Rende (5.3.2026) – “La percezione della realtà tra intelligence e futuro” è il titolo della lezione tenuta da Paola Betti, già dirigente dell’intelligence italiana, al Master in Intelligence dell’Università della Calabria, diretto da Mario Caligiuri.
Paola Betti ha introdotto la lezione ricostruendo dall’interno l’evoluzione della selezione e della formazione del personale nei servizi italiani, a partire dagli anni Ottanta. Infatti, la sua esperienza nei servizi di informazione italiani inizia nel 1980, in una fase di profonda trasformazione dell’architettura dell’intelligence nazionale. Dopo la legge 801 del 1977, che aveva riorganizzato il sistema separando le competenze tra estero e interno e istituendo il SISDE (Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Democratica) – oggi AISI (Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna) – si avvertì l’esigenza di strutturare anche nei servizi un sistema di selezione formalizzato, analogo a quello già in uso nelle Forze Armate e nelle Forze dell’Ordine. Pertanto, in tale contesto, su impulso dell’allora Onorevole Mazzola, sottosegretario con delega ai Servizi, si avviò così un percorso volto a introdurre una selezione psicoattitudinale rigorosa e scientificamente fondata.
Per essere realmente efficace, ha proseguito Betti, tale selezione richiedeva una conoscenza approfondita dell’organizzazione interna del servizio e delle figure professionali che lo componevano. Fu quindi svolto un lavoro sistematico di analisi che portò all’individuazione di 44 profili professionali, ottenuti accorpando funzioni simili secondo un criterio di “minimo comune denominatore”. Per ciascun profilo vennero individuati strumenti valutativi specifici, capaci di misurare le caratteristiche necessarie allo svolgimento delle diverse attività operative e analitiche. La selezione non mirava a individuare individui “perfetti”, ma persone dotate di stabilità emotiva, equilibrio, capacità di gestione dello stress e flessibilità comportamentale. I test psicodiagnostici, utilizzati per discriminare eventuali patologie significative e per collocare il candidato entro un’ampia fascia di normalità, rappresentavano uno strumento fondamentale, ma non esaustivo. Con il tempo, maturò una consapevolezza chiara: non esiste tecnologia in grado di sostituire il fattore umano.
L’attività di intelligence, soprattutto nella sua dimensione HUMINT (Human Intelligence), ha affermato Betti, richiede l’integrazione costante delle componenti razionali e quelle legate all’intelligenza emotiva. L’intelligence, nel suo significato etimologico derivante dal latino intelligere – comprendere, penetrare il senso delle cose – è un processo dinamico, che implica aggiornamento continuo e ricerca incessante.
In questo contesto è fondamentale distinguere tra “notizia” e “informazione”. La notizia è il dato grezzo raccolto sul campo; l’informazione è il prodotto di un processo di analisi, verifica e contestualizzazione. L’operatore trasmette notizie alla centrale; queste vengono vagliate, confrontate con altre fonti, elaborate dagli organi competenti e solo allora assumono valore informativo. Il ciclo dell’intelligence – che parte da una richiesta del decisore politico, passa per la definizione degli obiettivi di ricerca, la raccolta, l’analisi e la diffusione – è un processo circolare che non si esaurisce mai, poiché la ricerca informativa è per sua natura continua.
La raccolta può avvenire mediante strumenti tecnologici, quali ad esempio SIGINT, IMINT, ELINT, COMINT, OSINT, oggi ulteriormente ampliati dall’analisi dei social media e del web, ambiti nei quali l’intelligenza artificiale fornisce un supporto crescente. Tuttavia, la HUMINT conserva una specificità insostituibile: l’origine della notizia è una persona e lo strumento principale per acquisirla è la relazione interpersonale. La fonte non viene individuata in base al ruolo formale, ma in base alla concreta possibilità di accesso a informazioni sensibili.
Betti ha poi illustrato il percorso che conduce al reclutamento di una fonte, processo articolato e delicato. Si parte dall’individuazione e si passa attraverso la cosiddetta “coltivazione”, ossia un avvicinamento graduale e non sospetto, finalizzato a comprendere motivazioni, vulnerabilità e affidabilità del soggetto. Solo in caso di esito positivo si procede al reclutamento formale, cui segue un monitoraggio costante. Le motivazioni che spingono una fonte a collaborare possono essere molteplici: ideologiche, politiche, personali, economiche o legate al desiderio di riconoscimento e riscatto sociale. L’esperienza dimostra che le motivazioni esclusivamente economiche sono spesso le meno affidabili; un buon gestore deve saper comprendere – e talvolta orientare – le leve motivazionali profonde della fonte. Il rapporto tra gestore e fonte si fonda su un equilibrio complesso, in cui la fiducia è un elemento sostanziale.
Anche la formazione dell’operatore HUMINT è lunga e selettiva – ha dichiarato Betti. Non si apprende esclusivamente in aula, né può essere ridotta a un percorso puramente accademico. Accanto alla preparazione teorica – che comprende competenze linguistiche, informatiche, giuridiche e geopolitiche – è essenziale l’addestramento operativo e l’affiancamento a professionisti esperti, secondo un modello di apprendimento per imitazione. Nei servizi con maggiore tradizione la formazione può durare diversi anni prima che un operatore sia considerato pronto per operare autonomamente. L’addestramento, tuttavia, presenta un limite strutturale: la consapevolezza di trovarsi in una simulazione. La differenza tra esercitazione e realtà – dove è in gioco a volte la propria vita – incide profondamente sulla dimensione psicologica e sulle performance individuali.
Tra le competenze operative fondamentali rientrano ad esempio la ricognizione dei luoghi – attività preliminare indispensabile per valutare la sicurezza di un’area in vista di un incontro –, la sorveglianza e la controsorveglianza, volte rispettivamente al controllo di un soggetto e alla protezione di un operatore o di una fonte. L’antisorveglianza, invece, consiste nell’adozione di comportamenti finalizzati all’autotutela per verificare se si è oggetto di pedinamento. Gli incontri personali devono essere pianificati con estrema cura, prevedendo coperture plausibili, segnali di riconoscimento e segnali di sicurezza. Un errore può comportare la “contaminazione” della fonte, ossia la sua compromissione. Per ridurre i rischi di contatto diretto, si ricorre talvolta ai cosiddetti “serbatoi” (dead drops), luoghi sicuri dove depositare e recuperare materiale senza incontrarsi. Le comunicazioni elettroniche, pur indispensabili, restano però intrinsecamente vulnerabili.
Un aspetto centrale della formazione, ha proseguito Betti, riguarda le tecniche di negoziazione. Il rapporto tra gestore e fonte è, nella sua struttura profonda, una relazione negoziale. Non si tratta di una negoziazione distributiva, a somma zero, ma di una negoziazione integrativa, orientata alla soluzione dei problemi e alla ricerca di un vantaggio reciproco. Si negozia quando esiste interdipendenza, quando gli interessi non sono radicalmente opposti e quando non vi è uno squilibrio eccessivo di potere. Nella dimensione psicologica è determinante comprendere bisogni, aspettative e percezioni dell’interlocutore necessarie per il successo dell’interazione. In questo senso, il paradigma del do ut des si intreccia con la gerarchia dei bisogni descritta da Maslow: dalla sicurezza materiale alla realizzazione personale.
Infine, la docente ha illustrato il tema della percezione pubblica dell’intelligence nel nostro Paese. Episodi drammatici, come la morte del Dott. Nicola Calipari, riportano temporaneamente l’attenzione sull’operato dei servizi, ma permane una conoscenza limitata e talvolta una lettura distorta e pregiudiziale. Gli operatori dell’intelligence lavorano nel silenzio e nell’ombra; il loro successo coincide spesso con l’assenza di eventi, con minacce neutralizzate prima che diventino realizzate.
Betti ha concluso che in un’epoca dominata dalla tecnologia e dall’intelligenza artificiale, la HUMINT ricorda che l’intelligence resta, nella sua essenza più profonda, un’attività legata al fattore umano. Richiede equilibrio psicologico, capacità relazionale, disciplina, cultura strategica e consapevolezza etica. Le macchine possono amplificare le capacità di raccolta e analisi, ma la comprensione autentica delle motivazioni, delle paure e delle ambizioni umane continua a essere il cuore insostituibile della sicurezza nazionale.

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