Rende (3.2.2026) – “La geopolitica delle tecnologie e l’intelligence” è il titolo della lezione tenuta da Alessandro Aresu, Consigliere scientifico di Limes, nell’ambito del Master in Intelligence dell’Università della Calabria, diretto da Mario Caligiuri.
Nel mondo contemporaneo, il controllo dell’innovazione tecnologica non rappresenta più soltanto un vantaggio economico, ma si configura come una delle principali forme di esercizio del potere a livello internazionale.
È da questa chiave di lettura che Alessandro Aresu, ha sviluppato la sua lezione, offrendo una riflessione sulla tecnologia come infrastruttura strategica e come leva di influenza geopolitica. M
Nel corso dell’intervento, è stato evidenziato come l’intelligenza artificiale abbia ormai superato la dimensione di semplice frontiera dell’economia digitale per assumere un ruolo strutturale nelle dinamiche di potere globale, nel contesto della dimensione materiale della tecnologia.
La competizione internazionale, secondo questa prospettiva, si sta progressivamente spostando dal tradizionale confronto militare e diplomatico verso il controllo delle infrastrutture tecnologiche, delle filiere industriali e dei flussi di capitale umano.
In questo scenario, l’innovazione perde la propria neutralità e diventa una risorsa strategica di lungo periodo, integrata nelle politiche di sicurezza e nelle strategie di proiezione internazionale degli Stati.
Secondo il docente, il rapporto tra Stato, mercato e tecnologia assume oggi una configurazione riconducibile a una forma di “capitalismo politico”, in cui le dinamiche economiche e industriali vengono direttamente incorporate negli obiettivi geopolitici.
Gli Stati non si limitano più a definire cornici normative, ma intervengono in modo attivo per orientare lo sviluppo tecnologico, proteggere settori considerati critici e preservare il proprio vantaggio competitivo.
In questa prospettiva, la tecnologia perde la sua apparente neutralità e diventa una componente strutturale dell’ordine internazionale, trasformandosi in un vero e proprio asset di sicurezza nazionale.
In tale quadro, Stati Uniti e Cina, insieme ad altre economie asiatiche, emergono come attori centrali di questo capitalismo politico contemporaneo, poiché utilizzano l’apparato statale per sostenere e indirizzare i rispettivi sistemi di innovazione e produzione, trasformando la superiorità tecnologica in uno strumento di influenza geopolitica.
Le tecnologie avanzate cessano così di essere semplici beni commerciali per assumere la natura di leve strategiche.
Gli Stati intervengono nei mercati attraverso il controllo degli investimenti esteri, la regolazione delle esportazioni di tecnologie sensibili, lo scrutinio delle acquisizioni in settori critici e l’uso di misure economiche e finanziarie, comprese le sanzioni, come strumenti di pressione politica.
La geopolitica dell’intelligenza artificiale si configura, in questo senso, come una competizione sistemica che investe l’intero assetto del potere globale, dal controllo delle filiere strategiche, alla definizione degli standard tecnologici, fino alla capacità di orientare i flussi di capitale, conoscenza e talento.
Un passaggio centrale della lezione è stato dedicato al ruolo delle filiere tecnologiche, che il docente ha descritto come l’insieme dei processi che trasformano la ricerca scientifica in prodotto industriale, dall’estrazione delle materie prime alla manifattura avanzata e alla distribuzione globale, sostenendo che queste catene del valore non sono semplici strutture economiche, ma vere e proprie architetture di potere, poiché determinano il controllo dei nodi critici della produzione, dell’innovazione e dell’accesso ai mercati.
Tra le filiere strategiche, quella dei semiconduttori occupa una posizione centrale, costituendo la base materiale dell’intero ecosistema digitale.
Accanto a essa, assumono un rilievo crescente le filiere legate alle energie rinnovabili e alla mobilità elettrica, ambiti in cui si intrecciano obiettivi ambientali, interessi economici e strategie geopolitiche.
Queste catene produttive sono caratterizzate da una forte interdipendenza internazionale, poiché nessuna grande tecnologia è realizzata integralmente da un singolo Stato, ma dipende da reti globali di talenti, imprese, fornitori e infrastrutture.
Da qui nasce una tensione strutturale tra la spinta verso l’autonomia tecnologica e la necessità di cooperazione internazionale.
Nel suo intervento, Aresu ha, dunque, invitato a superare la visione puramente “software-centrica” dell’intelligenza artificiale, sottolineando come essa debba essere, invece, compresa come un’infrastruttura materiale complessa, il cui funzionamento dipende da data center ad alta intensità computazionale, reti energetiche, piattaforme di calcolo avanzate e componenti hardware altamente specializzati.
La realizzazione di queste infrastrutture richiede ingenti risorse finanziarie e capacità industriali accessibili soltanto a un numero ristretto di attori globali, favorendo una concentrazione strutturale del potere tecnologico.
A titolo esemplificativo, il docente ha richiamato il caso di NVIDIA, la cui traiettoria mostra come un’impresa tecnologica possa trasformarsi in un nodo strategico della competizione geopolitica.
Dalla produzione originaria di componenti per personal computer e videogiochi, l’azienda ha orientato la propria attività verso il calcolo ad alte prestazioni e l’intelligenza artificiale, sviluppando sistemi come Blackwell e oggi Vera Rubin, che non rappresentano singoli chip, ma vere e proprie infrastrutture di calcolo composte da milioni di componenti.
L’accesso a queste tecnologie resta, però, concentrato in pochi grandi attori economici privati e statali, rafforzando una dinamica di polarizzazione del potere tecnologico ed economico.
Nel delineare la geografia della competizione globale, l’ecosistema dell’innovazione è stato descritto come strutturalmente asimmetrico.
L’Asia orientale si afferma come principale polo manifatturiero e formativo, mentre gli Stati Uniti mantengono una posizione dominante come centro finanziario e come spazio privilegiato di attrazione del capitale umano e degli investimenti ad alta intensità tecnologica. In questo contesto, la mobilità internazionale dei “talenti” assume il ruolo di una vera e propria infrastruttura del potere, capace di collegare università, centri di ricerca e imprese in reti transnazionali decisive per la leadership nell’innovazione.
Riferendosi, invece, al ruolo dell’Europa, Aresu ha delineato una posizione strutturalmente fragili, caratterizzata da eccellenze settoriali ma da limiti nella capacità di esercitare una leadership sistemica nell’economia digitale globale.
Da un lato, l’Europa conserva un ruolo di rilievo in segmenti altamente specializzati delle filiere tecnologiche; dall’altro, incontra difficoltà nello sviluppo di grandi piattaforme digitali e sistemi di intelligenza artificiale in grado di competere su scala globale con gli attori statunitensi e cinesi. L’idea che possa esserci un Effetto Bruxelles in cui giocare un ruolo dentro queste dinamiche essendo solo un semplice mercato è già stata smentita dagli eventi dell’ultimo decennio ed è priva di rilievo, come mostrato anche dal crescente interesse per la “sicurezza economica”.
La sfida pragmatica consiste invece nel trasformare la capacità formativa e le eccellenze settoriali in una leva di influenza sull’ecosistema e sulle traiettorie di sviluppo dell’economia digitale.
La riflessione si è, infine, collocata in un quadro più ampio di crisi della governance globale. Le istituzioni nate nel secondo dopoguerra faticano oggi a rappresentare un sistema trasformato dall’emergere di nuove potenze, dalla rivoluzione tecnologica e dall’intensificarsi delle interdipendenze economiche. Tuttavia, non emergono istituzioni condivise alternative.
In assenza di un ordine condiviso e di regole pienamente legittimate, la competizione tende e tenderà a spostarsi su ambiti più fluidi, tra cui quello tecnologico, dove il controllo delle filiere industriali, la definizione degli standard tecnici e la gestione delle infrastrutture digitali diventano strumenti centrali di influenza.
In questa prospettiva, la leadership nella geopolitica dell’intelligenza artificiale non deriva da un’innovazione isolata, ma dalla capacità sistemica di integrare talento, imprese e capitali.
Il vantaggio strategico si costruisce attraverso ecosistemi in grado di trasformare la ricerca scientifica in capacità industriale, sostenuti da risorse finanziarie e politiche pubbliche orientate allo sviluppo delle competenze tecnologiche. Chi riesce a presidiare questi nodi, a formare e attrare talenti, acquisisce un vantaggio strutturale capace di tradursi in una forma di influenza di lungo periodo sugli equilibri del sistema internazionale.

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