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L’aspetto psicologico nella palliazione. L’intervento della psicologa Vittoria Vardè alla XXIV° Giornata del sollievo tenutasi a Vibo valentia.

Si è tenuta mercoledì 20 dicembre presso la Biblioteca comunale, la XXVI° Giornata del Sollievo, organizzata dall’Azienda Sanitaria di Vibo valentia. Una iniziativa che si è svolta con il patrocinio del Servizio Sanitario Regionale e della Regione Calabria e alla quale ha preso parte anche la dott.ssa Vittoria Vardè, psicologa – nostra preziosa collaboratrice – di cui vi proponiamo integralmente l’intervento tenuto nell’importante assise incentrato sul tema: “Aspetto psicologico nella palliazzione: la comunicazione con il paziente e la famiglia”.

 Il progresso in medicina è sempre auspicabile, tuttavia le malattie oncologiche come quelle neuro-degenerative  ci obbligano  a riflettere sui limiti della sua applicabilità. Difronte alle malattie del fine vita, la medicina non può che prendere consapevolezza dei propri limiti e ammettere che la malattia, la sofferenza ed il dolore fanno parte dell’esistenza. In questi contesti è necessario assumere un diverso approccio terapeutico che sia basato non tanto sulla  malattia ma sulla persona che va colta e compresa nella sua globalità.

L’elemento che emerge fortemente nelle malattie oncologiche è il dolore. Dolore inteso non solo come sensazione fisica viscerale associata ad un danno fisico  ma sofferenza intesa come  condizione di patimento ed espressione di una afflizione interiore più emotiva. Il dolore diviene quindi  un linguaggio, un codice affettivo, che comunica, e che necessita di risposte che apportino sollievo. Il linguaggio del dolore, risulta spesso il tramite per una comunicazione e scambio all’interno di una relazione a volte cercata ma comunque necessaria

La comunicazione è spesso la componente principale  della gestione del paziente nelle patologie croniche e  nelle cure palliative. A volte è tutto quanto si può offrire al paziente. A confronto con la maggior parte dei farmaci, le abilità nella comunicazione hanno indubbiamente un’efficacia palliativa in quanto consentono di raggiungere una realtà comune e condivisa fra medico e paziente, di  coinvolgere attivamente il paziente nel processo terapeutico e di  sostenere e motivare i pazienti al fine di una migliore compliance ai programmi terapeutici. La comunicazione rappresenta in medicina lo strumento più importante da mettere in atto durante tutto il percorso terapeutico dalla diagnosi al trattamento e costituisce l’elemento imprescindibile per lo sviluppo di una buona  alleanza terapeutica. Possiamo distinguere tre tipi di comunicazione:

La Comunicazione verbale, ovvero  quel tipo di comunicazione che si realizza attraverso la parola parlata ed in genere sembra essere la più utilizzata a livello cosciente e la più esplicita. A seconda delle situazioni comunicative si possono usare diversi tipi di linguaggio che può essere informale (libertà di espressione) o specialistico (sintassi e dizione precise).

La Comunicazione para –verbale, che comprende il timbro di voce , il tono, il volume, il tempo dedicato.

La Comunicazione non verbale, che comprende le  espressione del volto, il contatto con il corpo, la gestualità, il  ritmo del respiro, la postura, la disposizione nello spazio di oggetti  ed   infine le azioni.

Nella prassi assistenziale è necessario mettere in atto tutte le risorse della comunicazione verbale e non allo scopo di creare e sostenere una valida relazione umana. E’ inoltre, importante evitare alcuni atteggiamenti che possono provocare nel paziente meccanismi di difesa e chiusura, come un atteggiamento indifferente o addirittura distaccato, impersonale o un atteggiamento ispirato al pietismo. Nella pratica clinica un momento difficile e delicato da gestire è la comunicazione della brutta notizia.  Robert Buckman la definisce come “ogni notizia che modifica radicalmente in modo negativo la visione che il paziente ha del proprio futuro” ed è “tanto più cattiva quanto più ampia è la differenza fra l’aspettativa del paziente e la realtà clinica”.

L’OMS nel 1993 ha evidenziato che nel momento in cui si comunica una diagnosi si viene a creare un particolare impatto negativo al quale, a lungo termine, il paziente può comunque adattarsi. In sostanza è l’ambiguità della situazione clinica che causa l’aumento del distress psicologico nei pazienti medesimi, pertanto risulta di fondamentale importanza assumere un atteggiamento chiaro e sincero.

Uno dei protocolli maggiormente utilizzati per comunicare cattive notizie al malato di cancro è quello di Baile, Buckman e coll. (2000), denominato SPIKES (acronimo formato dalle lettere iniziali dei sei passi fondamentali che lo compongono). Tale protocollo definisce i passi fondamentali da rispettare nella comunicazione della notizia analizzando in ogni step le emozioni del paziente, il suo stato d’animo e valutando il momento giusto per fornire al paziente le informazioni attraverso una idonea modalità comunicativa. Altro elemento fondamentale nella gestione del paziente terminale è la relazione. La capacità di porsi in termini sinceri e genuini verso la persona che soffre dando il senso reale della presenza, nell’incontro. Una buona relazione deve essere caratterizzata dall’empatia intesa come la capacità di mettersi sulla stessa lunghezza di ascolto con il paziente e la famiglia e di  riflettere e rispecchiare le emozioni che l’altro porta e dall’ accettazione incondizionata di quanto l’altro sta vivendo, ricordando sempre che dietro i contenuti vi sono emozioni e sofferenza, degni di essere rispettati.

Nel processo terapeutico è  essenziale coinvolgere anche la famiglia, la quale svolge un duplice ruolo. Da un lato i membri della famiglia agiscono come prima linea di supporto emozionale e dall’altra parte essi stessi  costituiscono insieme al paziente un’unità richiedente cure e quindi ugualmente bisognosi di attenzione e supporto. In una malattia organica grave ad andamento infausto ogni familiare influenza ed è influenzato dall’altro per cui il supporto alla famiglia rappresenta un modo per intervenire sulla sofferenza del paziente in fase avanzata di malattia oltre che sui familiari stessi.

Nel complesso l’obiettivo del trattamento del paziente è orientato al contenimento e al cambiamento dei comportamenti a rischio rispetto al possibile peggioramento delle sue condizioni psicofisiche generali e  all’assistenza lungo tutto il decorso della malattia.

Il trattamento più che in altre branche della medicina, deve porsi come obiettivo principale il miglioramento della Qualità della Vita e la diminuzione del rischio di conseguenze psicopatologiche tali da condizionare la sua esistenza futura.

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