In questi giorni di Quaresima, caratterizzati da pioggia e nuvole grigie, dove la primavera sembra non voglia arrivare, riporto al mio cuore una primavera piena di sole e speranza, di profumi, di pulcini, di nidi e di rondini.
Una primavera dove la sveglia era il chicchirichì del gallo e il canto di Massaro Cesare.
Correva l’anno 1991, Oppido Mamertina era ancora sede vescovile; papà ricopriva la carica di Assessore ai Lavori Pubblici al Comune di Rizziconi e il sindaco Raffaele Anastasi, lo aveva delegato a rappresentare il Comune per la cerimonia di presa di possesso di Mons. Domenico Crusco, nuovo vescovo della diocesi.
Se non erro era il 28 aprile.
Lungo la strada della Ferrandina che porta in terra mamertina, il pescheto era(lo è ancora oggi) un vero spettacolo della natura, con i suoi rami pieni di fiorellini rosa.
Sotto gli alberi, l’erba verde brillante si faceva strada tra i fiori caduti, creando un tappeto naturale che invitava a passeggiare.
Chiesi a papà di fermarsi perché volevo vedere da vicino i fiori di pesco, il rudere di una chiesetta e il suo campanile.
L’aria era pervasa da un profumo inebriante, un mix di dolcezza e freschezza, che attirava api e farfalle, intenti a svolgere il loro lavoro di impollinazione.
Il canto degli uccelli attraversava l’aria come una carezza.
Tra il verde dei prati, le pratoline sorridevano al sole.
La Ferrandina in primavera si trasforma in un luogo di bellezza e serenità, dove ogni elemento sembra celebrare la vita e la speranza di un nuovo inizio.
Ricordo, indossavo un tailleur rosa che quell’anno andava molto di moda.
Ricordo persino il profumo del rossetto e del fondotinta e che avevo comprato da Mariella a Taurianova.
Nella piazza antistante la Cattedrale, vicino a Palazzo Grillo il profumo della primavera si confondeva con quello della storia.
Nella maestosa cattedrale, i raggi di luce filtravano attraverso le vetrate colorate, creando un’atmosfera di sacralità e attesa.
La cerimonia per l’arrivo del nuovo vescovo era in pieno svolgimento, ma ricordo che i miei pensieri e i miei sogni, vagavano lontano da quel luogo solenne.
Seduta tra i fedeli, con il cuore che batteva forte, la mia mente era occupata da un solo pensiero: il mio amore…
Era passato del tempo da quando ci erano visti l’ultima volta, ma ardeva come una lampada la speranza di rivederlo un giorno.
Ogni parola pronunciata dal nuovo vescovo, sembrava risuonare dentro di me come un eco di promesse future.
Tra la maestosità della Cattedrale Mamertina, immaginavo il nostro incontro.
Lo vedevo sorridere, vedevo i suoi occhi.
Sognavo di condividere con lui non solo la gioia di un amore ritrovato, ma anche il desiderio di costruire insieme un futuro.
La cerimonia, con la sua solennità, sembrava un presagio di nuovi inizi, un segno che l’amore era vicino.
Mentre il vescovo benediceva la congregazione, io mi sentivo felice.
Credevo fermamente che, come il nuovo pastore avrebbe guidato la comunità, così anche il destino ci avrebbe fatti reincontrare.
Avremmo avuto una seconda possibilità.
La mia mente era un turbinio di emozioni, e il cuore batteva forte per l’attesa di un amore che doveva assolutamente realizzarsi.
Papà era bellissimo, la fascia tricolore gli stava d’incanto, Mons. Crusco mi piacque tanto , e in seguito ne ebbi la conferma.
Quando papà si ammalò, ci fu vicino con parole meravigliose cariche di conforto e speranza.
Ero felice quel giorno ad Oppido Mamertina, mi sentivo serena , vedevo il futuro rosa come il mio tailleur.
Quando la cerimonia finì, incontrai fuori dalla Cattedrale una mia cara amica, Antonella Ferraro.
Iniziammo a parlare dei nostri cantanti preferiti : per me allora erano Madonna e Franco Battiato, che ascoltavo alla radio che papà mi aveva comprato a Reggio Calabria.
Poi papà mi chiamò per presentarmi Mons Crusco.
Sembrava tutto rosa quel 28 aprile del 1991.
Allora non potevo immaginare quanto la vita sarebbe stata ingiusta con me, perché la realtà è stata ben diversa.
I sogni che aveva coltivato con tanta cura non si erano avverati; non c’è stata nessuna seconda possibilità, come erroneamente avevo sognato.
Adesso in questi giorni che la primavera tarda a fiorire, ripenso a quel giorno in cattedrale con una nostalgia profonda.
I ricordi di quella cerimonia, con la sua atmosfera di gioia e di promesse, si mescolano a un senso di malinconia.
Le parole del vescovo, che allora mi avevano ispirato speranza, ora risuonano come un eco lontano, un promemoria di ciò che avrebbe potuto essere.
Mentre l’atmosfera pasquale danza nell’aria penso a come tutto è cambiato.
Il canto di un merlo , mi riporta a quel giorno in cattedrale, un giorno che era iniziato con così tante aspettative e speranze.
I sogni che avevo nutrito sono annegati sul lago nel tempo, lasciando un vuoto mai colmato.
Un’ombra di ciò che avrebbe potuto essere.
Per tutta la vita mi sono sentita come un fiore appassito, privato della luce e dell’acqua necessari per prosperare.
Le mie speranze, un tempo così vivide, ora altro non sono che un dolce rimpianto: di lui, della perduta speranza, di papà che ora sta male, del ricordo di Mons. Crusco e del suo dolce sorriso.
Adesso che il tempo è passato, tutto ritorna al mio cuore e mi chiedo dov’è andata a morire la ragazza con il tailleur rosa.
Dove ha trovato la forza per continuare a vivere?
Me lo chiedo mentre un merlo pensoso, da lontano con il suo canto cerca di confortarmi, rassicurandomi che presto la primavera arriverà.
Nonostante tutto.
Caterina Sorbara



