce passava dolcemente, disegnando sui muri una trama di ombre mobili.

C’era silenzio, ma non era vuoto: era pieno del canto dei grilli e della cicale, del pigolio dei  passerottini, del  vento nei campi e delle promesse che ancora non sapevano di essere fragili.

Avevo scelto con cura la carta, era liscia, quasi troppo bella per essere riempita dalle mie esitazioni.

La penna era profumata;  nei mitici ed indimenticabili gli anni 80 andavano di moda le penne profumate, ne avevo comprate tantissime, ancora oggi quel profumo è rimasto nel mio cuore.

Pensavo a lui, al suo sorriso, alle sue mani, alla sua cultura raffinata, alla sua intelligenza; e ancora  al  suo forte abbraccio, al suo profumo dolce e forte che sapeva d’autunno e di noci, simile al profumo di mio nonno Federico.

Ero perdutamente innamorata e nello scrivere, avevo paura di sbagliare qualche verbo o qualche virgola.

Iniziai con un saluto semplice, ma ogni parola successivo sembrava pesare più del precedente. Scrissi piano, con una calligrafia che voleva sembrare adulta e  ricercata invece tradiva tremori.

Gli raccontai delle mattine in cui mi svegliavo prima del gallo solo per vedere la nebbia sollevarsi dai campi, perché in quella foschia mi sembrava di intravedere il suo nome. Glie dissi che il mondo, da quando c’era lui, aveva cambiato suono: anche il suono delle campane di del borgo era più bello.

Gli dissi dello scoglio dell’Ulivarella, il posto più bello del mondo, e che amavo all’alba cercare conchiglie.

Mi fermai più volte.

Uscivo nel cortile, camminavo fino a casa di mia nonna, guardavo gli ulivi . Tornavo dentro con il cuore gonfio d’amore, e tante parole da dire ancora. Avevo paura di esagerare, di sembrare ridicola, ma avevo ancora più paura di non dire abbastanza. Così continuavo. Aggiungevo frasi che oggi mi farebbero sorridere, piene di assoluti, di per sempre, di giuramenti scritti come se l’inchiostro fosse eterno.

Ricordo questa frase:” Voglio amarti come Sara amò Abramo, Giulietta Romeo, Cleopatra Marc’Antonio”.

Non ricordo se ho citato altre coppie celebri, sicuramente sì.

A un certo punto il vento entrò dalla finestra aperta e sollevò la pagina.

La vidi vibrare, leggera, come se volesse scappare via prima ancora di essere consegnata. La fermai con il palmo, e lì mi accorsi che stavo sudando. Non per il caldo: per la vertigine di aver messo fuori qualcosa che non poteva più tornare indietro.

Quando la finii, lessi tutto a bassa voce.

La mia voce suonava diversa al mio piccolo angolo dell’io, più profonda, come se appartenesse a qualcuno che non conoscevo ancora. Ripiegai il foglio con attenzione, seguendo linee precise, come se piegare bene potesse proteggere ciò che avevo scritto. Prima di chiuderla misi il rossetto e baciai il foglio, per fargli arrivare il mio bacio.

Scrissi con cura l’indirizzo, che ricordo ancora e corsi a spedirla, sognando ad occhi aperti  lui seduto al suo ufficio intento a leggerla.

Sognavo, nella speranza  che il mio sogno si potesse avverare come in  Jane Eyre che alla fine sposava  Rochester .

Recitavo Rosari intessuti di speranze.

Avevo letto  e riletto il libro di Charlotte Bronte tante volte e visto il film diretto da Franco Zeffirelli.

Ricordo la musica che accarezzava il mio cuore e la mia anima.

Ero innamorata come Jane Eyre e lui era il mio  signor Rochester .

Non fu così, nonostante tutto.

I miei sogni di ragazza innamorata non si sono realizzati.

Ora, quando torno con il pensiero al borgo natio, rivedo la ragazza dai lunghi e fluenti capelli scuri seduta davanti a un foglio, convinto che amare significasse scrivere senza protezioni.

Riesco persino a sentire i battiti del suo cuore.

La casa al borgo natio non esiste più, ma dentro di me sento ancora le serenate dei grilli e delle cicale e il profumo del caffè.

E mi chiedo se in qualche parte, sepolta tra le sue carte, nel suo ufficio , in un cassetto che non posso aprire, c’è ancora quella lettera: giovane, tremante, piena di un coraggio che la vita, con gli anni, non ha più restituito allo stesso modo.

Caterina Sorbara

Condividi questo Articolo
Previous Article

Si è svolto l’11 marzo 2026 alla Marina di Rosarno , vicino alla foce del Fiume Mesima, il momento di preghiera e memoria intitolato “Il mare sta gridando”

Next Article

Le meravigliose Donne della Resistenza in Italia

You may also like