Le cicatrici non sono ferite. Questa distinzione, che sembra solo linguistica, Γ¨ in realtΓ tutto. La ferita Γ¨ aperta, sanguina, chiede attenzione continua. La cicatrice Γ¨ ciΓ² che rimane quando il corpo β o l’anima β ha giΓ fatto il suo lavoro piΓΉ difficile: sopravvivere.
Chi porta una cicatrice non Γ¨ qualcuno che Γ¨ stato spezzato. Γ qualcuno che si Γ¨ ricucito.
Eppure c’Γ¨ qualcosa che nessuno dice: il tessuto cicatriziale Γ¨ diverso da quello originale. Non torneremo mai a essere chi eravamo prima.
E qui nasce il lutto piΓΉ silenzioso che esista β il lutto per la versione di noi che non ha conosciuto quel dolore. Quante notti passate a desiderare di essere ancora quella persona intera, ingenua, non ancora toccata. Ma quella persona non era piΓΉ forte di noi. Era solo piΓΉ fortunata. E la fortuna non Γ¨ una virtΓΉ.
Le cicatrici hanno una memoria propria. A volte, in giorni qualunque, tirano. Un odore, una frase, una data sul calendario β e all’improvviso il passato non Γ¨ piΓΉ passato.
Non Γ¨ debolezza. Γ il segno che quel dolore ha contato, che non era una cosa da poco, che chi lo ha attraversato non stava esagerando. Le cicatrici che fanno ancora male ogni tanto non sono guarigioni fallite: sono guarigioni oneste.
Il vero errore Γ¨ passare la vita a nasconderle, o peggio, a nascondersi da esse. PerchΓ© ciΓ² che neghiamo non scompare: governa da dietro le quinte. Sceglie per noi le persone da cui fuggire, le occasioni da sabotare, l’amore da tenere a distanza per paura che diventi un’altra lama.
Camminare oltre non significa dimenticare. Significa smettere di camminare in cerchio attorno alla ferita, come se il dolore fosse ancora il centro di tutto.
Proseguire con le cicatrici β non nonostante, ma con β significa concedere loro un posto diverso: non piΓΉ giudici del nostro futuro, ma testimoni del nostro passato. Sono la prova che abbiamo attraversato qualcosa che voleva fermarci, e non ci Γ¨ riuscito.
C’Γ¨ chi le legge come mappe: ogni segno una traversata compiuta. E forse il compimento piΓΉ profondo Γ¨ questo: arrivare al giorno in cui, toccando quella cicatrice, non chiediamo piΓΉ “perchΓ© Γ¨ successo a me?”, ma riconosciamo sottovoce: “questo l’ho attraversato io. Ed eccomi ancora qui, in cammino.”
Non guariti nel senso di intatti. Guariti nel senso di vivi, e capaci β proprio per quei segni β di riconoscere il dolore negli occhi degli altri, e di non voltarci dall’altra parte.
PerchΓ© alla fine Γ¨ questo che le cicatrici fanno, se glielo permettiamo: da prigioni diventano porte.
Don Gaetano Maria SaccΓ

