“L’inginocchiatoio” – delle lacrime dello scultore Guglielmo Zamparelli- La tragedia di Cutro

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Gli artisti, cartina di tornasole di quell’umanità sensibile che abita il globo, attraverso le loro opere tramandano: il respiro delle persone, la cronaca, gli avvenimenti, le culture e le storie della terra e del mare. In quelle loro istantanee immortali, riportano alla luce il travaglio e l’inquietudine dell’anima; l’arte diventa coscienza collettiva, valvola di sfogo che, con fatica, erutta e tracima fino a svelare e a mostrare nuda verità al mondo.

Quando scompare quel “coperchio di piombo che attanaglia il cuore”, quando svanisce il macigno insostenibile che lega l’anima eterea: ecco il rivelarsi di quella colpa collettiva che ci precipita nella quasi scomparsa di quella condizione morale e spirituale di separazione e allontanamento da Dio. Allora il rumore dell’opera d’arte è assordante, ci spinge innanzi a quell’eco sordo del perpetuarsi del miserrimo tentativo della discolpa di Pilato; quel ricorso furbesco e cinico a una neutralità ipocrita che, adesso, non concede né tregua, né spazio, né alibi. Dura logora cosa, che si oppone con la corteccia più spessa che, è quella che indossiamo e spesso portiamo per la vita intera; quella oscurità, quella nebbia, che non conosce mai meraviglia, quell’ “agire scialbo che ci rende ombre tra le ombre, consoci degli ignavi;  sempre sospesi tra il nulla e la viltà “tutti affollati, proprio all’atrio degli ignavi. in quell’Antinferno di antica memoria.

Succede da sempre e, continua tutt’ora ad accadere, le grandi tragedie si perpetuano e si abbattono sul genere “umano” e, adesso ancora di più, in questo tempo ingrigito e disorientato. E’, proprio qui che, il mondo si disvela e, appare “fuori di sesto”, come prediceva l’Amleto di Shakespeare; quel grigio oggi diventa nebbia perenne, non accenna a diradarsi e ci costringe, volenti o non volenti: a respirare i miasmi e il fetore della morte.

Restiamo tutti naufraghi in questo eterno presente dove, come ha scritto Eugenio Montale, riconosciamo che: il “male di vivere” non offre formule magiche, ma solo “qualche storta sillaba e secca come un ramo”.

Più l’artista è ricettivo, più la sua risposta creativa è potente; spesso si fanno poeti dell’immaginazione e dei suoni, rielaborano un linguaggio apparentemente ermetico, scarno, essenziale, nudo; da “naufraghi d’amore, approdano stretti all’unico legno che gli resta e, si abbandonano all’immenso respiro del mare, al canto “crudele” di migliaia di vite interrotte per sempre, grazie alla cupidigia di chi ha, di chi possiede e, non vuole pensare neanche ad avere altri ospiti a mensa.

La premessa è il mio tentativo di ricerca di poter cercare luci opportune per illuminare il fondale dell’opera dello scultore Guglielmo Zamparelli: quel suo “inginocchiatoio” – delle lacrime – fatto con le tavole del caicco della morte dei poveri naufraghi di Cutro (1) che, ora è esposto nella Basilica romana di Santa Maria dei Miracoli a Piazza del Popolo.

“L’inginocchiatoio”, lì dove il legno si fa carne, che ha visto Francesco dolorosamente genuflesso; gesto che non è stato una semplice flessione del corpo, ma un naufragio volontario nell’abisso della sofferenza umana. In quel gesto di santa gravità, le ginocchia del Papa toccarono la polvere della terra, divenendo ponte tra il silenzio di Dio e il grido straziante degli uomini. Su quei resti di legno, le lacrime non sono scese per bagnare la superficie, ma per scavarvi dentro e incidere solchi di speranza. Il Papa si è fatto otre e calice e, per questo innanzi alla povertà delle tavole ha raccolto i gemiti di ogni guerra, la solitudine di tutti gli scartati e, ogni ferita del mondo ancora sanguinante. È lì, in quella postura fragile ed estrema che, la Chiesa ritrova la sua forza più pura: non nel comando, ma nella preghiera e nella genuflessione condivisa.

In quel vuoto colmato dal peso del mondo, Papa Francesco ha trasformato l’inginocchiatoio – dello scultore Zamparelli – in un altare invisibile, dove il pianto del singolo è realmente divento la preghiera di tutti. Qui Francesco non ha piegato solo le membra, ma ha inclinato l’anima intera verso l’abominevole abisso umano, trasformando il dolore, delle moltitudini del mondo, in una preghiera muta che sale, acre, come incenso amaro, verso l’infinito.

Lo scultore, che frequenta la Calabria da tempo, ha concepito l’opera in memoria non solo dei poveri morti della tragedia di Cutro, ma anche per le disgrazie e i disastri che hanno visto perire tanta parte di umanità che, si era incamminata verso la ricerca di quel sogno che – dovrebbe essere un diritto – verso quella agognata “speranza di poter vivere una vita migliore”. Il poverissimo “inginocchiatoio” – delle lacrime – del maestro Zamparelli allora, non è solo a memoria di chi non può più sognare, non è solo il grido di chi non ha più voce, ma è specchio…  specchio, pieno di luce! Varco e incanto, dove ogni coscienza può rivedere ogni inganno; ogni omissione, ogni connivenza, ogni miserabile mancanza e, per questo, spingersi oltre; oltre ogni titubanza.

L’artista, come è già successo anche a me, si è fermato spesso sulle rive inquiete del mar ionico, solo, in un lungo e sofferto silenzio fatto di onde e di venti; non è stato semplice decifrare spasimi e pene che si sollevano dalle acque nel cuore più antico dello Ionio, quelle dove il Peloponneso sbiadisce all’orizzonte. In quel Mediterraneo periglioso, che d’improvviso smette di essere specchio e, spesso si fa voragine, dove l’azzurro si inabissa in un sonno senza risveglio. Oltre quella soglia dei cinquemila metri, dove la luce si arrende e il tempo si ferma: qui, nel grembo invisibile del mondo, il mare custodisce un segreto fatto di oscurità impenetrabile e ignota, un mondo lontano da ogni raggio di sole e da ogni voce terrena.

Quell’abisso si fa respiro e, infiniti vapori marini si sollevano incontro alle luci del mondo, s’alzano piano sussurri sommessi, come preghiere silenziose che si sciolgono dall’oscuro e dal freddo delle profondità. S’alzano infiniti vapori marini che, vanno incontro alle luci del mondo, sono come esalazione dell’anima che, cerca il “perdono” sotto il bagliore della luce del sole. Dalle labbra dell’Abisso Calipso, il respiro dell’oscurità risale le correnti per farsi eco in superficie: sono lamenti, racconti che portano i venti; in pochi attimi cantano, tra le sartie e le onde. Sono venti caldi, malati, testimoni e custodi di tanti segreti strappati a più di cinquemila metri di silenzio; ora risalgono dagli abissi quelle inquietudini di morte, di quella morte che ha spezzato il tempo, che si è presa il passato e, cancellato per sempre l’idea del domani. Rantoli, cupi come il respiro affannoso del mondo… è un alito pieno che viaggia da un posto lontano, lontano, dove l’occhio umano non osa guardare.

L’artista e il poeta ora stanno sulla prua d’un legno corroso, vegliano come gli antichi nocchieri, le chiome imbiancate dal sale e dal tempo. Restano immobili, come statue di carne, con lo sguardo fuso nell’istante in cui l’azzurro trasmuta in cobalto. Anime sensibili, ora non scrutano più stelle, ma ascoltano onde che portano mormorii di lacrime e pianti, riconoscono i sussurri e le voci che, non hanno nome, sono chiari richiami di un abisso che non hanno mai visto, ma che sentono pulsare proprio sotto i piedi. Ed è in quel soffio di vento, che gli uomini e le voragini si specchiano: gli uni fatti di polvere e gli altri di tenebra, entrambi legati dallo stesso destino di pellegrini nel tempo, verso un orizzonte che non conosce mai fine.

Poi, con coraggio, con quella sacra disposizione dell’anima, con la stessa forza di chi privo di bussole e certezze, ha affidato la propria vita al capriccio degli dèi e al respiro dell’ignoto, allora e, solo allora, il nostro sguardo si schiude e, riusciamo a vedere tutto, davvero. Scopriamo che sotto la coltre cobalto, sotto quell’Abisso, dove la pressione si fa abbraccio eterno, dormono tanti “paesi dimenticati”, adagiati proprio sulle colline del fondo del mare. Sono città di corallo e silenzio, regni sepolti dove il tempo non ha più voce, ma solo respiro.

Proprio laggiù, dove l’Abisso Calipso divora ogni barlume, il mare si fa tempio, s’estendono città di corallo e silenzio, architetture nate dal pianto calcareo dei millenni, plasmate da una pressione che si fa intricata scultura complessa.

Ci sono tanti borghi sepolti, cattedrali sommerse dove il tempo ha smesso di scandire i giorni per farsi di sconfinata ed eterna durata, villaggi che hanno rinunciato anche alla parola per divenire solo puro respiro, un solo filo di fiato. In quelle navate d’acqua cupa, dove i secoli giacciono stratificati come polvere di stelle marine, non v’è rintocco di campana, né grido di vento; regna solo il battito lento e sordo di una terra che medita. E solo adesso, immergendoci in quella calma interiore feconda, dove i rumori del mondo non possono più arrivare, scopriamo che quel vuoto non è mai stato assenza, ma un severo maestro di silenzio, uno specchio straordinario, capace di restituire a ognuno di noi la nuda misura della nostra anima semplice e vera.

 

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