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‘Ndrangheta, confiscato il patrimonio dei “Labate”

Stamattina, militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Reggio Calabria e del Nucleo Speciale Polizia Valutaria, con il coordinamento della Procura della Repubblica di Reggio Calabria, Direzione Distrettuale Antimafia, diretta dal Procuratore Giovanni Bombardieri, su richiesta del Procuratore Aggiunto Calogero Gaetano Paci e del Sostituto Procuratore Stefano Musolino, stanno eseguendo un provvedimento emesso dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale con il quale è stata disposta l’applicazione della misura di prevenzione della confisca in relazione all’ingente patrimonio, costituito da imprese commerciali, beni mobili, immobili e disponibilità finanziarie, riconducibile a soggetti indiziati di appartenenza alla cosca di ‘ndrangheta “Labate”.

Tra i soggetti interessati dalla misura di prevenzione, vi è Michele LABATE, cl. ‘56, esponente di vertice dell’omonima cosca unitamente al fratello Pietro, che annovera condanne irrevocabili, tra l’altro, per il reato di associazione per delinquere di tipo mafioso.
Al riguardo, proprio Pietro LABATE, cl. ’51, già Sorvegliato Speciale di P.S. e latitante per lunghi periodi, è stato – nel corso del 2015 – sottoposto a fermo di indiziato di delitto dal Gico del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria di Reggio Calabria per il reato di intralcio alla giustizia aggravato dalle finalità e modalità mafiose, in ordine alle minacce perpetrate ai danni di una testimone – in un importante processo in corso proprio nei confronti del fratello Michele e di altri esponenti della cosca “Labate” – volte a indurla a commettere il reato di falsa testimonianza. Per tale delitto, Pietro LABATE  è stato condannato – con sentenza confermata dalla Corte di Appello di Reggio Calabria – alla pena di anni 5 di reclusione.

Gli altri interessati dal presente provvedimento sono i fratelli Giovanni e Pasquale REMO che nell’ambito del procedimento penale n.142/2010 Rgnr DDA sono stati condannati dal Tribunale di Reggio Calabria (con sentenza non definitiva) per concorso in associazione per delinquere di tipo mafioso, ad anni 15 di pena detentiva.

La misura di prevenzione patrimoniale ha, altresì, interessato il patrimonio immobiliare degli eredi di Antonio FINTI, cl. ‘42, imprenditore reggino deceduto nel 2014. La sua vicinanza ai LABATE è stata ricostruita attraverso puntuali riscontri alle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia che indicavano FINTI quale soggetto a disposizione della cosca “Labate” e deputato al reimpiego dei proventi illeciti attraverso acquisizioni immobiliari.

L’esistenza e l’operatività della cosca “Labate”, nei quartieri di Gebbione e Sbarre della zona sud di Reggio Calabria, è stata più volte accertata con più di una pronuncia già passata in giudicato. In particolare, è stato riconosciuto il ruolo di primo piano di Michele LABATE e del fratello Pietro nell’omonima cosca, nonché il controllo assoluto – già dal 1987 – della gestione delle attività economiche, con riferimento soprattutto al settore del commercio della carne. In tale contesto le investigazioni a carattere economico/patrimoniale delegate dalla DDA reggina al Nucleo di Polizia Economico Finanziaria/Gico e al Nucleo Speciale Polizia Valutaria – V Gruppo, oltre a delineare la pericolosità sociale qualificata in capo a Michele LABATE e ai fratelli Pasquale e Giuseppe REMO, hanno consentito di qualificare le imprese a loro riconducibili nel genus delle “imprese mafiose” in quanto nate e accresciutesi sfruttando il potere mafioso della cosca “Labate” per sbaragliare la concorrenza, per imporsi sul mercato, per procurarsi clienti, con totale alterazione delle regole della concorrenza, finendo per operare nella zona di competenza in posizione sostanzialmente monopolistica.

Al riguardo sono state ricostruite – attraverso articolati accertamenti e l’acquisizione di copiosa documentazione consistente in contratti di compravendita di beni immobili, di quote societarie, atti notarili, ecc. – tutte le transazioni economiche poste in essere da Michele LABATE e fratelli REMO negli ultimi 30 anni, appurando che gli investimenti dei proposti e dei componenti dei loro nuclei familiari erano stati effettuati con denaro di provenienza delittuosa in quanto derivante da attività imprenditoriale svolta secondo modalità mafiose.
Per quanto riguarda Antonio FINTI, sebbene il suddetto non sia mai stato direttamente coinvolto in procedimenti penali per il delitto di associazione per delinquere di tipo mafioso o per altri delitti aggravati dal metodo mafioso, l’esistenza del profilo di pericolosità sociale qualificata è stata accertata attraverso i plurimi e puntuali riscontri alle dichiarazioni di collaboratori di giustizia, posti in essere dai Finanzieri che, ricostruendo i flussi finanziari e le vicende economiche dell’intero nucleo familiare del FINTI, sin dal 1972, hanno appurato che gli investimenti immobiliari effettuati nel tempo erano stati del tutto sproporzionati rispetto alle risorse lecite disponibili.
Alla luce di quanto sopra, la Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria ha disposto:
– l’irrogazione della misura personale della Sorveglianza Speciale di P.S. nei confronti di Michele LABATE, Pasquale e Giovanni REMO, nonché di Pietro LABATE, cl. ‘51, soggetto ritenuto al vertice dell’omonima cosca;
– l’applicazione della misura di prevenzione della confisca del patrimonio  riconducibile Michele LABATE, Pasquale e Giovanni REMO e ai relativi nuclei familiari, oltre che agli eredi di Antonio FINTI, cl. ’42, per un valore complessivo di circa 33milioni di euro, costituito dal patrimonio e quote sociali di 5 complessi aziendali, 62 beni immobili (fabbricati e terreni) siti a Reggio Calabria, 3 autoveicoli e rapporti finanziari/assicurativi e disponibilità finanziarie.
Con l’odierna confisca, il valore dei beni sottratti alla ‘ndrangheta dalla Guardia di Finanza di Reggio Calabria negli ultimi 18 mesi, sale così ad oltre 630 milioni di euro.

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