Rende (19.1.2026) – “Intelligence e magistratura: dalla diffidenza reciproca alla collaborazione necessaria” è il titolo della lezione tenuta da Mario Caligiuri al Master in Intelligence dell’Università della Calabria.
Caligiuri ha affrontato il delicato rapporto tra Intelligence e Magistratura, tema quanto mai attuale nella riflessione scientifica, culturale e politica.
Il rapporto tra Intelligence e Magistratura rappresenta uno dei nodi più complessi e delicati dei sistemi democratici, configurandosi come rapporto dialettico tra due distinti poteri dello Stato: l’esecutivo, cui fanno capo i Servizi di informazione, e il giudiziario, a cui fa riferimento la magistratura.
Questo rapporto, storicamente caratterizzato da diffidenza reciproca, oggi necessita di evolvere verso una corretta collaborazione per fronteggiare le molteplici minacce alle democrazie contemporanee.
La collaborazione è indispensabile per contrastare i pericoli emergenti: se durante la cosiddetta Prima Repubblica le minacce erano rappresentate dai sistemi politici ideologicamente avversi, oggi i pericoli provengono principalmente dai poteri economici fuori controllo (includendo pienamente la criminalità organizzata transnazionale) oltre che dalle organizzazioni terroristiche e dagli Stati autoritari.
Il passaggio dalla logica ideologica a quella economica ha caratterizzato l’evoluzione delle minacce alla sicurezza nazionale dal 1989 ad oggi.
In tal senso, Caligiuri richiama le teorie di Karl Popper sulla società aperta, ricordando che “il potere politico e il suo controllo è tutto”, per cui se il potere economico sfugge al controllo di quello politico, quest’ultimo deve ricondurlo all’interno delle logiche dell’interesse generale.
Il rapporto tra Intelligence e Magistratura è stato particolarmente conflittuale durante la Guerra Fredda, periodo caratterizzato da alleanze definite e visioni strategiche polarizzate.
I tipi di reati contestati agli operatori dei servizi nella Prima e nella Seconda Repubblica testimoniano questa evoluzione.
E’ di sicuro interesse studiare le vicende giudiziarie che nel corso degli anni hanno visto coinvolti agenti dei Servizi, constatando come siano iniziate e poi come siano effettivamente andate a finire.
A riguardo, Caligiuri ha auspicato lo sviluppo di studi approfonditi, ricordando che una prima e parziale indagine si trova nei suoi volumi “Intelligence e magistratura” (2017), con la prefazione di Carlo Mosca, e “Intelligence e diritto” (2021), con la prefazione di Luciano Violante, nei quali ha registrato la chiamata in causa costante dei Servizi durante la strategia della tensione, le stragi e il terrorismo, con condanne di agenti dei Servizi quali Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte per depistaggio sulla strage di Bologna del 1980 e Gianadelio Maletti per depistaggio sulla strage di Piazza Fontana del 1969.
Il primo episodio emblematico potrebbe essere individuato nel 1967, quando “L’Espresso” rivelò l’esistenza di un “Piano Solo”, un progetto operativo riservato dell’Arma dei Carabinieri, elaborato nel 1964 sotto la guida del generale Giovanni De Lorenzo, che prevedeva misure straordinarie di ordine pubblico — tra cui l’occupazione di punti strategici e il fermo o l’internamento di esponenti politici e sindacali della sinistra — da attuare eventualmente in caso di gravi crisi istituzionali o turbamenti politici.
L’autore del servizio Lino Jannuzzi e il direttore dell’ “Espresso” Eugenio Scalfari vennero querelati da De Lorenzo e, per evitarne l’arresto, il segretario del PSI Giacomo Mancini li fece eleggere in Parlamento.
Mimmo Franzinelli ha ricostruito dettagliatamente la vicenda, mentre Mario Segni ha definito il “Piano Solo” la “madre di tutte fake news”.
Altro scandalo fu quello dei dossier illegali che nel 1965 determinò la soppressione del SIFAR e la successiva nascita del SID.
Su queste violazioni venne costituita una Commissione interna al Ministero della Difesa, dal quale dipendevano i Servizi, presieduta dal generale Aldo Beolchini.
La relazione finale venne resa pubblica con alcuni omissis che erano stati apposti dal sottosegretario alla Difesa Francesco Cossiga, con la supervisione del Presidente del Consiglio Aldo Moro.
Ulteriore vicenda giudiziaria che vide coinvolti esponenti dei Servizi risale al 1974, quando venne arrestato l’ex capo del SID Vito Miceli per presunti collegamenti con l’organizzazione eversiva di destra “Rosa dei Venti”. Miceli venne poi assolto con formula piena fin dal primo grado e il giudizio venne confermato in Cassazione nel 1985.
Altre vicende emblematiche sono state l’arresto di Bruno Contrada, Capo del Reparto Operativo del SISDE, avvenuto nel 1992 per vicende che risalivano alla sua attività nella Polizia, con l’accusa gravissima di concorso esterno in associazione mafiosa. Vicenda conclusasi con la condanna definitiva di Contrada nel 2007 rivista e annullata dalla Cassazione nel 2017; l’arresto nel 1993 di Riccardo Malpica, direttore del SISDE dal 1987 al 1991, a causa dello scandalo dei fondi neri, vicenda che, tra gli altri, vide condannati per appropriazione indebita i funzionari dei Servizi Maurizio Broccoletti, Michele Finocchi, Gerardo Di Pasquale e Antonio Galati, mentre Malpica solo per abuso d’ufficio; l’arresto nel 2006 di Marco Mancini, ex dirigente del SISMI, in relazione alla vicenda del rapimento e dell’esfiltrazione da parte degli americani dell’imam egiziano Abu Omar. Mancini sarà anche coinvolto nello scandalo delle intercettazioni collegate alla Telecom. Per entrambe le vicende è stato assolto.
Caligiuri affronta due ulteriori episodi che hanno destabilizzato il sistema politico italiano: la loggia massonica P2 e l’organizzazione “Gladio”. La prima vicenda scaturì dal ritrovamento nel 1981 nel corso di una perquisizione nella villa di Licio Gelli di una lista di iscritti alla loggia massonica P2, nella quale figuravano i vertici della Repubblica, a cominciare dai direttori presenti e passati dell’intelligence. Le conseguenze furono talmente forti che portarono alla caduta del governo guidato da Arnaldo Forlani, a cui subentrò, per la prima volta dalla Costituente, un capo del Governo non democristiano, il repubblicano Giovanni Spadolini.
L’altro caso è quello di “Gladio”, l’organizzazione paramilitare di cui l’allora Presidente del Consiglio Giulio Andreotti ammise l’esistenza in Parlamento nei primi anni ’90, a seguito di una inchiesta del giudice veneziano Felice Casson, che indagava sulla strage di Peteano del 1972.
Sul piano giudiziario entrambe le vicende, pur avendo coinvolto membri dei Servizi e generato un ampio dibattito pubblico, si sono concluse con sentenze definitive che hanno escluso che la loggia P2 fosse un’“associazione segreta eversiva” penalmente rilevante e hanno accertato la legittimità di Gladio quale struttura coerente con gli impegni internazionali assunti dallo Stato italiano.
Sebbene tali fatti abbiano contribuito ad alimentare un clima di reciproca diffidenza nei rapporti tra Intelligence e Magistratura, Caligiuri sostiene la necessità di una collaborazione per contrastare le minacce attuali.
La legge n. 124/2007 ha rappresentato una svolta significativa, introducendo meccanismi che favoriscono la collaborazione, mediante la previsione di garanzie funzionali in favore dei membri delle Agenzie, che riconoscono cause di giustificazione allorquando vengano commessi reati per motivi indispensabili alle finalità istituzionali, purché con preventiva autorizzazione, e l’ampliamento dell’efficacia delle intercettazioni preventive, che possono essere autorizzate dal Procuratore Generale della Corte di Appello di Roma anche in assenza di reati.
Altra area di congiungimento tra intelligence istituzionale, che fa capo all’autorità politica, e intelligence di polizia, che funzionalmente dipende dalla Magistratura, sono le camere di confronto rappresentate dal Consiglio Generale per la lotta alla criminalità organizzata e dal Centro Analisi Strategiche Antiterrorismo, in cui siedono sia i direttori delle Agenzie di informazione che i vertici delle Forze di Polizia, per il necessario scambio di informazioni, essendo i primi privi delle qualifiche di agenti di Polizia Giudiziaria.
Caligiuri conclude sostenendo che il percorso storico analizzato dimostra che il rapporto tra Intelligence e Magistratura, pur essendo stato accidentato e segnato da reciproche diffidenze, sta progressivamente evolvendo verso una collaborazione non solo auspicabile, ma necessaria.
La dialettica tra due indispensabili poteri dello Stato non significa rinunciare alla rispettiva autonomia, quanto riconoscere che entrambi sono strumenti acuminati della Repubblica per contrastare insieme le sempre più complesse minacce attuali e future.
L’equilibrio reale dei poteri, elemento fondante della democrazia, non va inteso come contrapposizione, ma come leale collaborazione per perseguire l’interesse nazionale.

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