Ibla in primavera è un’antologia vivente: ogni angolo è una pagina di letteratura, ogni piazza un accordo, ogni sguardo una promessa di rinascita che profuma di gelsomino e di storia antica
Le primavere di Ibla non arrivano mai in silenzio; sono un risveglio corale che scuote il dedalo di pietra calcarea, di un antico centro storico unico al mondo e, lo trasforma in un palcoscenico a cielo aperto. Quando il sole si fa più caldo sulle cupole, Ragusa Ibla smette di essere un monumento del silenzio barocco e diventa un corpo vivo, pulsante di linfa, di umanità e di ingegno.
È una fioritura che non appartiene solo ai giardini pensili o ai viali del Giardino Ibleo, dove il verde lussureggiante inizia la sua sfida all’arsura. La vera “primavera” sboccia, tra le righe di un libro aperto, in una cornice incredibile che è La Chiesa secentesca di San Vincenzo Ferreri, proprio nel riecheggiare delle note di un violino; armonie che risuonano contro le facciate dalle forme decorative sinuose, a conchiglia e a ricciolo, tipiche di questo straordinario scenario che è il Barocco ibleo dove un caparbio e volitivo Amedeo Fusco conduce, da oltre tre anni, questa “Agorà delle Arti”, che altro non è che un fervido intrigo culturale, un Mosaico di Storie ricco di molteplici sfaccettature, capace di unire esperienze e mondi diversi in un unico quadro. Fusco da anni chiama a raccolta tanti “amici”, poeti letterati, giornalisti, cantastorie, cuntastorie, pittori, scultori, musicisti per far rivivere e dare nuovi stimoli alla gente e al popolo dei carruggi
E’ in questo tempo sospeso, l’arte si riappropria delle sue forme: i mascheroni dei balconi sembrano sorridere con rinnovata sfrontatezza, mentre la musica – colta e popolare – si intreccia con i venti: di scirocco, maestrale e libeccio. È il richiamo delle radici, dove la cultura non è un reperto da museo, ma una festa della comunità che si ritrova, un brulicare fra i vicoli e le piazze per celebrare la bellezza in ogni sua forma: dal ricamo sapiente delle mani anziane e sapienti di testimoni longevi sino alle visioni d’avanguardia dei pittori più giovani. Questo è il vero mosaico di bellezza che si compone e prende vita nel corso di tre giornate intense, dove il pensiero si fa voce e l’identità si fa festa.
Venerdì 20 marzo, la prima giornata si apre nel segno della memoria e della parola con l’eclettismo di Gino Carbonaro e la sensibilità di Maria Rita Schembari. Le riflessioni di Marcello Cannizzo e Arturo Barbante si mescolano alle armonie di Carlo Muratori, con il contributo di Salvatore Massari l’ironia e la sincerità di Ciccio Schembari all’inizio di questo racconto collettivo.
La seconda giornata vede il palcoscenico arricchirsi di nuove visioni: le voci di Gino Baglieri, Rosario Sprovieri, Adriana Stella e Maria Scollo, di Stefania Campo e la freschezza di Samuel Occhipinti. La profondità della ricerca di Marcella Burderi va a fondersi con il talento di Dario Adamo e poi Vito Cutrera, Mario Bentivenga e il vigore narrativo di Sebastiano D’Angelo che portano l’eco della tradizione popolare del Teatro di Chiaramonte tra le pietre di Ibla.
Infine, la terza giornata diventa l’apoteosi di questa antologia vivente. Alle note di Marco D’Avola e allo sguardo storico di Giovanni Di Stefano si uniscono le riflessioni di Giuseppe Antoci e la sapienza di Antonio Navanzino. Poi la voce di Tina Schembari, l’estro di Sergio Cimbali e la grazia di Saveria Tumino faranno da cornice finale al racconto di un grande maestro orafo: un orafo che forgia sapientemente il mito, trasformando in gioiello l’archeologia. Il maestro che sa far risaltare il legame cromatico tra pietra dorata, azzurro e quel turchese all’orizzonte marino; di questo mare e, di quest’anima che hanno in comune i talenti della magna-grecia come il maestro Gerardo Sacco. La chiusura, infine, come è oramai tradizione è demandata all’abbraccio polifonico del Coro inCanto della città di Rosolini. rs

- Tags: cultura, Gino Carbonaro, Ibla, Ragusa



