È stata inaugurata venerdì 4 settembre a Roma, presso la Galleria “La Pigna” diretta da Anna Maria Borsatti, la collettiva degli artisti UCAI – Unione Cattolica Artisti Italiani, sezione Roma, dal titolo “Fede e Giustizia – Testimonianza di Vita del Beato Rosario Livatino”. Preziosa la relazione del prof. Don Gaetano Maria Saccà: “Rosario Angelo Livatino: Quando la legge incontra la coscienza”

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È stata inaugurata venerdì 4 settembre a Roma, presso la Galleria “La Pigna” diretta da Anna Maria Borsatti, la collettiva degli artisti UCAI – Unione Cattolica Artisti Italiani, sezione Roma, dal titolo “Fede e Giustizia – Testimonianza di Vita del Beato Rosario Livatino”. L’evento è stato curato da Claudio d’Alelio Marescotti e si è svolto sotto l’egida del “Premio Europeo della Giustizia Beato Rosario Livatino”, con il contributo dell’Archivio Paolo Salvati.

Durante l’inaugurazione, si è tenuto un intermezzo musicale della pianista Elisa d’Alelio Marescotti, insieme alla relazione del Prof. don Gaetano Maria Saccà e al commento critico di Alberto Moioli.

Don Gaetano Maria Saccà, nel suo intervento, ha sottolineato che entrare in una mostra dedicata a Rosario Angelo Livatino significa compiere un gesto molto più profondo del semplice osservare delle opere. Significa entrare, quasi in punta di piedi, dentro una domanda: “Che cosa resta della giustizia quando essa costa? Quando essere giusti non procura consenso, non assicura successo, non garantisce protezione; quando, al contrario, essere giusti può significare rimanere soli, esporsi, perdere privilegi e, in casi estremi, perdere perfino la vita?”

Continuando, Don Saccà ha affermato: “È questa, a mio avviso, la domanda che attraversa la vicenda umana e professionale di Rosario Angelo Livatino. Ed è anche la domanda che rende particolarmente significativa il luogo nel quale ci troviamo. In una galleria d’arte, la realtà non viene semplicemente raccontata: viene interpretata. La materia diventa forma, il colore diventa pensiero, l’immagine diventa memoria. Questa mostra compie proprio tale operazione: sottrae Rosario Livatino alla sola cronaca giudiziaria per restituircelo come domanda rivolta alla coscienza contemporanea.”

Rosario Livatino nasce a Canicattì nel 1952 e diventa magistrato giovanissimo. Il 18 luglio 1978, nel giorno del suo giuramento, scrive nella propria agenda parole che sembrerebbero semplicissime: “Che Iddio mi accompagni e mi aiuti a rispettare il giuramento”. Non è la frase di un uomo che confonde religione e Stato; è esattamente il contrario. È la frase di un uomo che comprende fino in fondo la gravità morale del potere che gli viene affidato. Un magistrato può incidere sulla libertà, sui beni, sulla reputazione, talvolta sull’intera esistenza di un altro essere umano. Per questo Livatino comprende che la competenza giuridica, pur indispensabile, non basta. Occorre la coscienza. Occorre quella particolare forma di umiltà che permette a chi giudica di ricordare una cosa fondamentale: il giudice esercita il giudizio, ma non è il padrone dell’uomo che giudica. Ed è qui che fede e giustizia cominciano ad incontrarsi. Non come due poteri, non come due codici, ma come due richiami alla responsabilità.

Don Gaetano ha aggiunto: “Nel 1986, Livatino tiene a Canicattì una conferenza significativamente dedicata ‘Fede e diritto’ e sostiene che queste due dimensioni sono continuamente in rapporto tra loro, sottoposte a un confronto vitale che può essere armonioso oppure lacerante, ma che rimane e indispensabile. Questo passaggio è straordinariamente moderno. Livatino non propone affatto un magistrato che sostituisce la legge con la propria fede; sarebbe una deformazione del suo pensiero. Il giudice applica la legge, ma colui che applica la legge rimane un uomo. E dentro ogni decisione giuridica esiste un punto nel quale la conoscenza tecnica incontra inevitabilmente la responsabilità personale.”

Livatino lo comprende perfettamente quando riflette sul verbo fondamentale della funzione giudiziaria: decidere. “Decidere significa scegliere. E scegliere,” egli osserva, “è una delle cose più difficili che l’essere umano sia chiamato a fare. È qui che il magistrato credente incontra Dio: non per ricevere da Dio la sentenza da pronunciare, ma per ricordarsi della dignità della persona sulla quale sta pronunciando quella sentenza. Questa è forse una delle intuizioni più alte di Livatino: rendere giustizia senza smettere di vedere l’uomo. Non il fascicolo, non l’imputato come numero, non il colpevole come categoria. L’uomo anche quando ha sbagliato, anche quando deve essere condannato, anche quando la società deve essere difesa dal male che egli ha commesso. La giustizia, per Livatino, non diventa debole perché conserva l’umanità; perché una giustizia privata di umanità rischia di trasformarsi in vendetta, mentre un’umanità privata di giustizia rischia di trasformarsi in complicità.

Papa Francesco, ricordandolo, ha utilizzato un’espressione bellissima: “Livatino cercava di giudicare non per condannare, ma per redimere.” Credo che qui si trova uno dei vertici spirituali della sua esperienza. Perché “redimere” non significa cancellare la responsabilità, ma credere che nessun uomo possa essere identificato definitivamente con il maschio che ha compiuto. E questo ci conduce a una piccola sigla che accompagna silenziosamente tutta la vita di Rosario Livatino: tre lettere: STD Per molto tempo quelle lettere, ritrovate nelle sue agende, suscitarono interrogativi. Erano un codice? Il riferimento a qualcuno? Un messaggio? No. Significavano: Sub Tutela Dei. Sotto la tutela di Dio. Livatino le aveva utilizzato già nella propria tesi di laurea e continuerà a scriverle nelle agende, accanto agli impegni quotidiani, ai problemi, alle preoccupazioni. Tre lettere. Quasi niente. Eppure dentro quelle tre lettere è racchiusa un’intera antropologia. “Io agisco. Io decido. Io assumo le mie responsabilità. Ma non sono Dio.” Quanto sarebbe importante questa consapevolezza per qualunque persona eserciti un potere: politico, giudiziario, economico, accademico, religioso. Sub Tutela Dei significa riconoscere che sopra ogni potere umano esiste un limite. E forse la prima condizione perché il potere giusto rimanga consistere precisamente nel ricordarsi di non essere assoluto.

Don Gaetano ha continuato: “Rosario Livatino conduce per anni indagini delicatissime sulla criminalità organizzata e sulle ricchezze illecitamente accumulate; lavora sulle misure patrimoniali, sui sequestri, sulle confische. Lo fa con rigore e rispetto delle garanzie. Papa Francesco ha ricordato che operava in maniera professionalmente inattaccabile e proprio per questo la mafia deciso di eliminarlo. La mattina del 21 settembre 1990, mentre percorre in automobile la strada verso il Tribunale di Agrigento, viene assassinato. Ha soltanto trentasette anni; avrebbe compiuto trentotto anni poche settimane dopo. E qui la vicenda di un magistrato diventa testimonianza. La mafia non uccide soltanto un uomo; tenta di uccidere un principio: l’esistenza di uomini non acquistabili. Questa è forse la caratteristica che rende Livatino ancora oggi così scomodo e così necessario. Non era un uomo del clamore, non cercava telecamere, non costruiva il proprio personaggio, non trasformava il proprio ufficio in un palcoscenico. Nella sua vita risulta che tenne soltanto due grandi conferenza pubblica: nel 1984 sul ruolo del giudice nella società che cambia e nel 1986 su fede e diritto. Eppure quell’uomo silenzioso continua a parlare dopo più di trentacinque anni. Questo dovrebbe farci riflettere. Viviamo in un tempo nel quale spesso si confonde visibilità con autorevolezza. Livatino dimostra esattamente il contrario: si può essere poco visibile ed essere immensamente autorevoli. Perché l’autorevolezza nasce dalla corrispondenza fra ciò che diciamo e ciò che siamo. Da qui una delle frasi più conosciute legate alla sua testimonianza: ‘Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili.’ Credibili. È una parola terribile nella sua semplicità. Perché si può proclamare la giustizia senza essere giusti. Si può parlare di legalità e vivere di compromessi. Si può parlare di fede senza permettere alla fede di modificare neppure una nostra scelta. Si può parlare dell’uomo senza rispettarlo. Livatino elimina questa frattura. Per lui, fede, professione e vita quotidiana tendono verso una sola parola: coerenza.”

Ed è proprio questa coerenza che la Chiesa ha riconosciuto quando, il 9 maggio 2021, Rosario Livatino è stato proclamato Beato nella Cattedrale di Agrigento. È il primo magistrato beato nella storia della Chiesa. Ma c’è un fatto ancora più recente. Nel maggio di quest’anno, 2026, l’Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana ha espresso all’unanimità parere favorevole alla richiesta di elevare il Beato Rosario Livatino a Patrono dei magistrati italiani. E nel motivare questa scelta è stata richiamata un’espressione di Papa Leone XIII: “La legalità non è soltanto un insieme di norme: è uno stile di vita e può diventare un cammino di santità.”

Ed eccoci di nuovo a questa mostra. Ventiquattro artisti sono stati chiamati ad accostarsi, ciascuno attraverso il proprio linguaggio, ai temi che Livatino ci consegna: legalità, sacrificio, funzione pubblica, coscienza personale. Perché l’arte? Perché probabilmente vi sono verità che il linguaggio giuridico può definire, il linguaggio storico può raccontare, il linguaggio teologico può interpretare, ma che soltanto la bellezza riesce a farci sentire. Davanti a un’opera d’arte non siamo davanti a un articolo di codice. Siamo davanti a una provocazione. L’opera non emette frasi; interroga. E forse Rosario Livatino appartiene ormai proprio a questa dimensione. Non è soltanto un magistrato da commemorare; è un uomo che ci interroga. Interroga il magistrato: quanto sei libero mentre giudichi? Interroga il politico: quanto bene comune esiste realmente nelle tue decisioni? Interroga il credente: quanto è credibile la fede che professi? Interroga ciascuno di noi: che cosa siamo disposti a perdere pur di non perdere la nostra coscienza?

La collettiva potrà essere visitata fino al 16 settembre

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