La creazione di un Museo del Risorgimento da ubicare presso il Castello Aragonese che, a parte brevi, provvisorie ed estemporanee manifestazioni, al momento, si presenta come uno splendido guscio vuoto, è la proposta che l’Associazione Culturale Anassilaos, attraverso uno dei suoi responsabili, Giuseppe Diaco, collezionista e cultore di storia cittadina, avanza al Sindaco di Reggio Calabria On.le Cannizzaro. Non si tratta invero – scrive l’esponente di Anassilaos – di un’idea nuova. Per tutti gli anni Cinquanta del secolo scorso l’ipotesi della creazione di un Museo del Risorgimento e con esso delle Tradizioni Popolari è stato al centro del dibattito politico e culturale grazie all’impegno di tre consiglieri comunali (Angelo Zappia, Guglielmo Calarco e Antonino Zuccalà) e di Nicolà Putortì, già direttore del museo civico di Reggio, la cui figura e personalità non può essere circoscritta al ruolo di mero oppositore di quel nascente museo archeologico che con tenacia portava avanti Paolo Orsi. Il dibattito fu seguito da concrete iniziative assunte dallo stesso consiglio comunale nel luglio 1953 con una prima delibera mentre nel 1955, con voto unanime dello stesso Consiglio, veniva istituito un “Museo del Risorgimento e delle Tradizioni Popolari nei locali del Castello Aragonese alle dipendenze del Comune, affidato allo stesso Nicola Putortì. Il Museo, per la parte relativa al Risorgimento, avrebbe compreso documenti autografi di Garibaldi, Mazzini, Pisacane, manoscritti, di patrioti locali, ritratti, bandiere, divise, sciabole e spalline, busti in gesso, vessilli. Molto di questo materiale – rileva l’esponente di Anassilaos – era stato donato nei primi decenni del Novecento dagli eredi di quelle famiglie reggine che del Risorgimento furono protagoniste nonché dalla Società dei Reduci Volontari Patrie Battaglie. Venne al tempo custodito nei depositi del Museo Nazionale ed esposto nel 2011 (150° dell’Unità d’Italia) nelle mostre allestite presso il Comune, la Provincia, e la Prefettura. La scelta del Castello Aragonese quale sede di un tale Museo non era peregrina poiché il maniero era stato, nel bene e nel male, un protagonista muto della storia reggina, anche dei due più importanti episodi del Risorgimento a Reggio: la rivolta antiborbonica del 2 settembre 1847, che coinvolse anche la provincia e fu stroncata con particolare durezza dai Borboni (Domenico Romeo fu barbaramente trucidato e a Reggio vennero passati per le armi Domenico Morabito, Raffaele Giuffrè Billa, Giuseppe Favaro e Antonio Ferruzzano, tutti ricordati nella iscrizione alla base del monumento all’Italia mentre a Gerace furono trucidati Michele Bello, Gaetano Ruffo, Pietro Mazzone, Domenico Salvadori, Rocco Verduci) e la Battaglia di Piazza Duomo (21 agosto 1860) nella quale il Castello ebbe un ruolo significativo. Erano gli anni Cinquanta, culminati a Reggio con le celebrazioni in tutta la Provincia (Presidente Ugo Tropea) del Centenario dei Mille (1960), anticipo del Centenario dell’Unità d’Italia (1961), caratterizzati da grande entusiasmo patriottico. Il revisionismo dei nostri giorni era ancora ben lontano e il Risorgimento e la figura di Garibaldi era soprattutto riguardata con simpatia dalla pubblica opinione e dalle forze politiche di destra o di sinistra che fossero. Il MSI non poteva dimenticare la solennità delle cerimonie commemorative del 50° della morte di Garibaldi (1932) volute da Mussolini che certamente ammirava e condivideva di Garibaldi l’antiparlamentarismo e le propensioni autoritarie. Dal lato opposto PCI e PSI, appena dodici anni prima (elezioni del 18 aprile 1948) avevano addirittura usato l’effigie dell’Eroe per la lista del Fronte Popolare. Non sappiamo perché quella decisione unanime del Consiglio Comunale dell’epoca naufragasse come tanti altri progetti e ci rendiamo ben conto che il Risorgimento ai nostri giorni non sia tanto popolare eppure – rileva Diaco – per incrementare l’offerta turistica della Città forse sarebbe il caso di riprendere tale proposta. I turisti e gli stessi reggini in visita al Castello ne ammirano le poderose strutture; dall’ alto dei suoi spalti ammirano il panorama dello Stretto che si dispiega dinanzi ai loro occhi. I più accorti possono anche rendersi conto di quanto esso costituisse un riparo per la popolazione in caso di incursioni turchesche e potesse, ad un tempo, essere minaccioso per una citta in rivolta visto che dalle sue feritoie, cosa che più volte accadde nella storia di Reggio, era possibile sparare con ogni tipo di arma, anche con i cannoni. Per tutto il resto – conclude Diaco – il castello è vuoto e ci chiediamo se non sia oggi il caso di recuperare dai depositi tutto il materiale ivi conservato attinente alle vicende risorgimentali che si svolsero nella nostra citta ed esporlo ( cosa che avviene a Pizzo dove il Castello ospita il Museo Provinciale Murattiano) così offrire ai visitatori (reggini e non) nuove e stimolanti opportunità, magari in attesa che si concretizzi il museo di citta previso presso il monastero della visitazione.




