La casa di Iris perduta sul lago del tempo

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In questi giorni di  caldo e solitudine, ho incontrato Iris, la mia compagna delle Elementari.

Abbiamo fatto una passeggiata, tra i maestosi ulivi del borgo natio, il profumo della terra bruciata dal sole, il rosso dei papaveri e il cinguettio degli uccellini, hanno accarezzato le nostre anime.

Tra gli ulivi del borgo natio, il tempo sembrava non essere mai passato.

Sembravamo ancora le due ragazze degli anni 80 affamate di vita e sogni.

Ma ad un certo punto della nostra conversazione, Iris all’improvviso è diventata triste e mi ha raccontato il suo dolore.

<<Ho sempre desiderato avere una casa tutta per me.

Una casa che mi trasmettesse  calore, bellezza, protezione e infinito amore.

Tante volte l’ho sognata, che ancora la ricordo come fosse davvero esistita.

Come se  l’avessi abitata  e respirato il profumo di nuovo, di pulito, di mobili nuovi, di amore e speranze.

Sapessi quante volte  l’ho ritrovata nelle altre case, di giovani spose  più fortunate di me.

Perchè i miei sogni, purtroppo, gli altri li hanno realizzati.

In tutte le case di novelli sposi, ho ritrovato il calore, il profumo e la bellezza della mia agognata casa.

In quelle case ho visto l’amore danzare sui muri, a volte ho ritrovato anche la culla, persa sul lago del tempo.

Il profumo del borotalco, la copertina ricamata. Ma non era la mia culla, io non ho mai avuto una culla e solo il cielo sa quanto l’avevo desiderata!

Avevo persino trovato il nome dei bambini: Flaminia e Francesco.

Casa !

Chiudo di nuovo gli occhi, sogno,  e mi rivedo in cucina.

Su un tavolo in marmo sto impastando la pizza , rivedo ancora la farina, il lievito e la gioia nel prepararla.

Un’altra volta preparo una torta margherita per la colazione, profuma di vanillina e lievito per dolci.

C’è  il caminetto,  e la fiamma gentile illumina la mia anima, intessuta d’amore.

Ricordo una volta,  ho sognato la nostra camera da letto, indossavo una camicia da notte in seta, carinissima.

Era un sogno nel sogno.

Un sogno che ancora mi accompagna e che tale è rimasto.

C’era un piccolo giardino pieno di rose e viole. Persino un abete che a Natale

Avrei  addobbavo con lucine colorate.

In tutti questi anni  di freddo e solitudine, dolore e morte , mi è mancata la mia casa, la nostra casa.

Mi è mancata la fiamma del camino, il colore e il profumo de fiori e il verde del giardino.

Una vita fatta di rinunce.

A forza di rinunciare ho raggiunto l’atarassia, non desidero più niente!

Spesso mi chiedo  perché gli altri hanno realizzato i miei desideri?

Non mi è dato saperlo e il dolore e il freddo serpente della solitudine, continuano a tediare la mia anima.

Quante volte mi sono sentita dire: “ Lei non può permetterselo”, sottolineando la mia precaria condizione economica.

Quante volte avrei voluto rispondere: ”Vi sbagliate posso permettermelo!”

Non è mai stato così!

Ricordo tanti anni fa ero in compagnia dei soci di un’ Associazione di cui faccio parte.

Abbiamo accompagnato una signora a casa, e lei ci aveva invitati a fermarci  per mostrarci la casa che aveva  costruito ed arredato  per il figlio che stava per sposarsi.

Era bellissima!

Era proprio come quella che avevo sognato io.

Ho lottato con me stessa per non piangere, per non far vedere la mia angoscia.

Ho accarezzato i muri di quella casa, ho respirato il profumo dei mobili nuovi, mentre il mio cuore annegava in un mare di lacrime.

Non avrei  mai avuto  la mia casa!

So benissimo che ci sono persone che vivono in strutture fatiscenti, che non hanno nemmeno una stanza, ma io egoisticamente, non riesco a non pensare ai miei sogni  uccisi, lasciati in balia della morte, quando ancora la vita chiamava vita, quando il sole avrebbe potuto sorgere ancora e illuminare il mio cuore, quando il rosso del tramonto avrebbe potuto baciare il giardino.

Sono stati uccisi.

La notte quando Selene lacrimosa illumina le chiome degli ulivi , nel buio della solitudine ripenso alla mia casa, la rivedo, percorro le sue stanze, mi siedo sul divano accanto al camino e aspetto il suo ritorno.

Nel silenzio della notte, quando nessuno può chiedermi tutto senza dami niente e la mia anima si arrende a Morfeo il profumo del borotalco mi avvolge e ritorno a cullare il bimbo mai nato, lo riempio di baci e carezze.

Ha i suoi stessi occhi, perduti ormai sul lago del tempo>>.

Mentre Iris parlava, io ho pianto insieme a lei ed ho sentito il suo dolore, trapassarmi l’anima come un pugnale.

Le ho chiesto se potevo scrivere il suo racconto. Ha accettato.

Il rosso del tramonto dondolava sulle chiome degli ulivi, il vento dei sogni scompigliava i nostri lunghi capelli.

Ci siamo salutate, nella speranza di rivederci ancora.

Caterina Sorbara

 

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