“Villa Mercede in Fiore — Il Giardino che Respira” di Rosario Sprovieri

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Quasi una fiaba a San Lorenzo, lo storico quartiere romano da sempre nodo di fermenti politici e laboratori di trasformazione sociale, in quella Villa Mercede ch’è il cameo incastonato fra i palazzi sopravvissuti ai bombardamenti americani, si appresta a diventare il palcoscenico di una vera utopia concreta. Nelle giornate di sabato 3 e domenica 4 ottobre 2026, il parco accoglierà l’atto conclusivo di “Villa Mercede in Fiore — Il Giardino che Respira”, il progetto ideato dall’associazione Inter-Orto APS in collaborazione con Zètema Progetto Cultura e promosso anche dalla città di Roma Capitale. Non si tratta di una semplice manifestazione dedicata al giardinaggio urbano, ma di una vera e propria azione di restituzione sociale, di resistenza comunitaria. In un’epoca segnata dall’isolamento digitale e dalla frammentazione e dalla rarefazione dei rapporti umani, l’iniziativa risponde all’urgenza sociologica di rigenerare insieme il “capitale sociale”, attraverso il contatto con la terra. Il progetto nasce dalla voglia di far propri i ritmi e le regole degli eco-sistemi naturali, portando l’equilibrio della natura spontanea, direttamente nella vita della città. Curando l’agricoltura in piccoli spazi con le tecniche agronomiche e si trasformano in modelli di cooperazione condivisa e solidale, capace di trasformare un pezzo di parco pubblico, da luogo di transito e svago, a bene comune presidiato dalla cura del vicinato.

Questa vocazione all’incontro affonda le radici nella memoria stessa del luogo. San Lorenzo è stato da sempre il rifugio eletto e lo spazio di confronto di una straordinaria comunità di intellettuali. Proprio a pochi passi da Villa Mercede, nell’antica trattoria Da Pommidoro a Piazza dei Sanniti, era abituale imbattersi nelle accese discussioni tra Alberto Moravia, Elsa Morante e Pier Paolo Pasolini.

Quel Pasolini, che amava profondamente la vitalità verace di queste strade che scelse proprio la trattoria del quartiere per la sua ultima cena con Ninetto Davoli, poche ore prima di essere ucciso. Lo stesso fascino magnetico colpì il poeta Renzo Paris, che qui trovò un’ispirazione così viscerale da dichiarare, nel 1979, di aver contratto una vera e propria malattia, la “malattia della sanlorenzite”.  Ma San Lorenzo, nel tempo è stato il rifugio della scuola poetica e pottorica romana del dopoguerra, e quelle sue adiacenze industriali, sono state l’epicentro di quel miracoloso sodalizio artistico e letterario che fu il “Gruppo di Portonaccio”. Del quale l’ispiratore massimo, possiamo dire: il vero e proprio “vate” e protettore, che prese a ben volere quel manipolo di giovani artisti, fu Giuseppe Ungaretti. Dalla sua cattedra alla vicina Università La Sapienza e con i suoi passaggi lungo l’asse della Tiburtina, Ungaretti battezzò la scuola di “quel rione che abitano in case colpite dalla guerra”, guidando poeti come Elio Filippo Accrocca (suo brillante studente), Giacomo Di Raimo e Luciano Luisi, tenendo a battesimo, con la prefazione del 1949 la raccolta: Portonaccio e, la loro estetica della periferia. In quel clima fecondo, i versi di Di Raimo e Accrocca dialogavano con il realismo aspro dei pittori Renzo Vespignani, Marcello Muccini e Graziella Urbinati, attirando nelle frequentazioni romane persino il maestro friulano Giuseppe Zigaina, che con loro condivideva l’urgenza di raccontare il riscatto delle classi subalterne, prima che egli stesso diventò il più stretto collaboratore cinematografico di Pier Paolo Pasolini. In questo contesto, per far ritorno all’iniziativa in corso che si è già sviluppata nei mesi scorsi come un racconto continuo, strutturato secondo una tripartizione cronologica che evoca i grandi cicli della letteratura bucolica e della filosofia della natura si inquadra Il percorso de “Le Radici”, fase dedicata al radicamento antropologico del progetto in cui le letture all’ombra dell’olivo, hanno richiamato il valore classico della “paideia” l’immagine virgiliana dell’albero come fulcro della memoria e della trasmissione del sapere. Ad agosto, poi il testimone è passato a: “La Cura”, un momento di custodia attiva in cui lo studio dell’etnobotanica e delle erbe spontanee ha abbracciato la filosofia del “Terzo Paesaggio” di Gilles Clément, celebrando la biodiversità delle piante urbane come metafora di inclusione e diversità culturale. A settembre, + ri-iniziato il ciclo dopo: “La Fioritura” ecco la nuova semina che sancisce definitivamente l’alleanza tra la scuola e il vicinato, traducendo in pratica quella pedagogia della cooperazione di Paulo Freire, dove l’educazione ambientale esce dalle aule per farsi coscienza critica e azione collettiva sul territorio. Questa vocazione educativa è oggi simboleggiata, con importanza, dalla presenza della biblioteca comunale – ospitata proprio dentro i villini di Villa Mercede, dedicata nel 2017 a professor Tullio De Mauro, insigne linguista e uomo di cultura, che con la sua opera, ha dedicato la vita alla democratizzazione della parola e all’accesso popolare alla fonte del sapere. Il momento più importante sarà celebrato in questo fine settimana con il riassunto dell’intera trama in un appuntamento unico che connetterà la divulgazione scientifica alla democrazia partecipativa. Nella giornata di sabato, l’attenzione si concentrerà sul suolo, sulla materia organica e sulle tecniche di pulizia dell’erbacce infestanti. Il dibattito scientifico si intreccerà qui con la grande letteratura ecologista del Novecento, da Rachel Carson a Alexander von Humboldt, che concepisce la Terra come un organismo vivente e profondamente interconnesso. La permacultura diventerà lo strumento pratico per coinvolgere le famiglie e ricucire i legami di vicinanza. Nella giornata di domenica, poi, il focus si sposterà sui principi di quell’agricoltura sintropica, già condivisa dalla natura. A tutti verrà chiesto un contributo d’opinione sulla prosecuzione e sul futuro dell’esperienza in corso sul posto, le osservazioni e le proposte dei cittadini per il futuro di Villa Mercede non saranno semplici suggerimenti, ma l’espressione più pura di un patto di cittadinanza attiva e di gestione condivisa dei beni comuni.

L’invito rivolto da Inter-Orto a residenti e famiglie va ben oltre la partecipazione a un evento pubblico; è la chiamata a riscoprire il senso profondo del vicinato e della memoria storica. Abitare questo spazio verde significa anche confrontarsi con il fantasma dolente del bombardamento del 19 luglio 1943, che devastò San Lorenzo e che, Elsa Morante, ha impresso indelebilmente nella letteratura mondiale nelle pagine del suo capolavoro, La Storia. Riandare tra le strade descritte dalla scrittrice per raccontare i passi dei suoi protagonisti, Iduzza e Useppe, per questo oggi Villa Mercede si offre come risarcimento di bellezza. Come scriveva Italo Calvino nelle sue Città invisibili, l’unico modo per combattere l’inferno dei viventi è “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. Villa Mercede, in queste giornate conclusive, ambisce a essere esattamente questo: uno luogo unico e vero, sottratto alla frenesia urbana, in cui la memoria dei grandi del passato si fa linfa per il legame sociale, per l’affetto verso i luoghi e la responsabilità collettiva del vivere questo tempo presente.

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