Dopo l’ennesimo episodio di violenza nelle scuole italiane, assistiamo puntualmente allo stesso rituale: parole gravi, cordoglio istituzionale, richiami alla “comunità educante”, inviti alla collaborazione tra famiglie, scuola, territorio, agenzie educative. Un linguaggio che sembra serio ma che, in realtà, non dice nulla. O peggio: nasconde il problema.
Il problema non è la mancanza di legalità. Il problema è che la scuola ha smesso di guardare in faccia gli studenti di oggi. Non quelli astratti dei documenti ministeriali, non quelli ideali dei manuali di pedagogia, ma questi ragazzi qui: cresciuti dentro un mondo frammentato, iperstimolato, povero di senso, attraversato da solitudini radicali e da un’incapacità sempre più evidente di dare forma alle emozioni. Ragazzi che non chiedono sermoni, ma presenza. Non modelli educativi, ma adulti credibili.
Continuare a parlare di “intercettare il disagio” e di “inclusione” significa non aver compreso la natura del problema. Quando la scuola riduce il proprio compito a funzioni di controllo, gestione e normalizzazione, fallisce due volte: come istituzione educativa e come spazio autenticamente umano.
C’è una verità che fa male, ma va detta senza ipocrisie: la classe docente si è progressivamente impoverita, non solo economicamente ma culturalmente e simbolicamente. Ha perso autorevolezza perché ha smesso di studiare davvero, di interrogarsi, di rischiare il pensiero. Ha perso la stima dei ragazzi perché spesso non ha più nulla da mettere in gioco, se non procedure, griglie, linguaggi vuoti. I ragazzi lo sentono immediatamente. E si allontanano.
L’autorevolezza non si recupera con i regolamenti, né con i progetti sulla carta.
Si recupera solo così: stando accanto, condividendo la fatica di abitare-questo-tempo, mostrando che il sapere non è un pacchetto da trasmettere ma un tentativo, sempre incompiuto, di ricomporre la frattura originaria tra il mondo e il nostro tentativo di comprensione di esso; non nasce dall’applicazione di una direttiva o dall’esecuzione di una circolare, ma da una mancanza, da una difficoltà reale, da una domanda che brucia e che chiede di essere attraversata.
Si continua a evocare le “agenzie educative” come se l’educazione potesse essere distribuita, delegata, organizzata per compartimenti, secondo una logica di servizio e di offerta. Ma questa rappresentazione rassicurante non regge alla prova dell’esperienza quotidiana della scuola. L’educazione non è esternalizzabile, perché non è una funzione: accade solo nella relazione viva tra chi insegna e chi apprende. L’insegnamento, quando è tale, è sempre incarnato. Passa attraverso il corpo, la voce, lo sguardo, attraverso la disponibilità dell’adulto a mettersi in gioco senza riparo. Non procede per modelli preconfezionati né per dispositivi astratti, ma per presenza reale, condivisa, esposta. Tutto il resto è linguaggio che serve più a legittimare chi lo pronuncia che a comprendere ciò che accade davvero nelle aule.
E qui il nodo decisivo: la scuola non deve “gestire il disagio”, deve abitarlo. Non deve prevenire astrattamente la violenza, deve creare spazi reali in cui la parola possa nascere prima che il gesto esploda. Questo richiede tempo, certo. Ma soprattutto richiede adulti capaci di stare nell’incertezza, di non rifugiarsi dietro formule rassicuranti.
Il tempo pieno, se ridotto a soluzione organizzativa, non serve a nulla.
Può diventare decisivo solo se cambia radicalmente l’idea di scuola: meno prestazione, meno burocrazia, più relazioni reali; meno programmi, più ascolto; meno paura di perdere il controllo, più coraggio educativo.
Chi continua a rispondere a questi drammi con comunicati ben scritti ma vuoti, con appelli generici alla comunità, con un’idea di pedagogia fatta solo sulla carta, non sta aiutando i ragazzi. Sta solo proteggendo se stesso.
La scuola deve smettere di difendersi e cominciare a esporsi. Deve smettere di parlare dei ragazzi e tornare a parlare con loro. Deve rinunciare all’illusione di educare senza essere coinvolta.
Il resto è rumore. E il rumore, oggi più che mai, è parte del problema.
Dott. Roberto Longordo

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