Andrea Minasi, la lettera ai vertici dello Stato: “Nessuna famiglia sola nell’attesa dei soccorsi" Andrea Minasi, la lettera ai vertici dello Stato: “Nessuna famiglia sola nell’attesa dei soccorsi"

Andrea Minasi, la lettera ai vertici dello Stato: “Nessuna famiglia sola nell’attesa dei soccorsi”

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Un’accorata lettera è stata inviata dalla famiglia di Andrea Minasi, la studentessa di 23 anni del Conservatorio Statale di Musica “Fausto Torrefranca” di Vibo Valentia, che, martedì 28 luglio, intorno alle 13.30, è stata travolta da un’auto mentre attraversava la strada sulle strisce pedonali in viale Affaccio, nei pressi del McDonald’s, a Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, Presidente del Consiglio dei Ministri, Giorgia Meloni, Presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, al Ministero della Salute, delle Infrastrutture e dei Trasporti, a Prefetto di Vibo Valentia, Presidente della Provincia, al Senato della Repubblica e alla Camera dei Deputati. La giovane sta ancora lottando per la propria vita in un letto del reparto di terapia intensiva dell’ospedale di Catanzaro, in coma farmacologico. Per questo la famiglia ha lanciato un appello: “Con dolore, con speranza e con la determinazione di chi non smetterà mai di lottare”. (https://mediterraneinews.it/2026/07/30/vibo-valentia-studentessa-di-23-anni-investita-sulle-strisce-lotta-per-la-vita-polemica-sui-soccorsi)

Si legge:

“Andrea deve vivere. E da Andrea deve rinascere la speranza di una Calabria migliore e di un’Italia che protegga davvero i propri cittadini. Questa non è una lettera politica. Non è una lettera scritta per alimentare polemiche. Non è una lettera dettata dalla rabbia. È una lettera scritta con il cuore di una famiglia distrutta, che da giorni vive sospesa tra la speranza e la paura. Sono la zia di Andrea. Andrea ha ventitré anni. È una ragazza straordinaria. È una pianista. Tra pochi mesi avrebbe concluso il suo percorso di studi presso il Conservatorio “Fausto Torrefranca” di Vibo Valentia. Aveva scelto di rimanere nella sua terra. Aveva scelto la Calabria. Mentre tanti giovani sono costretti ad andarsene, Andrea aveva deciso di costruire qui il proprio futuro, di investire il proprio talento nella regione che amava. Aveva scelto di credere nella sua terra.
Il 28 luglio, alle ore 13:45, la sua vita è cambiata per sempre. Oggi Andrea si trova ricoverata in Terapia Intensiva, in coma farmacologico, in condizioni gravissime. Da quel giorno il tempo si è fermato. Viviamo davanti a una porta che potrebbe aprirsi con la notizia che aspettiamo o con quella che nessuno dovrebbe mai ricevere. Ogni telefonata ci toglie il respiro. Ogni minuto sembra un’eternità. Ogni giorno impariamo cosa significhi convivere con la paura di perdere una persona che ami più della tua stessa vita.

Ma insieme al dolore cresce una domanda che non ci lascia in pace. Perché? Perché nel 2026 una famiglia deve vivere la sensazione di essere rimasta sola mentre aspetta i soccorsi per una ragazza gravemente ferita?

Secondo quanto abbiamo vissuto quel giorno, i soccorsi sono arrivati dopo circa cinquanta minuti. Per noi quei minuti sono stati infiniti. Minuti durante i quali la vita di Andrea era affidata al coraggio di chi si trovava lì. Mia sorella, sua zia, conoscendo le manovre di primo soccorso, è intervenuta immediatamente. Una dottoressa pediatra che transitava casualmente in quella zona si è fermata senza esitazione e ha prestato assistenza con straordinaria professionalità e umanità fino all’arrivo dei sanitari. A loro dobbiamo una riconoscenza che ci accompagnerà per tutta la vita. Ma nessuna famiglia dovrebbe dover sperare che, nel momento peggiore, passi casualmente un medico. La sopravvivenza di una persona non può dipendere dalla fortuna.

Deve dipendere da un sistema capace di intervenire rapidamente ed efficacemente. Ed è proprio qui che nasce la nostra battaglia. Questa non è una battaglia contro i medici. Non è una battaglia contro gli infermieri. Non è una battaglia contro gli operatori del 118. Anzi. Abbiamo visto donne e uomini straordinari lavorare senza risparmiarsi. Abbiamo visto professionisti fare sacrifici enormi, spesso costretti a sopperire con il proprio senso del dovere alle carenze di un sistema che chiede loro molto più di quanto dovrebbe. A loro va il nostro grazie più sincero. Il problema non sono le persone.

Il problema è un’organizzazione che deve essere rafforzata.

In questi giorni abbiamo visto anche il volto più bello della Calabria. Un’intera comunità si è stretta attorno ad Andrea. Migliaia di persone pregano per lei. Persone che non ci conoscevano ci hanno scritto, ci hanno abbracciato, ci hanno fatto sentire che non eravamo soli. Abbiamo scoperto una Calabria capace di un amore immenso. Ma, allo stesso tempo, abbiamo percepito il silenzio delle istituzioni. Non chiedevamo passerelle. Non chiedevamo fotografie. Non cercavamo visibilità.

Avremmo voluto sentire che lo Stato era accanto a noi. Chi governa deve conoscere cosa significa attendere un’ambulanza. Deve sapere cosa prova una madre quando aspetta senza sapere se arriverà in tempo. Deve ascoltare chi ogni giorno affronta la sanità non da un ufficio, ma da una sala d’attesa. Bisogna smettere di guardare la sanità soltanto dai piani alti. Bisogna viverla dalla parte dei pazienti. Dalla parte delle famiglie. Dalla parte dei medici che lavorano con organici insufficienti. Dalla parte dei soccorritori che fanno miracoli ogni giorno.

Vorrei però rivolgere un ringraziamento particolare all’Arma dei Carabinieri. Abbiamo trovato donne e uomini che ci sono stati vicini ogni giorno. Non soltanto nello svolgimento delle indagini. Ma anche umanamente. Con discrezione. Con sensibilità. Con una presenza costante. Ci hanno sostenuti. Ci hanno ascoltati. Ci hanno aiutati. In loro abbiamo visto uno Stato presente.

Ed è per questo che oggi chiediamo che la stessa presenza venga dimostrata da tutte le istituzioni. Presidente Occhiuto, la Calabria merita di più. Merita una rete dell’emergenza sempre più efficiente. Merita investimenti. Merita mezzi. Merita personale. Merita che ogni scelta organizzativa sia orientata a ridurre i tempi di intervento e a garantire il miglior livello possibile di assistenza nelle situazioni più gravi. Merita un sistema di elisoccorso capace di raggiungere rapidamente chiunque ne abbia bisogno. Merita una rete ospedaliera che rassicuri i cittadini, non che li faccia sentire abbandonati.

Ma questa lettera è rivolta anche al Presidente del Consiglio perché la carenza di medici non è soltanto un problema calabrese. È un problema nazionale. Da anni sentiamo dire che mancano medici. Che mancano specialisti. Che mancano professionisti nei pronto soccorso. Eppure migliaia di ragazzi italiani sono costretti a trasferirsi all’estero per studiare Medicina. Molti scelgono università di altri Paesi europei perché non riescono ad accedere al percorso formativo in Italia. Molti di loro non tornano più. È il momento di ripensare la programmazione del fabbisogno nazionale e il sistema di accesso ai corsi di laurea in Medicina e Chirurgia, affinché il nostro Paese possa formare un numero adeguato di professionisti e rispondere ai bisogni reali del Servizio sanitario nazionale. Investire nella formazione dei medici significa investire nella vita dei cittadini. Così come investire nella sicurezza stradale significa prevenire tragedie. Per questo chiediamo un piano nazionale che renda gli attraversamenti pedonali più sicuri. Più semafori nei punti a rischio. Maggiore illuminazione. Dossi efficaci dove necessari. Controlli costanti sulla velocità. Educazione stradale. E una riflessione seria su eventuali ulteriori interventi normativi per rafforzare la tutela dei pedoni e la responsabilità di chi viola gravemente le regole della strada.

Noi non chiediamo vendetta. Noi chiediamo prevenzione.

Chiediamo che nessun’altra famiglia debba vivere ciò che stiamo vivendo noi. Nel frattempo continueremo a far sentire la nostra voce. Presenteremo una richiesta di interrogazione parlamentare. Scriveremo alle massime istituzioni dello Stato. Cercheremo il sostegno di chiunque voglia trasformare questa tragedia in un cambiamento concreto. Perché Andrea non può diventare soltanto una notizia. Andrea deve diventare un simbolo. Il simbolo di una Calabria che non accetta più di sentirsi dimenticata. Il simbolo di un’Italia che sceglie di investire nella sanità, nella sicurezza e nei suoi giovani. Se Andrea aprirà gli occhi, vogliamo poterle dire che il suo dolore ha acceso una speranza. Che grazie a lei qualcuno sarà soccorso prima. Che grazie a lei una strada sarà resa più sicura. Che grazie a lei un giovane in più potrà studiare Medicina nel proprio Paese. Che grazie a lei una famiglia non dovrà più attendere con il cuore in gola, sperando che un’ambulanza arrivi in tempo.

Vi chiediamo di non limitarvi a leggere questa lettera. Vi chiediamo di incontrarci. Di ascoltarci.

Di guardare negli occhi una famiglia che oggi vive il dolore più grande e di assumere un impegno pubblico, concreto e verificabile affinché da questa tragedia possano nascere riforme, investimenti e scelte capaci di salvare altre vite. Perché Andrea è nostra. Ma da quel 28 luglio appartiene anche a tutti coloro che credono che la vita di un cittadino non possa mai dipendere dalla fortuna”.

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