Ci sono momenti in cui una scuola rivela con piena evidenza ciò che è ogni giorno: un luogo di pensiero vivo, di bellezza necessaria, di quelle domande che nascono dall’incontro autentico tra una generazione e i testi che l’hanno preceduta. È accaduto al Liceo Classico “Bruno Vinci” di Nicotera del dirigente scolastico Marisa Piro, dove gli studenti dell’istituto hanno dato vita a “Itaca è qui. Frammenti di un viaggio“, una rappresentazione teatrale di grande profondità intellettuale ed emotiva.
Un’idea audace ha guidato lo spettacolo: affiancare all’Ulisse omerico, l’eroe greco che salpa da Troia e lotta vent’anni per tornare alla sua Itaca, un secondo protagonista, un Ulisse contemporaneo, naufrago non tra Scilla e Cariddi ma tra i flutti silenziosi e insidiosi del nostro tempo. Un uomo dei nostri giorni che ha perso la bussola non in mezzo al mare Egeo, ma in mezzo alla folla. Che non è stato trasformato in bestia da Circe ma dall’anestesia dei consumi e del comfort digitale. Che non rischia di essere divorato da Polifemo ma dall’anonimato, dal senso di non esistere se non si produce, se non si splende, se non si è performanti. I due Ulisse hanno percorso il palco insieme, ognuno con la propria lingua: quella solenne e visionaria del testo omerico da un lato, quella frammentata e dolorosamente riconoscibile dell’uomo contemporaneo dall’altro. Un dialogo mai forzato, mai artificioso, sempre sorprendentemente necessario. Perché le domande che Omero
poneva tremila anni fa sono esattamente le domande che ogni giovane di questa generazione si porta dentro ogni giorno.
Articolato in sette atti, lo spettacolo ha attraversato le tappe più emblematiche dell’Odissea restituendo a ciascuna una doppia luce: quella del mito e quella del presente. La serata si è aperta con una dolcezza inattesa: uno straniero sulla riva, una fanciulla che non gli chiede chi è ma solo di cosa ha bisogno. In quell’immagine semplice e antica si è condensato qualcosa di urgente, la possibilità di uno sguardo capace di restituire umanità prima ancora di conoscere un nome. Le scene successive hanno svelato le forme più insidiose della perdita di sé: non i mostri ruggenti del mito, ma le trappole silenziose del nostro tempo. Il comfort che anestetizza, il potere che riduce l’uomo a numero, la seduzione di un mondo che promette tutto e restituisce un riflesso vuoto. Il momento di maggiore tensione drammatica è stato quello delle Sirene: quattro figure che non cantavano dal mare ma da dentro, incarnando le lusinghe più riconoscibili del presente, l’apparire, la performance, il profitto, il consumo. Poi lo spettacolo ha virato verso toni più intimi e sommessi, affidando al dolore quieto di chi resta e alla crescita silenziosa di un figlio senza padre il compito di dire ciò che le scene più fragorose non avrebbero potuto: che diventare adulti non significa somigliare a un eroe, ma trovare il coraggio di non averne più bisogno. Il ritorno finale, con Penelope che riconosce entrambi gli Ulisse attraverso segni diversi ma ugualmente veri, ha chiuso il cerchio con una commozione guadagnata atto per atto, parola per parola.
Scelta non casuale, quella di affidare l’accompagnamento musicale dell’intera rappresentazione a Franco Battiato: cantautore e poeta che ha saputo come pochi altri intrecciare la cultura classica mediterranea con la sensibilità moderna. “I treni di Tozeur”, “Voglio vederti danzare”, “Sentimento nuevo”, hanno scandito le coreografie con una precisione emotiva che ha amplificato ogni scena senza mai sovrastarla. E la chiusura affidata a “La cura” ha suggellato lo spettacolo con un’immagine di tenerezza e di impegno verso l’altro che è rimasta impressa come un sigillo. Le coreografie danzate hanno trasformato il movimento in linguaggio nei momenti in cui le parole non riuscivano più a contenere l’emozione, trasformando il palcoscenico in uno spazio dove il movimento era pensiero e il pensiero era bellezza.
“Uno spettacolo di questa qualità non nasce per caso – affermano gli alunni -. Nasce dalla competenza, dalla passione e dalla dedizione di chi sa guidare i ragazzi senza mai sostituirsi a loro, tenendo insieme il rigore filologico e la libertà creativa, la tradizione e l’innovazione, il testo e la vita. È precisamente ciò che il Liceo classico fa nella sua quotidianità, e di cui questo spettacolo è stata la manifestazione più luminosa”. La rappresentazione è stata realizzata sotto la guida delle professoresse Teresa Mazzitello e Rosalba Pagano, cui va il merito principale di aver concepito un impianto drammaturgico di tale solidità e originalità, di aver accompagnato gli studenti con fiducia e rigore, mettendoli nelle condizioni di confrontarsi con una sfida artistica e culturale di grande respiro, lungo un percorso che è stato prima di tutto di formazione umana e critica. Con la preziosa collaborazione della professoressa Emma Martorana, il lavoro ha trovato ulteriore respiro e profondità, completando un sodalizio educativo di cui lo spettacolo è stato la dimostrazione più eloquente.
Gli studenti protagonisti hanno attraversato la serata con quella consapevolezza silenziosa di chi sa di aver fatto qualcosa di vero. Mesi di lavoro li hanno condotti a scoprire che la distanza tra Omero e la propria vita quotidiana è molto più sottile di quanto si creda, e che cercare Itaca non è un’impresa riservata agli eroi greci ma la fatica ordinaria e straordinaria di ogni generazione. È questo, alla fine, il valore più duraturo di uno spettacolo come “Itaca è qui”: non l’applauso di una sera, ma il cambiamento impercettibile e irreversibile che avviene quando un ragazzo smette di guardare un testo antico dalla superficie sicura della pagina e comincia ad abitarlo.
“Il viaggio, come recita l’epilogo, è finito. Ma l’Itaca di ciascuno, quella vera, quella difficile, quella che vale la pena cercare, inizia ora”.



