In Italia, per Draghi, il male maggiore si chiama" scuola" In Italia, per Draghi, il male maggiore si chiama" scuola"

In Italia, per Draghi, il male maggiore si chiama” scuola”

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Mario Draghi è il nuovo presidente del Consiglio. Toccherà a lui e alla sua squadra affrontare impellenti e gravi criticità nazionali, in particolare quella economica, di un Paese come l’Italia che, anche a causa della pandemia, sta attraversando uno dei periodi più bui della sua storia.
Ascoltando il discorso di insediamento, però, sembra quasi che il male estremo, il danno più grave causato dal covid 19, sia proprio la scuola, la problematica più impellente per Draghi e i suoi “nuovi” ministri, diventando uno dei punti prioritari per la ripartenza del Paese.
Sì, proprio quell’istituzione che, all’indomani del lockdown 2020, ha riscritto le sue metodologie, i suoi obiettivi, i suoi piani di lavoro, adeguandosi, forse meglio di tutti, alla grave situazione. Dirigenti, docenti, personale Ata e studenti si sono rimboccati le maniche e, senza scomporsi, senza protestare, si sono adattati ad un nuovo modo di fare scuola ideando, facendo propria e mettendo in atto la Didattica a Distanza, quella che rappresentava inizialmente per l’ex ministro dell’Istruzione, Lucia Azzolina, la nuova scuola, la tecnica più efficace, ma che, nel nuovo anno scolastico 2020/2021, improvvisamente, sembra “non funzionare più”.
Draghi, economista, banchiere, dirigente pubblico, politico, che di scuola ha poca esperienza, diciamo nessuna, propone  adesso una “rivoluzione”, ad iniziare dal prolungamento dell’anno scolastico.  “Dobbiamo – afferma durante il suo discorso in Senato – fare il possibile, con le modalità più adatte, per recuperare le ore di didattica in presenza perse lo scorso anno, soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno in cui la didattica a distanza ha incontrato maggiori difficoltà”. Queste, quindi, le impellenze di Draghi e del nuovo ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, con il beneplacito dei sindacati, proprio quelli che dovrebbero difendere l’operato del personale scolastico.
Le ore di Didattica a Distanza, per i nuovi politici, quindi, sarebbero trascorse in questi mesi con docenti e studenti impegnati a scherzare, a raccontarsi qualche storiellina per far passare velocemente le noiose giornate di un anno scolastico senza senso.

Contro le parole  di Draghi insorge l’indifesa classe docente, quella che da mesi riprogramma attività, che continua a formarsi sulle piattaforme digitali, che ha seguito con costanza e molta pazienza, dal primo giorno di lockdown, i propri alunni, quei “nativi digitali” che poi tanto digitali non lo sono, perchè di informatica vera, quella che serve anche solo per scrivere un documento, non sanno nulla. Quei docenti che hanno lavorato e continuano a farlo ancora oltre le regolari ore scolastiche, alcuni fino a tarda sera, per preparare la lezione, correggere i compiti, supportare alunni e famiglie che chiedono aiuto, che sostengono i colleghi che sapevano poco di informatica, ma che durante quest’anno hanno imparato tanto. I docenti, gli stessi che quando un alunno non si presenta in Dad si informano dai genitori per sapere se ha difficoltà ad accedere, sta male o altro (da evidenziare che gli alunni studiosi seguono la Dad con profitto, gli altri riscaldano la sedia come fanno in presenza infischiandosene di storia o matematica). Sempre quei docenti ormai stressati perchè non hanno più una vita privata, bombardati e sommersi da numerose circolari che arrivano giorno dopo giorno, ora dopo ora, perchè il ministero cambia idea da un giorno all’altro, da un momento all’altro. I docenti tutti anche coloro che lavorano in quel Sud che Draghi considera “diverso” dal resto d’Italia. Sì, quel Meridione dove, sembra forse strano carissimo presidente, è arrivata la tecnologia da un bel pò, dove le scuole forniscono supporto informatico, grazie ai propri docenti, a studenti e famiglie continuamente, dove, pensi un pò dottor Draghi, come al Nord, sono arrivati tanti di quei computer da impiantare dovunque aule multimediali.

In tutto questo contesto numerose le lettere indirizzate al neo presidente del Consiglio. Fra queste quella a firma del Movimento per il Nuovo Sud che ha inviato una missiva al Premier chiedendo una rettifica di quanto esposto riguardo ai docenti del Sud perchè parole “offensive”.

“I docenti nella scuola al Sud non hanno lavorato o hanno lavorato poco – affermano dal movimento -. Se fosse così la tesi sarebbe offensiva nei confronti dei docenti del Sud (e del resto d’Italia). E cancellerebbe di fatto i sacrifici fatti in tutti questi mesi da docenti, dirigenti, allievi e personale non docente. Sia in presenza (e ancora a rischio-covid) che a distanza. Con un impegno difficoltoso e costante anche oltre le ore scolastiche. Tutto questo non si può definire “ore perse” e se concordiamo con la necessità di recuperare, invece, le ore in presenza. Si tratta di ore perse solo perché eravamo e siamo in una pandemia che ancora oggi, come lei sa meglio di noi, mette a rischio la salute e la vita di tutti noi (compresi docenti e allievi). Se la DAD “al Sud ha incontrato più difficoltà”, (se non è colpa dei docenti) sarà colpa di un Paese che da 160 anni non assicura pari diritti ai cittadini del Sud come del Nord. Lo stesso Paese che, per restare in tema, garantisce al Sud, a differenza del Nord, percentuali di banda larga da ultimi posti in Europa (dal 76% della Sicilia all’87% di Lombardia e Veneto). Anche per costi che tante famiglie non sono in grado di sostenere in virtù di Pil, redditi e servizi che al Sud, sempre da 160 anni, sono al 50% rispetto ai parametri italiani ed europei”.

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