Francesco prese il Vangelo sul serio. Lasciò che le parole di Gesù entrassero nelle sue scelte, trasformassero i suoi desideri e cambiassero il suo modo di guardare gli uomini. Per lui, credere significava imparare a vivere come Cristo.
Imitò Dio chinandosi sulla fragilità umana. Nel povero riconobbe un fratello; nel malato una persona da avvicinare; in chi era respinto una dignità da custodire. Il suo amore si fece gesto, presenza, condivisione.
La sua povertà fu una scelta esigente. Spogliarsi significava rinunciare anche al bisogno di apparire, di prevalere, di mettere se stesso al centro. Francesco imparò una libertà che ancora oggi ci interroga: quella di donarsi senza pretendere di possedere.
Noi, invece, quante volte vogliamo amare senza essere disturbati, perdonare senza rinunciare all’orgoglio, credere senza cambiare nulla della nostra vita? Le parole della fede possono diventare un’abitudine, mentre il cuore rimane chiuso.
Francesco ci chiede di aprirlo. Ci ricorda che il Vangelo prende vita quando qualcuno trova in noi ascolto, quando una ferita incontra delicatezza, quando scegliamo la pace anche a costo di fare il primo passo.
Imitò Dio sino alla fine perché continuò ad affidarsi a Lui anche nella sofferenza. Il dolore mise alla prova il suo corpo e la sua fiducia, ma non cancellò il desiderio di amare. Seguendo Cristo crocifisso, portò davanti a Dio tutto se stesso, anche la propria debolezza.
È questa la forza della sua testimonianza: un uomo che si lasciò trasformare dall’amore, giorno dopo giorno, fino a fare della propria vita una risposta al Vangelo.
Questa sera possiamo domandarci quanto di ciò che professiamo diventi davvero vita. Chi si sente accolto da noi? Chi attende il nostro perdono? Di quale sofferenza siamo disposti a farci carico?
Francesco imitò Dio sino alla fine. A noi resta una domanda: chi incontra la nostra vita riesce a riconoscervi almeno un poco del Suo amore?

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