Autunno, Saudade e il tempo della memoria

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Dal balcone di casa mia ho visto arrivare l’autunno.

In realtà, da qualche giorno, ne avevo già avvertito la presenza aleggiare nell’aria, discreta e inquieta, come un fantasma che ritorna a visitare il cuore, a sollevare la polvere dei ricordi, a ricordarci i giorni della felicità perduta.

Poi, una mattina, eccolo.

L’autunno arriva in punta di piedi, quasi vergognandosi di disturbare l’estate che ancora indugia sulle soglie delle nostre case. Non annuncia il suo arrivo con clamore: accorcia le giornate, rinfresca l’aria, scolora lentamente i paesaggi e convince gli alberi a spogliarsi, una foglia alla volta, dei loro colori.

È una stagione dalla bellezza particolare.

Ha il colore dell’oro e della ruggine, il respiro della pioggia, il profumo delle foglie bagnate, la malinconia dei cieli grigi e quella dolce intimità dei pomeriggi trascorsi al caldo, mentre fuori il mondo sembra rallentare.

Ma l’autunno porta con sé anche qualcosa che non si vede e che, forse, non si può spiegare fino in fondo.

La nostalgia.

Settembre è lo spartiacque. Una sorta di Capodanno nostalgico, che segna la fine dell’estate e ci costringe, quasi senza che ce ne accorgiamo, a fare i conti con il tempo che passa.

La felicità estiva, appena vissuta, comincia già ad allontanarsi.

Diventa ricordo.

E il ricordo, lentamente, si deposita nel grande lago del tempo.

Forse è proprio per questo che l’autunno possiede qualcosa di magico. È un mago silenzioso che agita la sua bacchetta e improvvisamente riporta alla luce ciò che credevamo dimenticato.

Basta una canzone.

Una melodia ascoltata durante un vecchio viaggio.

L’odore della pioggia.

Una strada illuminata dalla luce obliqua del pomeriggio.

Il profumo delle foglie bagnate.

E all’improvviso una porta si apre.

Dall’altra parte ci siamo noi, ma siamo quelli di un tempo. Ritroviamo un volto, una voce, una persona, un luogo, un’estate. Ritroviamo emozioni che pensavamo perdute e che invece erano soltanto rimaste in silenzio, in attesa che qualcosa le richiamasse alla vita.

È come se l’autunno ci invitasse a fermarci e a guardare indietro.

Non per rimpiangere necessariamente ciò che è stato, ma per comprendere ciò che siamo diventati.

Non è forse un caso che proprio il tempo dell’equinozio d’autunno, nelle tradizioni neopagane, sia associato a Mabon, festività che celebra l’equilibrio tra luce e oscurità.

L’equinozio è una soglia.

Per un breve momento, il giorno e la notte sembrano guardarsi negli occhi, quasi alla pari. Poi la luce comincia lentamente a cedere il passo al buio.

E quella soglia può essere letta come una metafora della nostra stessa esistenza.

Mabon è, infatti, anche un tempo iniziatico, un invito alla ricerca di una nuova consapevolezza. Nella parte declinante della Ruota dell’Anno il viaggio si sposta verso l’interno: entriamo simbolicamente nel tempo del buio per interrogarci sui misteri della trasformazione, della morte e della rinascita.

È il tempo dei misteri.

Il tempo di onorare le divinità anziane e lo Spirito, di ringraziare per ciò che abbiamo ricevuto, per i frutti del nostro raccolto, per l’abbondanza che la Terra ci ha concesso.

E proprio il raccolto diventa simbolo della nostra vita.

Ci sono raccolti materiali e raccolti dell’anima. Ci sono cose che abbiamo seminato senza sapere se sarebbero mai fiorite e che, invece, un giorno ci ritroviamo tra le mani.

Mabon ci ricorda anche che non tutto ciò che riceviamo deve essere trattenuto.

Una parte del banchetto viene idealmente restituita alla Terra e alle sue creature: ciò che rimane viene offerto agli animali e agli uccelli, come gesto di gratitudine verso la Grande Madre che ci ha elargito i suoi doni.

È una filosofia antica e, forse, ancora profondamente attuale: ricevere, ringraziare, condividere.

La notte dell’equinozio, quando le ore di luce e quelle di oscurità si equivalgono, diventa così una notte per celebrare l’equilibrio della Dea e del Dio, l’armonia tra materia e spirito.

Persefone e Dioniso possono diventare, nella suggestione dei loro miti, figure simboliche di questo passaggio: la discesa e il ritorno, il buio e la luce, la morte e la rinascita.

È anche il tempo per fermarsi.

Per riflettere.

Per rilassarsi.

Per guardare ciò che abbiamo costruito e riconoscere i frutti del nostro personale raccolto.

È il momento di concludere ciò che deve essere concluso e di prepararci alla stagione dell’introspezione.

L’equinozio d’autunno è stato attraversato, nel corso dei secoli, da molteplici tradizioni e simbolismi.

Il periodo è associato anche a Michaelmas, la festività dedicata all’arcangelo Michele, figura di fuoco e di luce, spesso contrapposta simbolicamente alle forze delle tenebre.

E settembre richiama alla memoria anche i Grandi Misteri di Eleusi, gli antichi riti iniziatici legati al simbolismo del grano: il seme che scompare nella terra, muore apparentemente e poi ritorna alla luce.

Ancora una volta, morte e rinascita.

Ancora una volta, la stessa eterna lezione della natura.

Anche nella tradizione magica questo passaggio dell’anno è associato a temi come protezione, prosperità, sicurezza e fiducia in sé stessi.

Leggendo e investigando, ho scoperto inoltre una sorta di ritorno del paganesimo, o almeno di alcune sue simbologie e celebrazioni, con il recupero, da parte di molte persone, della festività di Mabon.

Forse perché l’uomo contemporaneo, pur immerso nella velocità, nella tecnologia e nel rumore del mondo, sente ancora il bisogno di fermarsi davanti al mistero delle stagioni.

Forse perché abbiamo ancora bisogno di una soglia.

Di un momento in cui poter dire: qualcosa finisce, qualcosa comincia.

Ma torniamo al mio autunno

È anche tempo di bilanci.

Bilanci sull’estate appena trascorsa.

E se dovessi racchiudere la mia estate in una sola parola, non avrei dubbi: Cultura.

Cultura, una delle parole che da sempre rappresentano il pilastro del mio esistere.

Ho avuto la gioia di attraversarla in tutte le sue sfaccettature: poesia, racconti, romanzi, teatro, fede, tradizioni popolari, premi letterari, riconoscimenti, giornalismo, Inchiostro d’Oro e d’Argento.

Un viaggio dentro le parole e dentro gli uomini.

Dentro le storie.

Dentro quella straordinaria avventura che chiamiamo cultura.

E poi c’è un’altra parola che non posso esimermi dal citare.

Bellezza.

La bellezza dei luoghi visitati.

La bellezza del mare, infinita distesa d’azzurro.

La bellezza del sole che accarezza la pelle e riempie il cuore di gioia, come un novello amante.

Estate figlia del sole, dei colori, dei profumi.

Estate figlia dell’inchiostro dorato.

E poi, improvvisamente, tutto finisce.

Non c’è un ultimo giorno annunciato.

Non c’è una campana che suona.

Semplicemente, un mattino, ci accorgiamo che l’estate non è più lì.

Rimane un invito.

Un biglietto.

Una brochure.

Un santino.

Uno scontrino.

Un fiore ormai appassito.

Le fotografie.

Le conchiglie.

Piccoli oggetti apparentemente insignificanti che diventano improvvisamente frammenti di memoria.

Reliquie di giorni felici.

E allora accade qualcosa.

Una voce sembra arrivare da lontano.

Una voce che non sappiamo se appartenga al vento, al ricordo o alla nostra stessa anima.

Poi vediamo la prima foglia ingiallita.

Ed è un tuffo nel vuoto dell’anima.

È l’autunno.

È la Saudade.

Quella parola che sembra contenere dentro di sé la nostalgia per ciò che è lontano, il desiderio di ciò che non possiamo più afferrare, il sentimento dolce e doloroso per qualcosa o qualcuno che ha lasciato una traccia dentro di noi.

L’autunno riporta al nostro cuore persone, luoghi, momenti.

Alcuni hanno attraversato la nostra vita per un istante eppure sono rimasti per sempre.

Alcuni luoghi li abbiamo visitati una sola volta, ma una parte di noi è rimasta lì.

Alcuni momenti sono durati pochi minuti e tuttavia, dentro la memoria, hanno conquistato l’eternità.

Non possiamo tornare indietro.

Ma possiamo custodire.

Possiamo lasciare che quei ricordi diventino parte della nostra storia.

Forse è questo il vero fascino dell’autunno.

Ci insegna che ogni cosa cambia.

E che anche ciò che finisce può essere bello.

Gli alberi lasciano cadere le loro foglie senza opporsi al passare delle stagioni.

Non trattengono ciò che deve cadere.

Non protestano contro il vento.

Non chiedono all’estate di tornare.

Lasciano andare.

E forse anche noi dovremmo imparare, qualche volta, la difficile arte del distacco.

Lasciare andare ciò che non possiamo più trattenere.

Accettare che alcune persone appartengano a un capitolo della nostra vita e non necessariamente a tutti quelli che verranno.

Accettare che certi luoghi restino fotografie nella memoria.

Accettare che alcune felicità siano state bellissime proprio perché hanno avuto una fine.

Fuori, intanto, le foglie continuano a cadere.

Dentro di noi riaffiorano ricordi, volti, voci, profumi.

L’autunno ci rende forse un po’ più silenziosi.

Più riflessivi.

Più nostalgici.

Ma dentro quella malinconia esiste anche una dolcezza profonda: la consapevolezza che, se qualcosa ci manca, è perché un tempo ci ha reso felici.

E allora forse non dobbiamo avere paura della nostalgia.

Dobbiamo ascoltarla.

Perché la nostalgia non è soltanto dolore.

È la prova che abbiamo vissuto.

Che abbiamo amato.

Che abbiamo incontrato persone e attraversato luoghi capaci di lasciare un segno.

L’autunno, in fondo, è questo.

È la stagione del passato e della memoria, delle cose perdute e di quelle che ancora devono accadere.

È il tempo in cui la natura ci insegna la misura del distacco e, nello stesso momento, ci consegna la promessa della rinascita.

Perché ogni foglia che cade sembra raccontare una fine.

Ma sotto la corteccia, nel silenzio della terra, qualcosa continua a vivere.

E forse è proprio questa la più bella lezione dell’autunno:

nulla finisce davvero quando lascia dentro di noi un seme.

E sotto ogni albero spoglio, nel silenzio apparentemente immobile della stagione, la vita sta già preparando il suo ritorno.

Caterina Sorbara

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