“INTELLIGENCE, GIUSEPPE RAO AL MASTER DELL’UNIVERSITÀ DELLA CALABRIA: “USA, CINA, MEDIO ORIENTE E INTELLIGENZA ARTIFICIALE. LA NUOVA MAPPA DEL POTERE GLOBALE NELLA LENTE DELL’INTELLIGENCE”.

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(Rende, 28.3.2026) – “Geotecnologia, connettività, ordine mondiale. Intelligence e nuovi paradigmi dell’intelligenza artificiale” è il titolo della lezione tenuta da Giuseppe Rao, Consigliere e Dirigente generale presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e docente all’Università di Sassari, nell’ambito del Master in Intelligence dell’Università della Calabria, diretto da Mario Caligiuri.
Dalla strategia economica della Cina alle tensioni in Medio Oriente, fino all’impatto dell’intelligenza artificiale sui conflitti contemporanei, la seconda lezione di Rao ha offerto una chiave di lettura geopolitica delle trasformazioni che stanno ridisegnando la governance internazionale.
Comprendere gli avvenimenti globali richiede metodo, studio e un costante ricorso alle fonti primarie. È questo uno dei messaggi centrali della lezione: ogni studioso, e in particolare l’analista di intelligence, deve osservare politica internazionale, economia e finanza non attraverso interpretazioni mediatiche superficiali, ma tramite l’analisi di atti istituzionali, documenti ufficiali e, nel caso della Cina, dei media nazionali.
Da questo presupposto prende avvio l’analisi di Rao, che sottolinea come, per analizzare la Cina contemporanea, non sia sufficiente osservare dati economici o dinamiche commerciali. È necessario entrare nel cuore della sua architettura politico-amministrativa, dove la pianificazione strategica continua a rappresentare uno strumento fondamentale dell’azione del Partito comunista e dell’Esecutivo.
L’appuntamento istituzionale di maggiore rilevanza a Pechino è la presentazione del Rapporto annuale del governo all’Assemblea Nazionale del Popolo (il Parlamento), tradizionalmente illustrato dal Primo ministro il 5 marzo. In questa occasione vengono definite le priorità economiche, industriali e sociali della Repubblica Popolare: non una semplice comunicazione politica, ma un documento programmatico capace di orientare l’intero apparato pubblico.
Il significato del Rapporto si amplia ulteriormente quando, come avvenuto quest’anno, introduce il nuovo Piano quinquennale, principale strumento di pianificazione strategica. L’obiettivo è definire traguardi di medio e lungo periodo e tradurli in politiche concrete.
Una volta approvato, il Piano non resta confinato al livello centrale: ogni provincia, città e amministrazione locale elabora programmi coerenti con gli indirizzi stabiliti dal Partito. Come osservato da Rao, questo meccanismo consente alla leadership cinese di guidare la trasformazione economica con una continuità strategica non replicabile nei sistemi occidentali.
La Cina ha progressivamente modificato il proprio modello di sviluppo: non più crescita quantitativa a doppia cifra, ma uno sviluppo più equilibrato e sostenibile, orientato alla qualità, all’aumento della produttività, all’occupazione e al rafforzamento dell’autonomia tecnologica.
Rao conclude evidenziando come il 15° Piano Quinquennale 2026-2030 miri a consolidare questo percorso, trasformando il Paese in una potenza tecnologica, economica e geopolitica pienamente modernizzata, anche a livello militare, e competitiva rispetto alle principali economie occidentali entro il 2035.
La seconda parte della lezione si è concentrata sulle dinamiche geopolitiche del Medio Oriente, con particolare attenzione alla questione iraniana. Da decenni la regione rappresenta uno dei principali teatri di tensione del sistema internazionale, non solo per la presenza di ingenti risorse energetiche, ma anche per il ruolo strategico delle rotte commerciali.
In questo contesto, lo Stretto di Hormuz costituisce uno dei passaggi marittimi più sensibili al mondo: una quota significativa del commercio globale transita attraverso questo corridoio, e qualsiasi escalation militare produce effetti immediati sull’economia internazionale.
Le tensioni che coinvolgono l’Iran vanno lette in un quadro più ampio, in cui si intrecciano rivalità regionali, anche a matrice religiosa, interessi energetici e competizione tra grandi potenze. Rao ha sottolineato come, negli ultimi anni, Teheran abbia cercato di rafforzare la propria posizione internazionale sia attraverso l’ingresso in organizzazioni emergenti come la Shanghai Cooperation Organization (SCO) e i BRICS, sia intensificando i rapporti con le potenze asiatiche, nel tentativo di ridurre l’isolamento politico ed economico.
Grazie alla sua posizione geografica, ponte tra rotte marittime e terrestri, l’Iran rappresenta inoltre uno snodo strategico tra Europa, Asia e Africa. Tra gli aspetti più rilevanti delle crisi recenti emerge la vulnerabilità delle infrastrutture critiche e delle catene logistiche: in un mondo sempre più interconnesso, la sicurezza energetica e commerciale diventa un fattore decisivo nella competizione tra potenze.
Allo stesso tempo, i conflitti contemporanei confermano una tendenza ormai evidente: non si svolgono più soltanto sui campi di battaglia tradizionali, ma coinvolgono dimensioni economiche, tecnologiche e informative. In questa prospettiva, il Medio Oriente si configura non più soltanto come un’area di crisi, ma come un vero e proprio laboratorio geopolitico, in cui si sperimentano nuove forme di conflitto e competizione.
La terza area di analisi ha riguardato l’impatto delle tecnologie emergenti sui conflitti contemporanei. L’elemento più dirompente è rappresentato dall’integrazione dell’intelligenza artificiale nei sistemi d’arma e nei software militari. I moderni scenari operativi sono sempre più dominati da sensori avanzati, droni e piattaforme digitali capaci di generare enormi quantità di dati. L’intelligenza artificiale consente di elaborarli in tempo reale, accelerando i processi decisionali e aumentando la precisione e l’efficacia delle operazioni. Tuttavia, tali sistemi non sono esenti da criticità: possono produrre errori drammatici e apparentemente inspiegabili, come nel caso della distruzione di una scuola femminile, che ha provocato 165 morti e 96 feriti.
I recenti sviluppi dimostrano inoltre come sistemi militari avanzati e costosi possano essere messi in difficoltà da strategie basate su strumenti relativamente economici: l’impiego di sciami di droni o di mezzi navali leggeri per operazioni come la posa di mine rappresenta un esempio significativo.
Questa evoluzione introduce una nuova forma di asimmetria: la superiorità militare non dipende più esclusivamente dal possesso di tecnologie complesse, ma dalla capacità di integrare sistemi digitali, algoritmi e rapidità decisionale. Ne deriva una trasformazione profonda dei modelli di gestione dei conflitti.
Parallelamente si sviluppa una competizione globale per il controllo delle tecnologie emergenti, mentre cresce il ruolo geopolitico delle grandi aziende tecnologiche occidentali. Gli Stati, a partire dagli Stati Uniti, fanno sempre più ricorso a grandi imprese private: le Big Tech non sono più soltanto attori economici, ma soggetti in grado di influenzare, se non determinare, gli equilibri internazionali, come dimostrano, tra i tanti, i casi di Palantir, Anthropic, SpaceX e Blue Origin.
Come ha sottolineato Rao, “i CEO delle multinazionali dell’intelligenza artificiale sono diventati attori geopolitici”. In questo contesto, la competizione globale è sempre più definita da sistemi tecnologici, infrastrutture digitali e piattaforme private.
In conclusione, Rao ha evidenziato come le trasformazioni dell’ordine internazionale possano essere comprese attraverso tre chiavi di lettura: la strategia economica delle potenze, le dinamiche dei conflitti regionali e l’evoluzione tecnologica. Interpretare questo scenario complesso richiede uno sguardo geopolitico “a mosaico”, capace di cogliere le connessioni tra processi apparentemente distanti.
È questo il messaggio ultimo della lezione: per comprendere il presente e tendere a una pace autentica e duratura, è necessario elevare lo sguardo e osservare il sistema internazionale nella sua interezza, esercitando rigore analitico e coltivando un’apertura consapevole, libera da ogni pregiudizio, verso i modelli istituzionali e culturali diversi da quelli occidentali.”

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