Abbiamo imparato a fare quasi tutto.
A correre, organizzare, programmare, prevedere. Abbiamo affidato alla tecnica molte delle nostre domande e alla nostra intelligenza la pretesa di trovare una soluzione per ogni cosa. E, lentamente, quasi senza accorgercene, abbiamo dimenticato di pregare.
L’uomo di oggi parla molto, comunica continuamente, è connesso con il mondo intero, eppure sembra aver smarrito quel dialogo silenzioso e misterioso che per secoli ha accompagnato l’esistenza umana: il dialogo con Dio.
Eppure Gesù ci ha lasciato una promessa straordinaria:
«Se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro.»
(Mt 18,19-20)
L’uomo che non dialoga più con Dio finisce per perdere se stesso e, con se stesso, il mondo intero. Viene meno l’amicizia con Dio e, lentamente, si indebolisce anche l’amicizia con gli uomini. Si smarrisce quel grande mistero nel quale l’umano incontra il divino, la fragilità incontra l’eterno, la solitudine diventa presenza. E dove avviene tutto questo, se non nella preghiera?
Pregare, allora, non significa fuggire dalla realtà. Significa entrarvi più profondamente. Significa fermarsi, quando tutto ci spinge a correre; fare silenzio, quando tutto produce rumore; riconoscere che non siamo onnipotenti e che esistono ferite, domande e attese che nessuna tecnologia potrà risolvere al nostro posto.
La preghiera è anche meditazione. Raccoglie i pensieri dispersi, ricompone interiormente, placa l’agitazione, educa all’ascolto. Quando l’uomo prega davvero, non cambia soltanto ciò che chiede a Dio: comincia a cambiare lui stesso. Impara a guardare diversamente la propria vita e, soprattutto, chi gli vive accanto.
Forse è proprio questo uno dei drammi del nostro tempo: dimenticando Dio, rischiamo di dimenticare anche l’uomo. Perché chi non trova più il tempo per alzare gli occhi al Cielo, spesso non trova più neppure il tempo per accorgersi di chi gli sta accanto.
La preghiera non è la debolezza di chi non sa cosa fare.
È la forza di chi comprende che non tutto dipende da lui.
E forse Dio possiede davvero un “lato debole”: si lascia raggiungere dalla voce dell’uomo che lo cerca. Ma proprio lì, nella nostra fragilità che incontra la Sua presenza, nasce una forza che il mondo non può dare: la pace del cuore.
Forse dovremmo tornare semplicemente a questo:
fermarci, fare silenzio e pregare.
Perché qualche volta, prima ancora di cambiare le cose intorno a noi, la preghiera rimette ordine dentro di noi.

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