Nel libro d’esordio di Domenico Latino, edito da Officine Editoriali Cleto, la testimonianza di un attivista LGBTIQ+ diventa un racconto di resistenza all’omofobia e alle discriminazioni, ma anche un invito a costruire una società più inclusiva, attraverso il rispetto e la gentilezza.
Che cosa significa scegliere di essere sé stessi in una società che spesso impone modelli prestabiliti e pretende l’omologazione? Quali ferite lascia l’esperienza di chi è costretto a fare i conti con insulti, intimidazioni e minacce soltanto per il proprio modo di essere? E, soprattutto, quale forza occorre per trasformare il dolore in una battaglia di civiltà?
A queste domande prova a rispondere Volevo essere la Barbie, il libro con cui il giornalista Domenico Latino racconta la storia di Davide Sgrò, attivista LGBTIQ+ di Catanzaro, la cui vicenda è balzata agli onori della cronaca dopo essere stato vittima di ripetuti episodi di odio omofobo, culminati nell’imbrattamento della sua utilitaria con scritte offensive.
Pubblicato da Officine Editoriali Cleto, il volume è molto più di una semplice intervista biografica: è una testimonianza intensa e autentica, che attraversa la dimensione personale e quella collettiva, intrecciando ricordi, esperienze e battaglie per il riconoscimento di un diritto fondamentale, quello di vivere liberamente la propria identità, senza paura e senza discriminazioni.
Attraverso sei appuntamenti, l’autore accompagna il lettore alla scoperta del mondo di Davide, ripercorrendone il cammino dall’infanzia, con i suoi momenti di serenità e le prime esperienze formative, fino all’età adulta, segnata da ostacoli, sofferenze e nuove consapevolezze. Ne emerge il ritratto di una persona che, nonostante le difficoltà incontrate, ha scelto di non nascondersi e di trasformare la propria esperienza in uno strumento di sensibilizzazione e impegno civile.
La testimonianza di Davide è, a tratti, drammatica e toccante, ma non si lascia imprigionare dalla sofferenza. Al contrario, trova proprio nella capacità di reagire la sua forza più autentica. Le pagine del libro invitano a guardare oltre i pregiudizi, a mettere in discussione gli stereotipi e a riconoscere quanto possano essere profonde le conseguenze dell’odio e dell’intolleranza sulla vita delle persone.
Il titolo stesso, Volevo essere la Barbie, richiama un immaginario che diventa occasione per riflettere sulle aspettative sociali, sui modelli imposti e sulla libertà di esprimere sé stessi senza dover rispondere alle convenzioni. Perché nessuno dovrebbe sentirsi obbligato a rinunciare alla propria identità per essere accettato, né essere costretto a difendere quotidianamente il proprio diritto a esistere con dignità.
È in questa prospettiva che il libro supera i confini del racconto individuale per assumere un significato più ampio. La storia di Davide diventa lo specchio di una società chiamata a interrogarsi sulle proprie contraddizioni e sulle responsabilità che ciascuno porta con sé nella costruzione di una comunità realmente inclusiva. Contrastare l’omofobia, infatti, non significa soltanto condannare gli episodi più eclatanti di violenza, ma anche riconoscere e combattere quei pregiudizi quotidiani che alimentano l’esclusione, il silenzio e la paura.
Volevo essere la Barbie si configura così come una potente chiamata all’azione, un invito a non restare indifferenti e a fare del rispetto una pratica concreta. Un libro che parla di diritti, ma anche di umanità; di discriminazione, ma soprattutto della possibilità di superarla; di dolore, ma senza rinunciare alla speranza.
Il messaggio che attraversa l’opera è semplice e, proprio per questo, profondamente necessario: una società migliore nasce dalla capacità di accogliere le differenze, riconoscere la dignità di ogni persona e opporsi a ogni forma di odio. E, talvolta, la rivoluzione più autentica comincia proprio dai gesti più semplici, da una parola gentile, da un ascolto sincero, dal coraggio di schierarsi dalla parte di chi subisce un’ingiustizia.
Ad arricchire il volume sono la prefazione del massmediologo Klaus Davi e la postfazione dell’editore Marco Marchese, mentre l’immagine di copertina è firmata da Claudia Bagnoli.
Per Domenico Latino, Volevo essere la Barbie rappresenta il libro d’esordio. Nato a Palmi nel 1979, il giornalista è da oltre dieci anni corrispondente della Gazzetta del Sud da Gioia Tauro, dove segue i principali avvenimenti e le questioni sociali che hanno segnato e continuano a interessare il territorio. Nel corso della sua attività professionale si è occupato, tra l’altro, del trasbordo delle armi chimiche siriane sequestrate dall’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche al regime di Assad, delle difficili condizioni di vita dei braccianti africani nella tendopoli di San Ferdinando e negli insediamenti informali della Piana di Gioia Tauro, nonché delle problematiche del quartiere rom di località Ciambra. È inoltre ideatore e direttore responsabile di diverse riviste culturali, alcune delle quali a diffusione nazionale.
Con questo primo libro, Latino sceglie di dare voce a una storia che merita di essere ascoltata, trasformando una vicenda personale in un’occasione di riflessione collettiva. Perché raccontare significa anche rompere il silenzio, restituire dignità a chi è stato ferito e contribuire a cambiare lo sguardo degli altri.
E forse è proprio questo il valore più profondo di Volevo essere la Barbie: ricordarci che la libertà di essere sé stessi non dovrebbe mai essere una conquista da difendere, ma un diritto da riconoscere. A tutti, senza eccezioni.
Caterina Sorbara

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