Rende (13.04.2026) – “Intelligence e guerra cognitiva” è il titolo della lezione tenuta da Alberto Pagani, deputato dal 2013 al 2022, advisor nel settore della sicurezza e docente presso l’Università di Bologna, al Master in Intelligence dell’Università della Calabria, diretto da Mario Caligiuri.
Pagani ha affrontato il tema della disinformazione e dell’inganno strategico nel contesto della guerra ibrida e cognitiva, offrendo una chiave di lettura avanzata delle trasformazioni in atto nel sistema della sicurezza internazionale.
Il contributo si è sviluppato a partire da una constatazione di fondo: il conflitto contemporaneo non si manifesta più esclusivamente nello spazio fisico o militare, ma si estende progressivamente alla dimensione immateriale della percezione, dell’informazione e della cognizione. In questo scenario, la disinformazione non rappresenta un fenomeno collaterale, bensì uno strumento strategico centrale, in grado di orientare comportamenti, alterare processi decisionali e incidere sulla stabilità delle società democratiche.
Pagani ha evidenziato come l’intelligence si collochi al centro di questa trasformazione, assumendo una duplice funzione. Da un lato, essa rappresenta la prima linea di difesa rispetto alle operazioni di manipolazione informativa, in quanto deputata a comprendere le strategie dell’avversario e a interpretare segnali deboli all’interno di contesti complessi. Dall’altro, essa può costituire, entro limiti normativi e sotto controllo democratico, uno strumento attivo di influenza, attraverso l’impiego di tecniche di deception finalizzate alla protezione degli interessi nazionali.
L’inganno strategico viene così ricondotto alla sua dimensione originaria, quale elemento strutturale della guerra e dell’azione di intelligence. Non si tratta semplicemente di nascondere informazioni, ma di costruire narrazioni plausibili e coerenti capaci di indurre l’avversario in errore. Le grandi operazioni della Seconda guerra mondiale, come la Mincemeat e la Bodyguard, rappresentano esempi paradigmatici di questa logica, fondata sull’integrazione tra elementi informativi, psicologici e operativi.
Il passaggio decisivo, tuttavia, è rappresentato dall’evoluzione del contesto mediatico. Riprendendo il principio secondo cui “il mezzo è il messaggio”, la lezione ha sottolineato come i social network abbiano radicalmente trasformato le modalità di costruzione della realtà sociale. Se la stampa favoriva una riflessione articolata e la televisione una comunicazione unidirezionale, il web 2.0 introduce un ambiente caratterizzato da immediatezza, interazione e frammentazione. In tale contesto, la logica algoritmica non mira alla qualità dell’informazione, ma alla massimizzazione dell’attenzione, producendo effetti sistemici quali la creazione di bolle informative e la polarizzazione delle opinioni.
Questa trasformazione tecnologica si intreccia con dinamiche psicologiche profonde. La lezione ha evidenziato come i processi di de-individualizzazione, polarizzazione di gruppo e obbedienza all’autorità rendano gli individui particolarmente vulnerabili a forme di manipolazione emotiva. I principi della persuasione, già studiati in ambito psicologico, trovano nei social network un ambiente di applicazione estremamente efficace, in cui la ripetizione, la coerenza e la pressione sociale contribuiscono a rafforzare convinzioni preesistenti.
In questo quadro si inserisce la teoria dei frame mentali, secondo cui la comprensione della realtà avviene attraverso schemi cognitivi che possono essere attivati e rafforzati mediante specifiche strategie comunicative. La manipolazione non agisce quindi sul piano razionale, ma su quello simbolico ed emotivo, orientando la percezione prima ancora della valutazione critica.
Un passaggio particolarmente significativo della lezione ha riguardato l’analisi delle tecniche avanzate di influenza, tra cui quelle riconducibili alla Programmazione Neuro-Linguistica. Attraverso meccanismi di ricalco, guida e ancoraggio, è possibile costruire relazioni di fiducia e orientare progressivamente il comportamento del target, aggirando le difese razionali. Tali tecniche trovano applicazione su larga scala nei contesti digitali, dove l’interazione costante e la disponibilità di dati consentono un livello di personalizzazione senza precedenti.
In questo senso, il caso Cambridge Analytica è stato richiamato come esempio emblematico di integrazione tra big data, profilazione psicografica e microtargeting. L’utilizzo sistematico delle informazioni personali per costruire messaggi altamente personalizzati dimostra come la manipolazione possa essere resa scientifica e scalabile, incidendo direttamente sui processi democratici.
Il quadro delineato conduce inevitabilmente al concetto di guerra cognitiva, in cui la mente umana diventa il principale campo di battaglia. In tale prospettiva, attori statali e non statali utilizzano la disinformazione per alimentare divisioni interne, amplificare conflitti sociali e indebolire la coesione delle società avversarie. Non si tratta di imporre una verità alternativa, ma di generare confusione, sfiducia e frammentazione.
Di fronte a questa evoluzione, Pagani ha evidenziato i limiti dell’attuale assetto italiano, caratterizzato da una frammentazione delle competenze tra diversi organismi e da una carenza di coordinamento strategico. La tendenza a proporre nuove strutture, in assenza di una visione complessiva, rischia di aggravare tali criticità, anziché risolverle. Ciò che appare necessario è piuttosto una riflessione sistemica, capace di integrare dimensione operativa, culturale e politica.
In conclusione, la lezione ha posto l’accento sulla necessità di superare un approccio meramente reattivo alla disinformazione. Le tradizionali attività di fact-checking si rivelano insufficienti in un contesto caratterizzato da un flusso informativo continuo e da una competizione narrativa permanente. La risposta efficace deve invece concentrarsi sulla comprensione e sulla decostruzione delle narrazioni avversarie, attraverso la costruzione di contro-narrazioni capaci di incidere sul piano simbolico ed emotivo.
La sicurezza nazionale, in questo nuovo scenario, non può più essere concepita esclusivamente in termini di difesa fisica o militare, ma richiede una capacità diffusa di interpretazione della realtà, una maturità istituzionale adeguata alla complessità e un investimento culturale che coinvolga l’intero sistema paese. In tale prospettiva, l’intelligence si configura non solo come strumento operativo, ma come funzione essenziale di comprensione del presente e di orientamento strategico del futuro.

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