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Giacomo Saccomanno, ex sindaco di Rosarno, scrive al presidente della commissione antimafia, Rosy Bindi, in merito alla legge sullo scioglimento dei consigli comunali

L’ex sindaco di Rosarno (RC), Giacomo Saccomanno, ha scritto in merito allo scioglimento dei consigli comunali, al presidente della Commissione Antimafia, Onorevole Rosy Bindi, in considerazione degli interventi comparsi sulla stampa in relazione alla possibilità di trovare una “terza via” tra scioglimento e archiviazione, con la nomina di una “commissione di affiancamento” che accompagni l’ente nel suo percorso di risanamento e faciliti l’adozione di tutte le misure idonee, senza che l’ente debba essere necessariamente commissariato e affidato all’amministrazione temporanea di funzionari dello Stato.

“Voglio ricordare – afferma Saccomanno rivolgendosi alla Bindi – che nel 2003, quando sono stato eletto sindaco del Comune di Rosarno, a garanzia della legalità degli atti da assumere, ho nominato l’Ufficio del Garante, composto da un magistrato, un funzionario della Prefettura e da un vice Questore (che continuo a ringraziare per la loro disponibilità), che da una parte avevano il compito di controllare gli atti interni e dall’altro di ascoltare i cittadini, in caso di segnalazioni o altro. Uno strumento innovativo che ha trovato l’elogio pubblico in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario dell’allora Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Reggio Calabria e registrato un consenso di molte parti politiche. Quindi, uno strumento più che valido allorquando l’amministrazione nella sua ratio fondamentale abbia il perno della vera legalità. Quando, invece, ci si trova dinnanzi ad amministrazioni elette e sostenute dalla criminalità organizzata o sottomesse a questa, anche indirettamente, tale strumento non ha alcuna funzione, in quanto anche con atti formalmente legali si può favorire la ‘ndrangheta o gli amici di questa (basti pensare agli incarichi a professionisti vicini alle cosche o agli innumerevoli sub appalti in favore di imprese amiche). Ed essendo questa fortemente radicata nei territorio calabrese, mai si priverà del privilegio di poter affermare che il sindaco o l’assessore di turno e “cosa propria”. Ed allora, il problema va affrontato decisamente e diversamente”.

Secondo l’avvocato Saccomanno, infatti, sotto un primo aspetto, dovrebbe esserci un controllo preventivo prima del deposito delle liste ed utilizzare anche l’ultima normativa antimafia che consente di emettere misure di prevenzione nei confronti di coloro che possono essere sospettati di appartenenza o collegamento con la ‘ndrangheta, al fine di evitare che si possano candidare e poi amministrare per un lungo periodo, in attesa delle indagini, se arriveranno, delle Procure delle Repubbliche.

“Tale condizione – dichiara – crea danni pesantissimi nelle comunità che vedono allargare il potere mafioso, con acquisizione di maggiori consensi e con l’utilizzo della cosa pubblica a favore degli amici degli amici e degli affiliati. Quindi, un pregiudizio profondo sia per l’utilizzo spesso illecito della PA, sia per il rafforzamento del sistema mafioso e sia per l’allontanamento delle persone sane dal sistema politico. Tale azione si sarebbe dovuta svolgere all’interno dei partiti, ma oggi sono proprio questi spesso a cercare e candidare soggetti discussi, ma con un evidente consenso plebiscitario. Ed allora risulta evidente che le Procure devono agire sia nei confronti dei suddetti candidati, ma anche e principalmente nei confronti di coloro che hanno proposto o hanno consentito la loro indicazione”.

Sotto un secondo aspetto, per Saccomanno, la legge sullo scioglimento dei Comuni andrebbe modificata nel senso di far decadere immediatamente i soggetti inquinati, compresi i funzionari pubblici (il politico va via, ma resta sempre il burocrate), e lasciare in vita il consiglio comunale gestito dagli eletti puliti. Il provvedimento di decadenza, poi, dopo i dovuti approfondimenti, anche giudiziari, dovrebbe comportare una esclusione definitiva del soggetto e delle persone che lo hanno sostenuto o sono state coinvolte dalla possibilità di fare politica. Solo con provvedimenti di tal tipo si taglia definitivamente l’albero dalla radice marcia.

Sotto un terzo aspetto, dovrebbe sollecitarsi la Magistratura ad una sollecita definizione delle indagini, non potendo un sindaco o un consiglio comunale eletto dalla ‘ndrangheta o condizionato da questa, rimanere in carica per molti anni prima di essere raggiunto da un provvedimento giudiziale.

“Ci si comprende – evidenzia l’ex sindaco – che trattasi di materia molto delicata venendo a colpire anche dei diritti fondamentali e costituzionali di uno Stato democratico, ma dinnanzi alla prepotenza, violenza ed alla radicazione della ‘ndrangheta nella politica non possono utilizzarsi strumenti ordinari ed insufficienti. Il lasciare amministrare un politico colluso vuol dire permettere il rafforzamento della criminalità organizzata, il depotenziamento dell’azione di contrasto del malaffare (le persone oneste vengono isolate, minacciate e costrette al ritiro e quando denunciano anche derise), la vittoria sul campo della illegalità diffusa. Quindi, bisogna spronare la Magistratura, che tanto sta facendo per cercare di ripristinare una normalità democratica nella vita delle comunità, ad accelerare i procedimenti essendo il rapporto politica-criminalità organizzata una piaga pesantissima e forse il male peggiore della attuale democrazia. Se si consente ai collusi di poter amministrare la cosa pubblica l’esercito dei politicanti senza scrupolo aumenta e nessuna azione successiva potrà mai avere successo, in quanto al bubbone iniziale si moltiplicano quelli successivi, invadendo radicalmente e profondamente il territorio. Una malattia del sistema civile paragonabile al tumore maligno che, se non contrastato in tempo, porta alla morte civile della democrazia e dello Stato”.

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