Un caffè con Grazia di Palmi

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Grazia Mamone era la prima cugina di mia nonna. In famiglia, per distinguerla da tutte le altre “Grazie”, la chiamavano “Grazia di Palmi”, perché abitava a Palmi.

Grazia viveva sola. Credo fosse vedova, ma non lo ricordo con certezza.

Era una donna molto attiva, amava viaggiare e stare in mezzo alla gente. D’inverno, però, era sola e guardava molte telenovelas che, come diceva lei, le facevano compagnia.

Si preparava il caffè e lo beveva mentre le guardava.

Diceva che quei personaggi delle telenovelas le facevano compagnia.

«Sono amici che vengono a trovarmi e bevono il caffè insieme a me».

Io ero ragazza quando mi raccontava queste cose. All’epoca frequentavo l’università a Messina e seguivo i seminari del grande Danilo Dolci.

Avevo appena letto uno dei suoi libri, Dal trasmettere al comunicare, e poi Marshall McLuhan, Karl Popper e tanti altri.

Qualche anno dopo, il titolo che diedi alla mia tesi fu I mass media e l’educazione.

Per questo, naturalmente, non ero d’accordo con quello che diceva Grazia.

Secondo me avrebbe dovuto leggere libri, guardare documentari storici e scientifici. Pensavo che le telenovelas fossero soltanto un passatempo, qualcosa di molto lontano da ciò che poteva nutrire la mente.

Allora non avrei mai immaginato che, molti anni dopo, avrei potuto pensare che forse Grazia aveva, almeno in parte, ragione.

Ricordo quando frequentavo l’Istituto Tommaso Gullì, a Reggio Calabria.

Zia Caterina seguiva Celeste, la telenovela con Andrea Del Boca. A volte, il giovedì sera, rientrava un po’ più tardi e, essendo una zelante Testimone di Geova, mi chiedeva di iniziare a guardarla io, per poi raccontarle che cosa fosse accaduto prima del suo arrivo.

Per me erano “stupidate”. Inoltre, il personaggio di Celeste non mi piaceva particolarmente: la trovavo troppo sdolcinata.

Ma volevo bene alla mitica zia Cata e, quindi, guardavo Celeste per lei.

Pensavo che le piacesse perché non aveva studiato.

Io, invece, in quel periodo avevo incontrato il professor Antonio Pettinato, che mi aveva fatto innamorare della filosofia.

Dopo il diploma, per varie vicissitudini, presi il cosiddetto anno sabbatico.

In realtà, in quell’anno lessi un’enormità di libri, di ogni genere.

Leggevo tantissimo e la sera, nonostante la stanchezza, non riuscivo a dormire. Mi piaceva moltissimo guardare il Maurizio Costanzo Show, perché sognavo già di diventare scrittrice e, chissà, un giorno di essere ospitata in una puntata.

Ma il Maurizio Costanzo Show andava in onda in seconda serata.

E una sera, nell’attesa, per caso mi imbattei in una telenovela: Il peccato di Oyuki.

All’inizio cominciai a guardarla perché era ambientata in Giappone.

Per me era quasi come vedere un documentario: attraverso quella storia potevo conoscere il Giappone, i suoi paesaggi, le sue tradizioni, la sua cultura. E, soprattutto, il tempo passava più velocemente, fino all’inizio del mio amato Maurizio Costanzo Show.

Piano piano, però, la bella e sfortunata Oyuki divenne un’amica che veniva a trovarmi.

Divenne il mio buon caffè tra i libri e il Maurizio Costanzo Show.

O forse, vista l’ora, una camomilla.

Poi arrivò il tempo dell’università, di Danilo Dolci e di tutto il resto.

E dimenticai Oyuki.

Con l’arrivo nella mia vita dello scrittore di Partinico, il rapporto appena iniziato con le telenovelas si interruppe bruscamente.

Tra le lezioni da seguire, gli esami da sostenere, i libri da leggere e i primi scritti, non mi fermavo mai. In seguito iniziai a lavorare e il pomeriggio lo dedicavo alla preparazione degli esami.

Durante l’intervallo mi preparavo un caffè e facevo una passeggiata tra gli ulivi. Mi godevo la campagna in tutte le stagioni.

Poi il tempo, lento e inesorabile, fece il resto.

Ci fu un momento della mia vita in cui avvertii pesi molto pesanti da reggere.

Avevo bisogno di evadere.

Non potendo viaggiare quanto avrei voluto, un giorno, seduta sul divano, mi imbattei in Cayetana Sotelo-Ruz, la protagonista di Una vita.

E mi fu subito simpatica.

La storia si svolgeva nell’elegante quartiere di Acacias 38, a Madrid, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Cayetana era una donna aristocratica, manipolatrice e spietata, coinvolta in intrighi, segreti e vicende drammatiche.

E così mi ritrovai, proprio come Grazia di Palmi, a bere il caffè con qualcuno che veniva a trovarmi.

Solo che la mia amica era Cayetana.

E il dolore, la fatica, il vuoto dell’anima diventavano per qualche momento più leggeri.

Alla fine, come sempre, tornavo ai miei scritti.

L’estate appena trascorsa è stata per me ricchissima di impegni culturali: poesia, prosa, articoli editoriali.

Un’estate impegnata a 360 gradi.

Non mi sono mai stancata, perché quando si fa qualcosa con amore, forse, non ci si stanca mai davvero.

Eppure ci sono stati due caffè che mi hanno dato una carica particolare: Far Away e, il venerdì sera, L’erede.

Sono stati come due meravigliosi viaggi in Turchia.

La bellezza di questo Paese faceva da sfondo alle storie, e io mi lasciavo trasportare.

Non ultimo, c’era la colonna sonora.

Le canzoni turche accarezzano l’anima. Sono intrise di nostalgia, di amori impossibili, di sentimenti profondi.

Anni fa sono stata in Turchia e posso dire che è davvero una terra intrisa di magia, di nostalgia e di una bellezza travolgente.

Tutti quegli elementi li ho ritrovati nelle soap.

E così, nonostante la mole di lavoro, non mi sono stancata.

Grazie ai miei voli in Turchia.

Naturalmente continuo a pensarla come Danilo Dolci, Marshall McLuhan e Karl Popper.

Continuo a credere nel valore dei libri, della cultura, dello studio, della conoscenza.

Ma oggi non posso più smentire completamente Grazia di Palmi.

Perché anch’io, come lei, ho preso un caffè con i miei amici.

Amici che non sono mai venuti davvero a casa mia, eppure sono riusciti a farmi compagnia.

Mi hanno portata in Giappone, in Brasile, in Spagna e in Turchia.

Mi hanno fatto viaggiare senza valigia.

Mi hanno regalato qualche ora di leggerezza quando ne avevo bisogno.

E forse, soprattutto, mi hanno aiutata a non arrendermi.

Chissà.

Forse Grazia aveva semplicemente capito qualcosa che io, allora, ero troppo giovane per comprendere.

La solitudine non sempre chiede grandi discorsi.

A volte chiede soltanto qualcuno con cui prendere un caffè.

Anche se quel qualcuno vive dentro uno schermo.

 

Grazia di Palmi riposa nel cimitero di Rizziconi, insieme ai suoi genitori, zia Angela e zio Giuseppe Mamone.

Ogni volta che vado porto loro un lumino e un fiore.

E ogni volta che torno, un antico dolore attraversa la mia anima.

Forse oggi, davanti a quella tomba, penso a Grazia in modo diverso.

La immagino ancora nella sua casa, con il suo caffè davanti alla televisione, mentre guarda quei personaggi che per lei erano amici.

E mi viene da sorridere.

Perché, alla fine, senza saperlo, Grazia di Palmi aveva trovato un modo tutto suo per viaggiare, per non sentirsi sola, per continuare a vivere.

Io ci ho messo molti anni per capirlo.

E forse è proprio questa la cosa più bella dei ricordi: a volte ritornano quando siamo finalmente pronti a comprenderli.

Il resto…

è un’altra storia.

Caterina Sorbara

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