Reggio Calabria, il discorso solenne dell’Arcivescovo Morosini durante i funerali di Nino Candido
Reggio Calabria, il discorso solenne dell’Arcivescovo Morosini durante i funerali di Nino Candido

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Reggio Calabria, il discorso solenne dell’Arcivescovo Morosini durante i funerali di Nino Candido

Una grande folla di migliaia di persone ha gremito il Duomo di Reggio Calabria e l’antistante piazza per porgere l’ultimo saluto a Nino Candido, il vigile del fuoco di 32 anni, morto nell’esplosione di una cascina a Quargnento (Alessandria) nei giorni scorsi. Tantissimi i vigili del fuoco in divisa.

In prima fila, i familiari, il padre Angelo, la mamma, la giovane moglie di Antonino, Elena, le massime autorità cittadini, il prefetto di Reggio Calabria, Massimo Mariani.

Un lungo applauso ha accompagnato l’uscita della bara, avvolta nel Tricolore e con sopra il suo casco di lavoro. Dopo i funerali solenni insieme ai suoi due colleghi entrambi deceduti Matteo GastaldoMarco Triches, oggi l’omaggio della sua città dove Nino verrà seppellito.

Questo il discorso dell’Arcivescovo Giuseppe Fiorini Morosini durante i funerali 

Carissimi fratelli
Carissimi moglie, mamma, papà e familiari tutti,
A me il compito quasi impossibile di consegnarvi parole che vi consolino e vi facciano ancora sperare nella vita e nella fratellanza universale. Il dolore per questa morte è incolmabile, come il dolore per ogni morte; ma tanto più incolmabile questo perché assurdo, provocato dall’odio cieco di chi si pone al di fuori dalle regole del vivere umano e civile, ahimé forse anche religioso, per quella matrice cristiana che gran parte di noi portiamo dentro, perché battezzati.
Cecità coltivata nell’assurda convinzione egoistica, matrice di ogni organizzazione malavitosa, che nessuno mai deve intralciare il mio interesse, il mio tornaconto, costi quel che costi, anche la morte di persone innocenti, che servono la collettività, esponendo abitualmente la propria vita; non importa neanche il dolore di una giovane sposa e quello di una madre e di un padre e di una famiglia intera.
È la logica della delinquenza e di ogni atto delinquenziale che non si ferma dinanzi ad alcun valore, avendo posto al vertice ti tutto l’idolatria dell’io, la sete del guadagno e la soluzione dei propri problemi. E non cambia questa logica, se la mano assassina, dice, che non voleva questo massacro.
Quali parole umane di conforto e di consolazione possono essere mai proferite, quando anche la fede ci fa porre con le sorelle di Lazzaro, Marta e Maria, al tempo di Gesù, la terribile domanda che scuote ogni coscienza religiosa: Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto. Espressione che, tradotta nel nostro comune sentire, ci fa ripetere le drammatiche domande, che scuotono la nostra fede: Signore, perché hai permesso questo? Dov’eri quando mani assassine nel loro cieco furore progettavano atti, come questo vile massacro? Signore, se ci sei, perché non hai fermato questa mano?
Sono domande presenti nel cuore di tutti. Gesù a Marta e a Maria ha risposto con la promessa delle risurrezione: Io sono la risurrezione e la vita. Una risposta, che non risolve dal punto di vista della ragione l’enigma della morte, ma che è l’unica risposta di fede che il cristiano dà contemplando Cristo nell’agonia del Getsemani alle prese con le stesse nostre domande dinanzi al mistero della morte, poi crocifisso, morto e alla fine risorto. Ma è necessaria la fede vera, la religione non basta.
Ecco allora la parola di Dio della prima lettura: è bene aspettare in silenzio la salvezza del Signore.
Come è duro questo silenzio! Quanta fatica viverlo e accettarlo!
I difficili interrogativi sul dolore e sulla morte accompagneranno sempre la vita dell’uomo sulla terra, ma dopo la risurrezione di Cristo, dopo che Gesù ha condiviso questa nostra difficile condizione umana, dolore e morte, portandola sulle sue spalle, ci ha tolto la disperazione derivante da ogni dolore e da ogni morte, anche la più tragica. Dopo la risurrezione del Signore, oltre il dolore e la morte, per chi crede, non c’è più la disperazione, ma l’attesa paziente del ricongiungimento finale con i nostri cari: ao tuoi fedeli la vita non è tolta ma solo trasformata. Ecco il senso delle parole ascoltate nella prima lettura: le misericordie del Signore non sono finite, non è esaurita la sua compassione … Mia parte è il Signore, per questo in lui voglio sperare.

La pagina evangelica ci proietta, alla luce sempre della risurrezione di Gesù, verso una lettura di fede di questa morte, che diventa segno come quella di Cristo, di speranza e di vita per tutti noi, che siamo riuniti attorno alla salma di Antonio e idealmente attorno a quella degli altri due vigili: Matteo e Marco.
Abbiamo ascoltato le parole di Gesù: Nessuno ha un amore più grande di questo, dare la vita per i propri amici. Queste parole ci aiutano ad elevare questa morte violenta accanto quella di Gesù.
Gesù ha vissuto la sua vita guardando sempre verso il Calvario, considerato come la sua ora, la pienezza della sua vita e del suo vivere. Per noi uomini può esserci un martirio, inteso come dono della vita, che può capitare a tutti in alcune occasioni impreviste e imprevedibili. Ma c’è un martirio che una persona deve costruire giorno dopo giorno, attraverso il vivere quotidiano, sulla base di una scelta di vita, di una vocazione abbracciata, come è quella di chi ha optato per un servizio corpi di difesa organizzati dallo Stato per il servizio dei cittadini e per la difesa degli ambienti, sia le istituzioni a scopo militare e di polizia, sia i vari corpi civili.
Antonio sapeva, come ogni vigile del fuoco sa, che ogni volta che usciva dalla caserma a sirene dispiegate andava incontro ad un pericolo, che gli avrebbe potuto costare la vita, ma usciva ugualmente, perché l’amore alla divisa del vigile del fuoco era qualcosa di grande per lui. Egli ha amato il suo lavoro e la divisa che indossava, ereditata dal servizio paterno.
Carissimi familiari, la certezza di trovarci dinanzi ad una morte che sa di eroismo e di offerta di vita per la sicurezza degli altri, sappiamo tutti, che tale sentimento non vi restituirà la vita di Antonio. Ma vi deve rimanere il ricordo dell’offerta che lui ha fatto per la vita serena dei cittadini. E questo nell’abisso del dolore in cui vivete vi dà grande forze e serenità. La sua lapide al cimitero non parlerà genericamente di una vita spezzata, della morte di un giovane. Quella lapide sarà indicata a ragazzi e a giovani come un giovane è è posto come ideale per altri ragazzi e giovani per come sapersi giocarsi la vita dignitosamente.
Nelle nostre scuole, ritornando finalmente all’educazione civica, da me insegnata per tanti anni nei licei di Stato, accanto ai martiri del risorgimento, che hanno fatto l’Italia unita e la patria, si potrà parlare dei martiri vittime del terrorismo, della delinquenza organizzata, del servizio civile in occasione di incendi e di terremoti. Sì perché la morte di un Vigile del fuoco nel pieno del suo servizio per scongiurare pericoli per persone e cose è un doni di vita che costruisce la patria e rende unita la nazione, come in occasione di questa tragedia e di tante altre tragedie nelle quali sono morti servitori dello Stato.
Grazie Antonio di questo tuo sacrificio, grazie familiari tutti per queste lacrime versate, per questo dolore incontenibile che non vi dà pace.
Grazie perché gli educatori di ogni rango e di ogni livello hanno oggi un altro modello a cui guardare; un modello che darà loro la forza di poter denunciare la dimenticanza nella nostra società dei grandi valori umani e cristiani, che stiamo abbandonando in nome di un egoismo freddo e insensibile. Questa morte ci ricorda che l’egoismo di parte va combattuto, che la nostra società deve riscoprire i valori cristiani, sui quali è fondata la nostra civiltà, radicata nel Vangelo di Gesù Cristo (quali il servizio, il dono e la dimenticanza di sé, il sacrificio, l’accoglienza generosa, la condivisione dei beni che possediamo).
La cultura consumistica sta lentamente distruggendo tutto questo, perseguendo un ideale di vita, che si vuole si muova all’interno della logica dell’avere e del possesso ad ogni costo, di un benessere raggiunto con la frode e l’inganno, e, se necessario, anche con la morte di innocenti. Con tutta la pietà cristiana che possiamo avere con chi è il responsabile di questa morte, che ha confessato il suo gesto insensato, ma non possiamo accettare la giustificazione: non volevo uccidere nessuno. Certe azioni, miei cari, portano in se stesse l’odore e il sapore della morte, anche se tante volte non la si raggiunge: lo spaccio della droga, i taglieggiamenti mafiosi, la violenza contro le donne, lo strozzinaggio sono mali che hanno il fetore di un cadavere in decomposizione. Se la morte poi, sopraggiunge, non serve giustificarsi: non volevo uccidere.
Mentre ci raccogliamo dinanzi al mistero e alla grande lezione di vita che la morte di Antonio ci dona, eleviamo preghiere di suffragio per lui, per sua moglie, per i suoi genitori per tutti i familiari.
Sia a voi vicina la vergine Addolorata mentre accoglie sulle sue braccia il corpo senza vita di Gesù deposto dalla Croce.
Al corpo dei Vigili Urbani la nostra gratitudine per la vigilanza sulla nostro vivere tranquillo e felice. Per tutti il monito ad essere sempre portatori di vita e di speranza e mai di morte.

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