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Burkina Faso: la rivoluzione democratica in cammino.

Paese degli uomini liberi. Questo significa Burkina Faso in lingua locale. Un paese esteso quasi quanto l’Italia, tra i più poveri al mondo, con una economia basata per il 90% dall’agricoltura e con metà della popolazione, circa 8 milioni di persone, che vive sotto il livello di povertà con un’aspettativa di vita che si aggira intorno ai 55 anni.

Un nome che non ha portanto molta fortuna – parlando di libertà – in quanto il paese è stato per moltissimi anni sotto il tallone militare di diverse dittature con la sola parentesi felice del periodo del presidente Thomas Sankara durante il quale il paese attirò l’attenzione di tutto il mondo per i progressi compiuti prima di essere ucciso in un oscuro complotto.

Quali progressi?. Sankara inazitutto si rifiutò di pagare il debito pubblico di epoca coloniale. In un paese flagellato da malattie endemiche, il suo governo, procedette alla vaccinazione di 2.5 milioni di bambini contro morbillo, febbre gialla, rosolia e tifo attirandosi i complimenti dell’Unicef. Sankara fu anche il primo capo di stato africano a a mettere in guardia la popolazione dall’AIDS, invitando i compatrioti a prendere dei contraccettivi per evitare eventuali sieropositività. Abolì la poligamia e vietò l’infibulazione. Assegno poi a numerose donne il ruolo di ministro e le cariche militari, cosa rara in Africa. Le incoraggiò a ribellarsi al maschilismo e a rimanere a scuola in caso di gravidanza. Importante fu anche l’attenzione dedicata alla prostituzione. Sankara riteneva importante non punire o incarcerare le prostitute come accadeva in molti paesi, ma aiutarle a evadere dalla situazione di schiavitù fisica in cui si trovavano, dando loro un’occupazione vera. Il suo governo, creò poi posti posti di salute primaria in tutti i villaggi del paese, vide l’aumento del numero degli alafabetizzti, la realizzazione di 258 bacini bacini d’acqua, lo scavo di un migliaio di pozzi, la realizzazione di 334 scuole, 284 dispensari-maternità, 78 farmacie, 25 magazzini di alimentazione e 3.000 alloggi. Venne altresì combattuto il taglio abusivo degli alberi, al fine di arrestare la desertificazione del territorio – (10 milioni di alberi vengono piantati per contrastare l’avanzata del Sahel) – e soppresse le imposte agricole. Sankara intuì poi l’importanza delle uniche vere risorse del paese: cotone, ortaggi, legumi, agrumi e allevamento (oltre a una buona quantità d’oro) decidendo di dare slancio alle piccole unità produttive, a metà strada tra l’artigianato e l’industria, come manifatture a ateliers, per impiegare manodopera minimamente formata da espandere sul territorio, far nascere vicino alle zone di produzione ed essere facilmente sostenibile. Diede quindi rilievo all’impresa privata, a patto che questa non si imponesse sulla sovranità popolare e fu ben aperto a investitori stranieri, come la Svizzera, che volevano associarsi con i privati o il governo del Burkina. Le principali collaborazioni furono per il formaggio (latte) e i pomodori destinati a salse e pelati in scatola. Fece costruire la ferrovia del Sahel, che tuttora collega Burkina Faso e Niger, la principale arteria di comunicazione del Paese, successivamente ampliata e – caso unico in un continente dilaniato da faide e vendette tribali – non imbastì processi politici ai danni degli esponenti del vecchio regime, limitandosi a confiscare quello che avevano sottratto allo stato.

Due anni fa, esattamente il 31 ottobre 2014, il popolo burkinabè, memore anche di queste gesta del suo mai dimenticato eroe nazionale, ha saputo liberarsi dell’ingombrante figura di Blaise Compaoré (il presidente rimasto al potere per 27 anni e che aveva annunciato l’intenzione di ricandidarsi) e poi, nel settembre del 2015, ha difeso la democrazia (con l’aiuto dell’esercito) dal golpe intentato dalla Guardia Presidenziale, fedele all’ex capo di Stato.

Oggi, ad Ouagadougou, la capitale si respira una aria nuova – molto simile a quella che si comincia a respirtare in quei stati dove la democrazia si è già affermata da tempo (Sudafrica, Capo Verde, Mauritius, Botswana, Ghana, Benin) o si è avviato il processo democratico. Una capitale che si presenta caotica ma pulita – grazie alle donne della “brigata verde”, un pacifico esercito di solerti netturbine, presenti ad ogni incrocio – dove il “Grand Marché” il mercato principale, fulcro della vita economica e sociale, è diventato il luogo-simbolo del dinamismo e della voglia di riscatto del popolo burkinabé.

 

Il vuoto di potere che si era creato all’indomani della rivoluzione avrebbe potuto innescare una pericolosa guerra civile con regolamenti di conti e spargimenti di sangue, ma non è accaduto perchè – spiegano molti analisti e conoscitori delle cose africane – l’integrità e la coesione rappresentano sono per i cittadini del Burkina Faso dei valori fondamentali.

Certo l’avvento della democrazia non è risciuto a risolvere di colpo i grandi problemi economico sociali che affliggono il paese africano, a cominciare dalla disoccupazione e una certa delusione serpeggia in molti ambienti. Ma qualcosa si muove. Il neopresidente Roch Marc Christian Kaboré ha per esempio realizzato una riforma della sanità che garantisce l’assistenza gratuita ai bambini fino ai cinque anni e alle donne incinte. Un primo segnale importante.

Pesa inoltre il contesto regionale. l’attentato terroristico di matrice jihadista del 15 gennaio 2016 all’hotel Splendid e al caffè-ristorante “Le Cappuccino” (bilancio: 27 morti e 33 feriti) ha accentuato il senso di vulnerabilità e insicurezza. È stato un vero shock per la popolazione (61% musulmani, 23% cristiani, 16% seguaci di religioni tradizionali), che ha sempre vissuto la fede in modo mite e tollerante. Le tensioni che attraversano e lacerano il Sahel – territorio di numerose cellule jihadiste – diffondono nuove inquietudini a Ouagadougou.

Insomma quella del Burkina Faso resta una democrazia ancora fragile. Ma un fiore è sbocciato nel cuore dell’Africa: lasciarlo appassire significherebbe spingere nelle braccia di chi predica il terrore centinaia di persone. Un ritorno al passato dittatoriale non è auspicabile è serio pensare che un popolo fiero e civile come quello burkinabè lo accetterebbe.

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