Ogni anno, il 27 gennaio, si celebra la Giornata della Memoria. L’intento è quello non dimenticare uno dei più grandi orrori della storia contemporanea: la Shoah. Ma c’è una verità scomoda che dobbiamo avere il coraggio di pensare e, con buona pace di coloro che si accingono alla rammemorazione, di dire: così come viene ricordata oggi, la Shoah non viene più davvero compresa.
Questo avviene non per cattiva volontà. Certamente non per cinismo. Ma per una ragione semplice e profonda: il fatto che, oramai, non esistono quasi più testimoni diretti, non esiste più memoria emotiva viva, non esiste più trasmissione incarnata dell’orrore. Restano i fatti, le date, i numeri, i nomi. Ma sono vissute dalle nuove generazioni come delle informazioni, preziose, si, ma semplicemente tali. E l’orrore, senza esperienza, diventa narrazione.
Oggi la Shoah è studiata, ma non sentita. È conosciuta, ma non incarnata. È ricordata, ma non vissuta interiormente. Il risultato è una memoria fredda, museale, scolastica. Una memoria che informa, ma non trasforma. Una memoria che non produce più vertigine, paura, disagio, inquietudine. E una memoria che non genera emozione non genera coscienza. È il paradosso della commemorazione Più si moltiplicano le cerimonie, meno l’evento incide. Più si ritualizza, più si neutralizza divenendo così, anestetizzato. La Shoah è diventata un evento storico “importante”, ma non più una realtà “intollerabile”. E questo è il vero fallimento della memoria contemporanea.
Il vero problema non è il passato, è il presente Il nodo non è ricordare meglio ciò che è stato. Il nodo è riconoscere ciò che è. Continuiamo a trattare la Shoah come un’eccezione storica conclusa, invece che come una possibilità permanente dell’umano. Come se fosse un incidente della storia. Non una struttura. Non una logica. Non un dispositivo.
Eppure quella logica è ancora attiva: nella disumanizzazione amministrativa; nella riduzione delle persone a numeri; nella produzione di esclusi; nella trasformazione dei corpi in problemi; nei popoli resi invisibili. Se la Shoah non viene connessa a queste forme del presente, diventa un monumento. E i monumenti non educano: celebrano. Perché ci sia autentica comprensione è necessario che l’emozione di un evento ci colga e ci trasformi
Forse, a beneficio di coloro che son già emotivamente distanti, bisognerebbe ripensare la Giornata della Memoria. Forse è arrivato il momento di cambiare paradigma. Non più una memoria solo commemorativa. Ma una memoria critica. Non più un rituale. Ma uno strumento di lettura del presente. Non più celebrazione del passato. Ma responsabilità verso l’oggi.
Se la Giornata della Memoria non venisse ripensata, si potrebbe correre il rischio che continuerà a svuotarsi. Diventerà sempre più formale. Sempre più innocua. Sempre più distante. E una memoria innocua è una memoria inutile. Allora il ricordo dovrebbe essere una ‘chiave’ per leggere il presente, non una reliquia del passato. Solo così la memoria torna viva. Solo così torna educativa. Solo così torna pericolosa.
E deve esserlo. Perché una memoria che non disturba il presente non serve a nulla.



