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Il grande terremoto In Calabria: 5 Febbraio 1783.

Il terremoto della Calabria meridionale del 1783 (anche denominato terremoto di Reggio e Messina del 1783) fu un sisma che colpì l’area dello stretto di Messina e la Calabria meridionale nel 1783. Fu la più grande catastrofe che colpì l’Italia meridionale nel XVIII secolo. Oltre a causare danni immensi il terremoto ebbe effetti duraturi sia a livello politico (l’istituzione della cassa sacra e il primo regolamento antisismico d’Europa), sia a livello economico e sociale.

Secondo Giovanni Vivenzio la prima scossa avvenne il 5 febbraio “all’ore diciannove, ed un quarto d’Italia, che corrispondevano in detto giorno a tre quarti d’ora circa dopo il mezzodì dell’Oriuolo Francese… La notte di detto giorno venendo il sei all’ore sette, e mezza d’Italia replicò altra forte scossa…”. Nicola Leoni racconta: “udissi improvvisamente nelle più profonde viscere della terra un orrendo fragore; un momento dopo la terra stessa orribilmente si scosse e tremò”.

Fra il 5 ed il 7 febbraio furono contate ben 949 scosse alle quali seguì alle ore 20 del 7 febbraio una nuova scossa (con epicentro nell’attuale comune di Soriano Calabro) di intensità paragonabile alla prima, seguita 2 ore dopo da una nuova forte scossa con epicentro questa volta a sud di Messina. Per mesi si susseguirono scosse di intensità sempre decrescente, ma le più forti furono quelle del 1º marzo 1783, con epicentro nel territorio di Polia e quella del 28 marzo, con epicentro fra i comuni di Borgia e Girifalco. La prima scossa durò 2 minuti, secondo Dolomieu ebbe come epicentro una zona a sud di Polistena. All’evento principale si attribuisce un’intensità pari all’undicesimo grado della scala Mercalli. Alla scossa del 5 febbraio ne seguì una il 6 febbraio con epicentro a nord di Messina. Questa devastante sequenza sismica, formata da cinque terremoti ben individuabili, causò danni elevatissimi in una vasta area comprendente tutta la Calabria centro-meridionale dall’istmo di Catanzaro allo Stretto, e, in Sicilia, Messina e il suo circondario. Oltre 180 centri abitati risultarono distrutti totalmente o quasi totalmente; gravi distruzioni interessarono anche centri urbani importanti per la vita politico-economica e militare del Regno di Napoli e di Sicilia, quali Messina, Reggio, Monteleone e Catanzaro.

Filippo Bernardini (INGV-Bo) e Carlo Meletti (INGV-Pi) in un interessantissimo studio compiuto sul sisma affermano che “se vogliamo comprendere quali siano state le energie in gioco dei terremoti del 1783, si potrebbero confrontare i terremoti più violenti con eventi altamente distruttivi più recenti. I due eventi più forti del 5 febbraio e del 28 marzo ebbero ciascuno un’energia paragonabile a quella rilasciata dal terremoto del 1915 nella Marsica o da quello che sconvolse l’Irpinia nel novembre 1980: sulla base della distribuzione e dell’entità delle intensità macrosismiche, infatti, si calcola che la loro magnitudo Mfu attorno a 7.0. Le scosse del 6 e 7 febbraio e quella del 1 marzo ebbero invece dimensioni leggermente più ridotte, ma ugualmente distruttive: quella del 7 febbraio, con molta probabilità, fu analoga al disastroso terremoto che colpì il Friuli nel maggio del 1976 (Mw attorno a 6.5), mentre per le altre due la magnitudo stimata è simile a quella delle scosse più forti della sequenza emiliana del 2012 (Mwattorno a 6.0). Le scosse del 5 e del 6 febbraio causarono inoltre anche uno tsunami (filmato Tsunami – prima e seconda parte), con grandi ondate che investirono estesi tratti di costa. In particolare, il tratto di costa tirrenica compreso tra Scilla e Bagnara Calabra fu colpito dal catastrofico maremoto che seguì la seconda, forte scossa, quella avvenuta nella notte tra il 5 e il 6 febbraio: le fonti storiche del tempo (Sarconi -1784 e Vivenzio – 1788) parlano di un’onda alta tra i 6 e gli 8 m che travolse le barche, le baracche e le tende che ospitavano la popolazione di Scilla, rifugiatasi sulla spiaggia in seguito alla scossa del giorno precedente”.

Le vittime globali stimate tra Calabria e Sicilia furono tra 30.000 e più probabilmente 50.000 persone. Giovanni Vivenzio nel 1783, conta 29.451 morti su una popolazione di 439.776, pari al 6,7% circa della popolazione, per la provincia di Calabria Ulteriore (10.041 uomini, 10.829 donne 8.265 ragazzi e 316 religiosi). A questi si aggiunsero quelli per conseguente epidemia: 6.000 circa.

I danni del sisma – come dicevamo – furono immensi. Tra i luoghi più colpiti vi fu la città di Palmi, che venne completamente rasa al suolo. In alcuni paesi costieri come Scilla, il tasso di mortalità raggiunse il 70%, lo stesso tasso si registrò a Terranova (oggi Terranova Sappo Minuto), centro pre-aspromontano che si affaccia sulla piana di Gioia Tauro. A Polistena, altro paese pre-aspromontano della piana, su una popolazione di circa 4.600 abitanti, ne perirono 2.261, e la testimonianza del geologo francese Déodat de Dolomieu, che si recò in Calabria per studiare gli effetti disastrosi del sisma, riporta proprio in merito a Polistena: “Avevo veduto Reggio, Nicotera, Tropea… ma quando di sopra un’eminenza vidi Polistena, quando contemplai i mucchi di pietra che non han più alcuna forma, né possono dare un’idea di ciò  che era il luogo… provai un sentimento di terrore, di pietà, di ribrezzo, e per alcuni momenti le mie facoltà restarono sospese…”

l’Ingegnieri nel suo libro su Motta Filocastro compie una mirabile opera di ricerca storica e illustra dettagliamenti i danni subiti da una serie di città e di paesi: Motta Filocastro (4 morti e danni per 50000 ducati) Limbadi (25 morti e danni per 60000 ducati); Mandaradoni (3 morti e danni per 30000 ducati); caroni (9 morti edanni per 60000 ducati); San Nicola de Legistis (10 morti e danni per 50000 ducati); Nicotera (14 morti e danni per 70000 ducati), San Calogero (22 morti e danni per 80000 ducati); Mileto (50 morti e danni per 200000 ducati); Tropea (20 morti e 600000 ducati); Monteleone (14 morti e danni per 150000 ducati); Soriano (171 morti e danni per 80000 ducati); Briatico (60 morti e danni per 150000 ducati); Candidoni (4 morti e danni per 150000 ducati); Dasà (55 morti e danni per 150000 ducati); Dinami (35 morti e danni per 70000 ducati); Polistena 2261 morti e danni per 500000 ducati); Oppido Mamertina (1198 morti e danni per 400000 ducati); Bagnara calabra (3331 morti e danni per 600000 ducati); Cinquefrondi (1700 morti e danni per 400000 ducati); palmi (999 morti e danni per 500000 ducati); Scilla (1450 morti e danni per 400000 ducati); Grotteria (118 morti e danni per 150000 ducati); Cosoleto (178 morti e danni per 70000 ducati); Seminara (1370 morti e danni per 900000 ducati); Cittanova (2017 morti e danni per 500000 ducati); Terranova (1458 morti e danni per 500000 ducati).

A Nicotera – che ebbe per fortuna pochisismi morti – il Corso poi scrive che ai danni, si aggiunsero le depredazioni dei funzionari regi tanto che “la nostra Cattedrale perdè i candelabri di argento con le teche e reliquiari dello stesso metallo mentre la Chiesa di San Francesco perdè i sacri paramenti, i candelabri di argento con le teche anch’esse d’argento, e la chiesa di S. Maria delle Grazie perdè una ricchezza immensa fatta di quadri, vasi preziosi, arredi sacri. Persino la biblioteca venne depredata di codici preziosi che furono trafugati e venduti”.

La regione subì stravolgimenti anche dal punto di vista geomorfologico: a) la sella di Marcellinara si abbassò e alcune montagne si spaccarono, come ad esempio la montagna su cui sorgeva il vecchio abitato di Oppido Mamertina che fu successivamente abbandonato; b) La compressione delle acque sotterranee provocò il mutare del corso di fiumi e torrenti; vi fu ad esempio un abbassamento della valle del Mesima, mentre tutta la pianura circostante produceva conche circolari, larghe approssimativamente un paio di metri e piene di sabbia o acqua per 5–6 m, caratteristiche tipiche dei fenomeni di liquefazione delle sabbie indotti dalle scosse di terremoto; c) Le scosse provocarono enormi frane che, ostruendo il corso dei torrenti, diedero origine a numerose paludi (solo tra Sinopoli e Seminara se ne formarono 52, mentre tra il 1783 ed il 1787 si formarono 215 laghi in tutto il territorio interessato dal sisma); d) In alcuni posti irruppero dal suolo abbondanti corsi d’acqua melmosa o anche enormi zampilli di 12–20 m; e) Molte zone tra cui Bagnara e Scilla furono oggetto di fenomeni bradisismici; f) L’intero aspetto del territorio fu sconvolto nei tracciati e i sistemi di viabilità, nella topografia dei siti, nelle strutture orografiche e nella sua struttura idraulica tanto che in molte località si inaridirono antiche fonti, ne sorsero di nuove, alcuni fiumi abbandonarono l’antico letto, si produssero crepacci e talvolta succedeva che l’acqua scaturisse da certe conche circolari, che si formavano sul terreno. Il disordine idraulico causato dagli sconvolgimenti geologici e le condizioni igieniche del periodo, favorirono una persistente epidemia di malaria.

In Sicilia invece, l’unica zona ad essere colpita dal terremoto fu Messina, dove restò in piedi solo la Cittadella, e morirono circa 650 persone.

Per intervenire celermente fu nominato il 15 febbraio Vicario generale delle Calabrie, con 100.000 ducati per le necessità immediate, «con autorità e facoltà ut alter ego sopra tutti li présidi, tribunali, baroni, corti regie e baronali e qualsísiano altri uffiziali politici di qualunque ramo qualità e carattere, come altresì sopra tutta la truppa tanto regolare quanto di milizie» il conte Francesco Pignatelli che stabilì il proprio quartier generale a Monteleone e risiedette nella regione colpita fino al 10 settembre 1787. L’istituzione della Cassa sacra ebbe però un effetto contrario a quello desiderato dal governo borbonico, aumentando le proprietà fondiarie dei nobili in grado di accaparrarsi le terre ecclesiastiche all’incanto.

Le dimensioni della catastrofe spinsero il governo borbonico, anche a prendere coscienza della necessità di una estesa e radicale riforma del sistema economico e abitativo della Calabria. Decine di paesi furono abbandonati e ricostruiti in siti diversi. La ricostruzione di intere città e paesi – come Reggio Calabria, Messina, Mileto, Palmi – fu pensata secondo regole e piani urbanistici totalmente nuovi, che a ragione possono essere visti come uno dei primi tentativi europei di introduzione di una normativa antisismica finalizzata alla riduzione del rischio sismico. Venne così istituito, il primo regolamento antisismico d’Europa, con l’istituzione di un sistema costruttivo di notevole efficacia, tanto che nel 2013 il CNR di San Michele all’Adige e l’Università della Calabria (gruppo di ricerca Ceccotti, Polastri, Ruggieri, Zinno) hanno effettuato una campagna sperimentale al fine di comprenderne la vulnerabilità ad azioni di tipo ciclico simulanti il terremoto. Le Istruzioni Reali, cioè le norme emanate dal governo borbonico il 20 marzo 1784, suggerirono la forma delle città, la regolarità della dislocazione degli edifici, la larghezza delle strade e diedero regole precise per la struttura degli edifici. Per quel che riguarda l’assetto urbanistico ci doveva essere una strada maestra diritta larga 8 metri per le città minori, da 10 a 13 per quelle più importanti; le strade secondarie, larghe da 6 a 8 metri, diritte e ortogonali tra loro; una piazza maggiore per il mercato grande, proporzionata alla popolazione, e piazze minori con le chiese parrocchiali o altri edifici pubblici. Il cosiddetto sistema delle case baraccate, poi, prevedeva la costruzione di case non oltre i due piani di altezza, la demolizione dei piani in più, la rimozione di balconi e altri elementi sporgenti, l’incatenamento delle travi e dei solai alle mura e l’eliminazione dei tetti spingenti.

Dal punto di vista culturale, moltissimi studiosi e letterati stranieri si interessarono all’evento, fatto che in un certo senso aprì la Calabria al mondo. Raccontano infatti gli stessi Bernardini e Meletti che “giunsero in calabria personaggi del calibro dell’inglese Norman Douglas, fino al grande Johann Wolfgang Goethe che, passando per Messina di ritorno da Palermo, descrisse vivissimamente nel suo Viaggio in Italia l’orripilante visione di una città distrutta. Numerosi – continuando poi i due studiosi – furono anche gli scienziati, i letterati, gli architetti e gli ingegneri, sia italiani che stranieri, che furono inviati sul posto per studiare i fenomeni e i loro effetti. Fra questi anche Déodat de Dolomieu (de Dolomieu, 1784), il geologo francese da cui hanno preso nome le montagne Dolomiti, nelle Alpi Orientali”.

Il governo borbonico inviò una spedizione della Reale Accademia delle Scienze e Belle Lettere di Napoli, composta da scienziati incaricati di eseguire indagini e osservazioni scientifiche; a questa spedizione si deve l’importante monografia di Michele Sarconi (1784), corredata dal famoso Atlante iconografico redatto dagli architetti Pompeo Schiantarelli e Ignazio Stile.

Trattasi di un evento che i più – sopratutto i giovani – nemmeno ricordano. Nessuna iniziativa, nè una targa commemora il fatto (al seguito del quale peraltro furono ricostruiti la Chiesa Cattedrale e il Castello dei Ruffo) e ci sentiamo pertanto di suggerire di porre fine a questa ennesima “dimenticanza”, nella consapevolezza che una città che ignora il proprio passato non avrà le chiavi di lettura per interpretare il proprio futuro.

 

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Veduta di Nicotera dopo il terremoto vista dalla Chiesa De Paolotti.5348_003

Pizzo dopo il terremoto.

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Formazione di crateri di depositi sabbiosi nella Piana di Gioia Tauro (Atlante iconografico allegato alla “Istoria” di M. Sarconi, 1784).

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Frane indotte dai terremoti del 1783 (Incisione su rame di Pompeo Schiantarelli).

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Palmi distrutta.

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La Certosa di Serra San Bruno – ruderi.

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