Rende (25.4.2026) – “La geopolitica dell’infosfera” è il titolo della lezione tenuta da Fabio Vanorio, cultore della materia in geopolitica economica e di geotecnologia, al Master in Intelligence dell’Università della Calabria, diretto da Mario Caligiuri.
Nel corso del suo intervento, Vanorio offre un’ampia e dettagliata panoramica dell’infosfera, intesa come insieme di tecnologie immersive componenti la c.d. Quarta rivoluzione industriale, che comprende l’intelligenza artificiale (IA), l’Internet delle cose (IoT), la finanza crypto, il metaverso e il calcolo quantistico.
In proposito, il docente anticipa che, con l’attuale conflitto nel Golfo, “non si può più parlare di trasformazione digitale, bensì di militarizzazione dell’infosfera”, poiché essa non costituisce più un semplice dominio di supporto, ma è divenuta il teatro principale ove si svolgono i conflitti, in cui le tecnologie non rappresentano più asset abilitanti, bensì strumenti operativi capaci di alterare sia la pianificazione sia l’esecuzione delle operazioni belliche.
In un mondo accelerato e interconnesso “la potenza geopolitica di uno Stato è data dalla disposizione della combinazione di modelli di IA, di Big Data e di capacità di calcolo”.
In tale prospettiva, l’infosfera diviene un ambiente in cui condurre attività di reclutamento algoritmico e di profilazione del comportamento di massa, ossia una dimensione in cui le operazioni cognitive vengono automatizzate dall’IA e, di conseguenza, le agenzie di intelligence non possono più limitarsi all’accesso, ma devono fondersi con l’infrastruttura digitale stessa.
Le tecnologie dirompenti, infatti, hanno influenzato lo stesso ciclo dell’intelligence, dalla pianificazione del fabbisogno informativo alla trasformazione dell’analisi in “actionable intelligence”, generando una sorta di rapporto simbiotico che coinvolge apparati, procedure e tecnologia.
Nell’ambito di tale simbiosi ed in riferimento all’IA, sebbene permangano dubbi sulla trasparenza del procedimento adottato (c.d. explainability) e sull’eventuale produzione di distorsioni e allucinazioni insite nei ragionamenti delle macchine, la loro interazione con l’essere umano contribuisce a migliorare l’aggregazione dei dati, la percezione dello scenario con uno sguardo d’insieme, l’efficacia del ragionamento e il discernimento delle informazioni, nonché la calibrazione dei report alle esigenze del decisore.
Un ulteriore passaggio chiave della lezione rivela l’entità della crescita esponenziale dei Big Data ed evidenzia come questi oggi travalichino le capacità di analisi umane: se nel 2014 si prevedeva che nel 2020 vi sarebbero stati tanti bit quante stelle nell’universo, a gennaio 2026 si stima una crescita di oltre 220 miliardi di terabyte all’anno.
In un globo in cui “ogni semplice smartphone costituisce un’antenna” e in un contesto in cui la rapidità e l’accuratezza di raccolta ed elaborazione delle informazioni divengono vitali, i dati vengono concepiti come “munizioni operative” e l’uso del supporto dell’intelligenza artificiale assume un valore strategico imprescindibile, a patto che ciò avvenga sotto il controllo dell’analista, poiché dotato di esperienza, competenze e creatività di cui le macchine non dispongono.
Nel merito del quesito su come l’IA possa trasformare l’intelligence, Vanorio delinea quattro possibili direttrici: cambia ciò che spiamo, ossia dataset, algoritmi e modelli di IA; cambia come spiamo, avvalendoci di droni autonomi, sensori e cyber intrusion automatizzate; cambia come ostacoliamo chi ci spia, attraverso una maggiore protezione dei dati e degli algoritmi; cambia dove spiamo, in cui la superficie di attacco viene estesa a veri e propri ecosistemi digitali.
Per quanto riguarda l’espansione dell’IA nel contesto bellico, il docente identifica tre principali vettori direzionali: l’implementazione dell’autonomia dei sistemi, financo sostituire l’essere umano; il teaming uomo-macchina, in cui le attitudini tipiche umane, quali l’intuito, la creatività, l’empatia e il pensiero critico, si intessono con le capacità automatizzate delle macchine, che invece possono operare su scala, velocità e complessità potenziate; l’implementazione delle tecnologie ubique, che rendono possibile un’interazione senza soluzione di continuità tra essere umano e device.
Per quanto concerne quest’ultime, con l’avvento dell’IoT (una rete di dispositivi identificabili tramite IP capaci di interagire, sentire, comunicare, analizzare e agire) nel conflitto russo-ucraino, si è assistito ad una fusione sensoriale tra l’essere umano e le macchine, in cui il primo adopera processori, sensori e algoritmi per osservare e modificare il mondo reale, e le cui implicazioni sono di particolare rilievo poiché tali dispositivi da un lato necessitano di un’elevata e costante connettività (i.e. Starlink), non sempre agevole in un teatro di guerra, e dall’altro producono un’ingente quantità di dati che tende a saturare le capacità umane.
Con l’IoT, pertanto, “ogni dispositivo è un sensore e ogni dato è correlabile, il che rende difficile mantenere un livello predeterminato di segretezza nel lungo periodo”.
Relativamente alla cultura della segretezza nell’infosfera, Vanorio spiega che, nonostante la crescita dell’OSINT (Open Source Intelligence), la raccolta segreta non perde valore, bensì trasforma la sua funzione, poiché è utile a distinguere ciò che è pubblico da ciò che è vitale. In una dimensione in cui tutto, o quasi, è di dominio pubblico, “ciò che è veramente segreto deve essere sempre più protetto, evitando che finisca in rete”, perché, una volta lì, è inutile mantenerlo classificato. Il docente, inoltre, esplora i rischi contemporanei legati all’esternalizzazione dell’intelligence (i.e. Palantir) e all’eventuale affidamento di un’infrastruttura di interesse militare a soggetti privati (i.e. SpaceX), ovvero la possibilità che un prodotto di intelligence possa essere rapidamente divulgato su scala mondiale.
Per quanto riguarda l’operatività nell’infosfera, Vanorio chiarisce che dalla capacità di osservare (c.d. sensing) si è passati alla capacità di orientare (c.d. sense making) e, pertanto, da un’attività incentrata sulla raccolta di segreti si è passati a un’attività orientata a influenzare il decisore politico o aziendale; in cui quest’ultimo, paradossalmente, prediligerebbe l’informazione di pubblico dominio, poiché il dato segreto potrebbe risultare anomalo o impopolare. Inoltre, il docente identifica la fiducia nei risultati prodotti dall’IA, la chiarezza con cui l’IA si integra nel contesto organizzativo e la fiducia degli analisti nei confronti dell’IA tra le sfide più significative del prossimo futuro.
Relativamente al controspionaggio, invece, con l’avvento dell’IA ritiene vitale la protezione degli asset nazionali dagli attacchi di attori ostili perpetrati mediante algoritmi, che da un lato tendono a infiltrare e inquinare i dataset e dall’altro a manipolare la collettività attraverso operazioni di guerra cognitiva.
Vanorio, dunque, distingue i concetti di guerra cognitiva e guerra informativa: la prima consiste in “attività militari e non militari deliberate e sincronizzate lungo tutto il continuum della competizione progettate per influenzare le percezioni, gli atteggiamenti e i comportamenti del pubblico per ottenere la superiorità cognitiva”; la seconda, invece, “si concentra sul controllo della diffusione delle informazioni e riguarda ciò che può definire la realtà e chi può avere l’ultima parola su ciò che costituisce la verità”.
La guerra epistemica, invece, rappresenta una declinazione ancora più pericolosa, poiché mirata a distruggere o manipolare i criteri stessi della verità e le fonti della conoscenza. In sintesi, nella guerra cognitiva si rileverebbero pochi soggetti che intendono distruggere la fiducia e della verità agli occhi della collettività al fine di conseguire un vantaggio tattico o strategico, da realizzarsi attraverso la neutralizzazione del libero arbitrio dell’individuo, ossia alterandone o modificandone l’autonomia cognitiva, intesa come “capacità di eseguire il processo mentale di acquisizione, memorizzazione, manipolazione e recupero delle informazioni in modo autentico e indipendente”, nonché i rispettivi comportamenti, le interazioni sociali e gli schemi morali, con il fine di ultimo di conseguire la supremazia cognitiva nei confronti del rispettivo competitor istituzionale.
Nell’ambito della guerra cognitiva, Internet e i Social Media rappresentano un vettore imprescindibile, poiché “da strumenti di welfare sono divenuti strumenti di warfare” in virtù della loro efficacia nel condurre operazioni di disinformazione, seminare il dubbio attraverso narrazioni polarizzate, radicalizzare e motivare gruppi a compiere atti in grado di interrompere o frammentare la società. Inoltre, con l’avvento dell’IA, i modelli di linguaggio di grandi dimensioni (LLMs) sono divenuti “lo strumento principe della guerra cognitiva”, e con ciò una vera e propria “arma da guerra”, che vengono impiegati per la produzione di propaganda, la simulazione di scenari ed il tagging automatico di immensi volumi di report di intelligence (i.e. Progetto Maven del Pentagono), oltre che fungere da “lingua franca” che riduce le frizioni tra diverse organizzazioni internazionali (i.e. UE e NATO), suggerendo modalità uniformi di ragionamento e decisione, nonché garantire che la produzione di intelligence sia disciplinata, calibrata e orientata esattamente alle richieste del decisore.
Pertanto, nella prospettiva della Sicurezza Nazionale, Vanorio sottolinea l’importanza dello sviluppo “in-house” di LLMs, purché siano in grado di spiegare in modo affidabile come siano giunti alle conclusioni, fornendo le fonti di riferimento dalle quali hanno attinto le informazioni, che dispongano di meccanismi di aggiornamento in tempo reale degli algoritmi e dei Big Data specifici e che siano supportati dall’utente nel ragionamento laterale e controfattuale.
In conclusione, considerato che “il controllo della mente umana rappresenta il nuovo target”, l’efficacia di un servizio di intelligence dipenderà dalla sua capacità di interagire nell’infosfera senza divenirne vittima, avvalendosi della tecnologia non solo per raccogliere dati, ma soprattutto per proteggere gli asset strategici nazionali e preservare l’autonomia decisionale dello Stato.

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