Il nuovo volume edito dallo storico e poeta gioiese che raggiunge lo strepitoso traguardo di 88 volumi editi in 50 anni di vita letteraria.
Come dalla prefazione: Gghjommaru, avere -‘nu Gghjommaru .- e non riuscire a sbrogliarlo, essere sotto il peso delle tasse e non saper come fare, è la tematica e il dilemma trattato in questo lavoro.
I tributi, le tasse, il “dai a Cesare quel che è di Cesare…”, hanno sempre segnato la vita degli uomini e delle comunità.
In questo scritto l’argomento come visto dai Poeti, in modo particolare dai cantori calabresi del periodo post unità d’Italia. Infatti la delusione delle promesse garibaldine e le imposizioni dei Savoia hanno fatto ben presto rimpiangere i Borboni, e a buon titolo possiamo dire.
Vengono proposti quattro grandi Poeti vissuti a cavallo dell’Unità nazionale: un piede nel periodo borbonico un piede in quello dei Savoia. Quattro voci in un’unica penna graffiante, forte, superba, capace di denunciare i soprusi e le false promesse: “… Mo’ chi cazzu mi ‘mpignu mu pagu la fundaria,… La fami culla pala si pigghjia e culla zappa; cu pota si la scappa a Novajorca”.
Giuseppe Monaldo (1829–1900) uno dei tanti preti-poeti che utilizzando il dialetto hanno denunciato arroganza, fallimento politico, povertà e fame del popolo.
Tema trattato negli anni, oltre che dal Monaldo (sacerdote), da Bruno Pelaggi (scalpellino analfabeta), da Antonio Martino (sacerdote), da Ettore Feraco (farmacista), autori che hanno lasciato la loro voce, soprattutto a cavallo dell’unità d’Italia delusi nelle loro aspettative dai nuovi governanti (Savoia). Infatti il passaggio di consegne tra i Borboni e i Savoia non è stato indolore per il popolo meridionale che aveva raggiunto un livello economico ed industriale non indifferente (vedi ferriere di Mongiana poi da Garibaldi regalate al suo sovraintendente che trasferì altrove).
La denuncia, la disperazione del popolo, l’operato della politica di allora è vergognosamente attuale oggi e sempre. Cambia il nome, cambia il modo di pagare ma alla fine sempre tasse sono, l’erario chiama e il popolo risponde!
La poesia diventa denuncia e sfogo!
Leggendo queste stupende opere pensiamo agli oboli da versare ma godiamoci il dialetto puro dei tempi che furono.
E come scrive l’Autore: “Il dialetto la nostra grande ricchezza! Dal punto di vista glottologico queste poesie sono un tesoro immenso, termini ormai perduti nell’oblio della lingua nazionale ma che raccontano la nostra storia con le sue vicissitudini di domini greci, arabi, spagnoli, normanni, francesi. Oggi qualcuno scrive ancora in dialetto ma dialettalizzando termini italiani che non hanno alcun valore e danneggiano la cultura classica e la glottologia.
I quattro autori, di posizione socio-culturale diversa: 2 erano sacerdoti, uno scalpellino e uno farmacista, indipendentemente l’uno dall’altro innalzano il loro grido di giustizia con un linguaggio colorito e folkloristico che nelle diverse versioni dialettali (dal cosentino, al serrese, a quello della piana di Gioia Tauro) lasciando una testimonianza etnografica e glottologica unica” .
Leggiamo, quindi, le poesie con questa curiosità e godiamone tutte le sfaccettature.

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