LE RUBRICHE DELLA SERA QUANDO CI ABITUIAMO A TUTTO di don Gaetano Maria Saccà

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C’è qualcosa di più inquietante del male: il momento in cui smette di inquietarci.
La mente umana possiede una straordinaria capacità di adattamento. È una forma di difesa: ciò che vediamo continuamente, ciò che ascoltiamo ogni giorno, finisce progressivamente per provocare in noi una risposta emotiva più debole. In psicologia parliamo di assuefazione.

È un meccanismo che ci protegge. Ma può avere un prezzo.
Ogni giorno scorrono davanti ai nostri occhi guerre, corpi, macerie, bambini impauriti, violenze, aggressioni, tragedie. Poi cambiamo immagine. Un messaggio, una fotografia, una pubblicità.

E continuiamo la nostra giornata.
Non perché siamo necessariamente cattivi.
Forse perché la nostra mente, per non essere travolta, impara a difendersi anche smettendo di sentire.
Ed è proprio qui che nasce il problema.
Quando l’eccezionale viene ripetuto abbastanza a lungo, rischia di diventare ordinario. La guerra diventa “quella guerra che continua”. Un morto diventa un numero. Un insulto diventa linguaggio. L’aggressività diventa carattere.

L’umiliazione diventa spettacolo.
E lentamente si sposta dentro di noi il confine di ciò che consideriamo accettabile.
Questo è uno dei pericoli psicologici più sottili dell’assuefazione: non cambia soltanto ciò che proviamo; può cambiare anche ciò che siamo disposti a tollerare.
Ciò che ieri ci scandalizzava oggi ci infastidisce appena.

Ciò che ieri ci avrebbe fatto fermare oggi lo osserviamo per qualche secondo.
Ciò che ieri avremmo chiamato disumano oggi rischiamo di chiamarlo semplicemente “realtà”.
Ma la realtà non diventa giusta soltanto perché ci siamo abituati a guardarla.

Non possiamo soffrire per ogni dolore del mondo. Sarebbe psicologicamente impossibile. Non dobbiamo vivere nell’angoscia permanente né sentirci colpevoli perché continuiamo a sorridere mentre altrove qualcuno soffre.

Dobbiamo però custodire una cosa preziosissima: la capacità di essere ancora toccati dall’altro.
Essere sensibili non significa essere deboli.
Provare compassione non significa essere ingenui.
Indignarsi non significa odiare.

E proteggersi dal dolore non deve significare diventare indifferenti.
Forse oggi la vera resistenza comincia proprio da qui: rifiutarsi di considerare normale ciò che normale non è.
Fermarsi davanti a un volto. Chiamare una persona per nome.

Ricordarsi che dietro una statistica c’è qualcuno che aveva una casa, una madre, un figlio, un progetto, una paura, un amore.
Perché il contrario dell’amore non è sempre l’odio.
A volte è qualcosa di molto più silenzioso: non sentire più niente.
E allora questa sera non chiediamoci soltanto che cosa sta accadendo al mondo.

Chiediamoci che cosa sta accadendo dentro di noi mentre lo guardiamo.
Perché il pericolo più grande non è abituarsi al rumore delle bombe, alla violenza delle parole o alle immagini del dolore.
Il pericolo arriva quando, davanti a tutto questo, non sentiamo più il bisogno di fermarci.

E forse è proprio allora che dovremmo avere paura:
non quando il male riesce ancora a ferirci,
ma quando non ci ferisce più.

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