Rende (24.4.2026) – “L’Intelligence tra politiche dei dazi e crisi fiscale degli Stati” è il titolo della lezione tenuta da Antonio Felice Uricchio, Rettore dell’Università “Aldo Moro” di Bari dal 2013 al 2019 e Presidente Anvur dal 2020 al 2026, al Master in Intelligence dell’Università della Calabria, diretto da Mario Caligiuri.
La lezione di Uricchio si è distinta per la straordinaria capacità di coniugare la dimensione tecnica del diritto tributario con una lettura geopolitica e di intelligence della materia doganale, dimostrando come il tema dei dazi non appartenga soltanto alla fiscalità, ma rappresenti oggi uno dei principali strumenti di esercizio del potere politico ed economico internazionale. Antonio Felice Uricchio, da tributarista ma anche da studioso profondamente inserito nel mondo dell’intelligence economica, ha mostrato come il tributo doganale non sia una materia settoriale o meramente specialistica, ma un vero strumento di governo. Proprio in questa prospettiva assume particolare rilievo la definizione dell’intelligence come “scienza del governare”: essa non serve soltanto a fini bellici o di sicurezza militare, ma costituisce uno strumento essenziale di pace, perché permette al decisore politico di acquisire informazioni, leggere i segnali di crisi, anticipare i conflitti e intervenire attraverso risposte economiche, fiscali e strategiche prima che la tensione degeneri sul piano militare. Il tema può apparire provocatorio perché il dazio richiama immediatamente il tributo, mentre la guerra richiama il conflitto armato. Tuttavia, come sottolineato durante la lezione, le guerre moderne si combattono anche sul terreno economico. Il prelievo doganale diventa esso stesso un’arma: alle armi convenzionali si aggiungono oggi quelle fiscali. Il rapporto tra politica e fisco è infatti strutturale e la storia lo dimostra chiaramente. La Rivoluzione americana nasce dal principio del “no taxation without representation”, la Rivoluzione francese da profonde tensioni fiscali, così come molte crisi dell’età romana. Il costituzionalismo moderno si fonda proprio sulla pretesa che nessun prelievo possa essere imposto senza una base legislativa. Per questo Antonio Felice Uricchio ha ricordato che il fisco non è semplice tecnica né un insieme di norme da applicare meccanicamente: è il principale strumento attraverso cui le risorse vengono raccolte e redistribuite. Attraverso la fiscalità, la ricchezza privata si trasforma in tributo e successivamente in spesa pubblica. Il tributarista, quindi, non può essere soltanto un interprete delle norme, ma deve saper leggere il presente e soprattutto immaginare gli scenari futuri. Dal punto di vista tecnico, il dazio è il tributo dovuto quando beni e merci attraversano una frontiera doganale. Ciò che rileva non è la persona, ma la merce che supera una linea di confine. Antonio Felice Uricchio ha richiamato efficacemente la celebre scena di “Non ci resta che piangere” di Benigni e Troisi con il famoso “un fiorino”, spiegando come questa logica fosse già presente nelle città medievali e persino nell’antica Roma con il portorium. Fondamentali sono quindi i concetti di territorio doganale e frontiera doganale: il tributo si paga una sola volta al momento dell’ingresso nel territorio, mentre all’interno dello stesso spazio la merce può circolare liberamente senza ulteriori imposizioni. Oggi il caso più evidente è l’Unione Europea, che costituisce un territorio doganale unico: una merce che entra nello spazio europeo paga il dazio una sola volta e successivamente può circolare liberamente tra tutti gli Stati membri. Questo spiega anche gli effetti profondi che la Brexit ha prodotto sul piano economico e commerciale.
Le tre principali tipologie tecniche di dazio sono il dazio ad valorem, il dazio specifico e il dazio misto. Il più diffuso è il dazio ad valorem, che si applica in percentuale sul valore dichiarato della merce: ad esempio, su un bene del valore di 1.000 euro con aliquota del 15%, il dazio sarà di 150 euro. Il dazio specifico, oggi meno utilizzato, si basa invece su unità fisiche come peso, volume o quantità, ad esempio tonnellate, litri o chilogrammi, indipendentemente dal valore economico del bene. Il dazio misto combina i due criteri precedenti e viene spesso applicato a merci di basso valore o a settori particolarmente sensibili. Le tre funzioni principali del dazio sono fiscale, protettiva e politica. La funzione fiscale consiste nella raccolta di gettito per le casse pubbliche, ma non rappresenta la funzione più importante. Anche negli Stati Uniti, nonostante il forte aumento dei dazi, il gettito doganale resta inferiore rispetto alle grandi imposte. La funzione protettiva è invece molto più incisiva, perché serve a difendere le produzioni interne dalla concorrenza estera, soprattutto nei settori strategici come acciaio, alluminio, pannelli solari e veicoli elettrici. In questo contesto assumono grande rilievo le misure antidumping, utilizzate quando un Paese esporta beni a prezzi artificialmente bassi per conquistare quote di mercato e alterare la concorrenza. Il dazio diventa così uno strumento di riequilibrio del mercato e di protezione dell’industria nazionale. Tuttavia, un eccesso di protezione può produrre effetti negativi, difendendo industrie inefficienti e penalizzando settori più competitivi. Ancora più evidente oggi è la funzione politica del dazio. Antonio Felice Uricchio ha richiamato le politiche commerciali di Donald Trump, che ha riportato il dazio al centro della strategia geopolitica americana. Il dazio minimo del 15% e la logica dei contro-dazi dimostrano che il dazio non serve soltanto a raccogliere gettito, ma soprattutto a esercitare pressione sugli altri Stati e ad acquisire potere negoziale. Il dazio diventa così, come evidenziato nella lezione, un vero “bisturi politico”. Inoltre, la letteratura economica mostra che a pagare realmente i dazi non sono i Paesi partner, ma le imprese e i consumatori interni, perché l’aumento dei costi viene trasferito sui prezzi finali. Il Codice Doganale dell’Unione (CDU), in vigore dal 2016, rappresenta il principale strumento normativo europeo e si fonda su tre pilastri fondamentali: classificazione, origine e valore. La classificazione assegna a ogni merce un codice tariffario che determina l’aliquota applicabile. Emblematico è l’esempio del fitness tracker: può essere considerato orologio, computer o strumento di misura, con conseguenze fiscali molto diverse. L’origine della merce stabilisce invece se si applicano dazi ordinari, preferenziali o misure di difesa commerciale. L’origine può essere preferenziale o non preferenziale e rappresenta anche uno strumento politico, poiché l’Unione Europea può favorire determinati Paesi attraverso regimi preferenziali. Il valore in dogana si fonda principalmente sul prezzo effettivamente pagato o da pagare, cioè sul valore di transazione, come confermato anche dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia.
Le conclusioni della lezione si concentrano soprattutto sui tre scenari futuri 2026–2030, che rappresentano la parte più importante dell’analisi. Lo Scenario A è quello dell’accordo multilaterale: ripresa del WTO, riduzione graduale dei dazi, rilancio del commercio internazionale e crescita del PIL globale. Sarebbe lo scenario migliore, caratterizzato da cooperazione e stabilità, ma richiederebbe una volontà politica oggi assente. Lo Scenario B, ritenuto il più probabile, è quello della frammentazione controllata: nascita di blocchi regionali, accordi bilaterali asimmetrici e strategie di de-risking europeo nei settori strategici come energia, farmaceutica e microchip. Questo scenario non elimina il conflitto economico, ma lo rende gestibile attraverso un equilibrio instabile. Lo Scenario C è invece quello più pericoloso: escalation dei conflitti tariffari, possibile crisi della WTO, effetti recessivi, inflazione elevata e contrazione del PIL. È lo scenario della vera guerra economica, in cui il commercio internazionale diventa strumento di scontro sistemico. Proprio qui emerge il ruolo decisivo dell’intelligence economica. Antonio Felice Uricchio ha spiegato il concetto di interdipendenza come arma: le reti economiche globali non sono neutrali ma asimmetriche, costruite attorno a grandi hub strategici come il sistema SWIFT, lo Stretto di Malacca o la filiera dei semiconduttori di Taiwan. Chi controlla questi nodi centrali può monitorare i flussi, condizionare le relazioni economiche e persino esercitare forme di coercizione politica. L’interdipendenza smette così di essere soltanto un fattore di crescita e diventa una leva di pressione internazionale. È proprio in questo spazio che opera l’intelligence economica: comprendere i flussi commerciali, le vulnerabilità strategiche e i rapporti di forza significa comprendere dove si esercita il potere reale. In conclusione, Antonio Felice Uricchio ha dimostrato come il tributarista moderno debba uscire dalla logica della sola norma e leggere il diritto dentro la struttura dei rapporti di forza internazionali. Il dazio non è un istituto del passato, ma uno strumento centrale della sovranità contemporanea. L’intelligence economica, in questo quadro, non è accessoria ma essenziale: serve a governare, a prevenire e a decidere. Proprio per questo il dazio, da semplice tributo di confine, torna oggi a essere uno degli strumenti più forti della politica internazionale e della sicurezza economica degli Stati. Come ricorda Mario Caligiuri, troppo spesso il giurista si occupa soltanto del passato e del presente, limitandosi a ricostruire norme e precedenti, mentre presta poca attenzione al futuro. Il diritto, invece, deve essere capace di affrontare il domani. Il giurista non può essere soltanto interprete della realtà esistente, ma deve saper mettere in relazione il presente con il futuro, anticipando gli scenari e comprendendo in anticipo le trasformazioni economiche, politiche e sociali. Solo così il diritto può tornare ad essere davvero uno strumento di governo e non soltanto una disciplina di ricostruzione del passato.

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