LE RUBRICHE DELLA SERA: QUANDO IL LIMITE SI SPEZZA. di don GAETANO MARIA SACCÀ Il disagio psicologico dei giovani tra fragilità emotiva, crisi dell’autorevolezza e violenza, in un tempo in cui scuola, conoscenza e sapere rischiano di perdere il loro valore

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C’è qualcosa che sta accadendo nel mondo dei nostri ragazzi che non possiamo più osservare soltanto attraverso gli episodi di cronaca. La violenza dentro e fuori la scuola, le aggressioni tra coetanei, le minacce agli insegnanti, il bisogno talvolta di portare con sé un’arma, l’incapacità di accettare un rimprovero, un voto negativo o semplicemente un “no” ci pongono una domanda profondamente psicologica: che cosa accade quando il limite non viene più percepito come parte necessaria della crescita, ma come un’intollerabile aggressione al proprio io?

Il problema, infatti, non comincia quando esplode la violenza. Quello è il momento in cui qualcosa diventa visibile. Prima possono esserci una lunga difficoltà nel riconoscere e governare le emozioni, una scarsa tolleranza della frustrazione, l’incapacità di attendere, di perdere, di sbagliare, di accettare che l’altro possa dire “no” o pensarla diversamente.

Il limite, psicologicamente, non è soltanto ciò che impedisce: è ciò che contiene e, proprio perché contiene, aiuta a crescere. È quello spazio necessario affinché la rabbia possa diventare parola, la frustrazione possa essere elaborata, l’impulso possa trasformarsi in pensiero. Quando questo spazio si restringe, si rischia di passare troppo rapidamente dal sentire all’agire: sono arrabbiato e reagisco; mi sento offeso e aggredisco; vengo contraddetto e considero l’altro un nemico.

Ma sarebbe troppo facile mettere i giovani sul banco degli imputati. Prima di chiederci che cosa sia successo a loro, dovremmo avere il coraggio di domandarci: che cosa è successo a noi adulti?

Abbiamo forse confuso l’autorevolezza con l’autoritarismo, finendo qualche volta per rinunciare alla prima? Abbiamo cercato di proteggere i ragazzi da ogni delusione e da ogni frustrazione? Abbiamo dimenticato che anche attraverso un “no”, un’attesa, una sconfitta, un errore e la fatica si costruisce progressivamente una personalità?

Un adulto autorevole non è colui che impone tutto. È colui che sa ascoltare senza cedere a tutto, comprendere senza giustificare tutto, accogliere senza rinunciare a educare.
E poi c’è la scuola. Mi preoccupa non soltanto il giovane che non studia. Mi preoccupa ancora di più il giovane che non comprende più perché valga la pena conoscere.

Studiare non significa semplicemente prendere un voto, superare un esame o ottenere un diploma. La conoscenza allarga il mondo interiore. Leggere, studiare, confrontarsi con la storia, la letteratura, la filosofia e le scienze significa imparare che esistono altre vite, altri pensieri, altre possibilità. Significa acquisire parole con cui raccontare anche ciò che accade dentro di noi.
La cultura non elimina la violenza, ma può offrire strumenti per pensare ciò che proviamo prima di trasformarlo in azione.
Viviamo, inoltre, nella società dell’immediatezza: tutto deve essere rapido, disponibile, ottenibile. Ma la mente umana segue un’altra legge.

Pensare è lento. Imparare è lento. Costruire un’identità è lento. Diventare adulti è lento. E forse proprio questa lentezza, oggi così poco tollerata, è una delle esperienze educative di cui abbiamo maggiormente bisogno.
La risposta, allora, non può essere avere paura dei giovani né rifugiarsi nella nostalgia del passato.
Occorre ricostruire una vera alleanza tra famiglia, scuola e società, restituendo autorevolezza agli adulti e significato alla conoscenza. Dobbiamo tornare a insegnare che si può essere arrabbiati senza aggredire, delusi senza distruggere, sconfitti senza sentirsi annientati; che un limite non è necessariamente un’umiliazione e che chiedere aiuto quando il proprio mondo interiore diventa troppo difficile da governare non significa essere deboli.

Perché quando il limite si spezza non perdiamo soltanto una regola. Rischiamo di perdere quello spazio interiore nel quale l’emozione diventa parola, l’impulso diventa pensiero e l’altro smette di essere un ostacolo per tornare a essere una persona.
Ed è proprio da quello spazio che dobbiamo ricominciare: dalla famiglia, dalla scuola, dalla conoscenza e dalla responsabilità di noi adulti di tornare, veramente, a educare.

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